Città del Vento - Vanni Lai

 

If I were to sleep, I could dream

PINK FLOYD: If


Sapevamo tutti che se ne sarebbe andato. Forse è per questo che lo chiamavamo il Cigno, proprio come nella canzone, perché soltanto quello era il suo desiderio: andare via.

 

Sì, il Cigno sarebbe volato altrove in una fredda giornata d’inverno, una di quelle in cui il vento che soffia da levante ci ricorda di essere morti. Magari quel vento avrebbe portato colui che il Cigno aspettava, anche se in realtà nessuno di noi sapeva perché il Cigno aspettasse, né soprattutto chi o cosa. È uno dei tanti misteri di questa storia.

Durante quei giorni la nostra guarnigione era accampata nella baia e lui se ne stava sulla spiaggia a intagliare pezzi di legno. Non faceva mai il bagno con noi e qualcuno lo sfotteva dicendo che avrebbe galleggiato come i gabbiani o gli altri uccelli che pescavano sulla superficie dell’acqua. Ma al Cigno le chiacchiere non interessavano, lui non si bagnava né nuotava mai. Attendeva e basta.


Anche noi attendevamo. E forse attendevano anche quegli altri lassù, oltre i bastioni della città dall’altra parte del mare. In molti sostenevano che la Città del Vento, così la chiamavano, ci avrebbe attaccato. Però nessuno venne, e noi restammo. Le loro voci ci arrivavano trasportate dal vento ma di esse non ci davamo pensiero. Ci preoccupavano maggiormente i silenzi, soprattutto la notte. Imparammo ad accendere il fuoco chini su noi stessi, dando le spalle a quella gente in maniera che non ci potesse vedere, e fumavamo dopo aver riempito i narghilè con l’acqua di una sorgente poco distante dall’accampamento. Chissà se anche quegli altri avevano imparato ad accendere il fuoco come facevamo noi, ma credo che questo non importasse. Su quella sponda non si vedevano mai luci intense, eppure non appena calava la notte esse comparivano, numerose e flebili.

Il Cigno mangiava e beveva come noi ma non lo vidi mai dormire. La sera sedeva su un macigno a pochi passi dall’acqua e scrutava i bastioni sull’altra sponda. La città era fortificata da un ammasso di pietre e sassi levigati sopra i quali sventolavano vessilli di ogni colore e fattezza: nuovi e sgargianti o vecchi e stinti. Su quelle mura l’oscurità faceva da padrona per larga parte della giornata e molti di noi dicevano che sarebbero finiti lì sotto altre forme, ma la verità era che nessuno aveva il coraggio di muoversi dal luogo in cui ci eravamo accampati da tempo immemore. Durante quei giorni non uno di noi attraversò il mare per addentrarsi in quel buio e scalare le mura, non uno di loro fece il percorso inverso per venirci incontro e finalmente affrontarci.

Come forse ho già detto, nessuno chiedeva al Cigno chi o cosa aspettasse, fin quando capimmo che non avrebbe aspettato più. Si mise a costruire un’imbarcazione e per molti giorni si fece aiutare da alcuni compagni. Chi tra loro chiedeva lumi o lo ammoniva per le sue intenzioni non riceveva risposta. Quando la barca fu pronta il Cigno attese ancora. Per molte settimane scrutò il mare ma nessuno di noi capì. Un giorno fece scivolare la barca in acqua, prese i remi e senza salutare si mise in viaggio. Allora capimmo cosa aveva atteso: che il vento portatore di morte si fosse abbassato. Lo seguimmo con lo sguardo finché la sua traversata finì sull’altra sponda. Qui scese e sistemò la barca tirandola in secca. Tutto attorno lo attendevano l’oscurità della Città del Vento e non appena giunse la notte quelle luci rossicce ed evanescenti che tanto ci facevano paura.

Penso che se la vita reale non fosse contaminata dai sogni non ci ricorderemmo di persone che dovrebbero essere dimenticate. La stessa natura impostora del sogno, il corso del tempo e la mendacità dell’uomo fanno sempre il resto. Ecco, il Cigno era sulla buona strada per trascendere da questa terra e arrivare al futuro presentandosi ai posteri come un dio. Forse se tutti noi lo avessimo dimenticato non sarebbe stato così. Il suo ricordo si sarebbe spento come quello degli antenati comuni e con una certa fortuna il suo nome sarebbe stato pronunciato ancora per un po’ di tempo. Ma soltanto il fatto di aver cambiato la propria condizione, di aver affrontato il mare e quella città oscura gli mise a disposizione i dadi giusti per diventare simile a un dio.

In qualche modo la voce di quell’uomo che aveva affrontato il mare e la città si sparse per le nostre terre e alla baia arrivarono pellegrini e viandanti. Questi ci chiedevano molte cose su di lui. Alcune verità sul Cigno vennero a galla ma finirono in disparte, prima di essere dimenticate, altre invece erano storie infarcite di menzogne e invenzioni che raccontavamo per prenderci gioco di quella gente, ma furono queste a prendere piede e crescere nelle altre storie che ne derivarono. Io stesso non sono più sicuro del mio racconto sul Cigno. In principio però fummo felici di avere compagnia e ogni sorta di mercanzia ci veniva offerta per il nostro impiego, lì di fronte alla città maledetta. Con il passare del tempo molti dei nuovi venuti si trattenettero e costruirono capanne e poi dimore di pietra, ed eressero statue a colui che era passato oltre il vento che portava i morti.

Poi essi si resero conto di dover amministrare la nuova città, sorta a due passi dal mare. Credettero fosse giusto per poter vivere in maniera decente e non lasciare la vita di tutti i giorni nelle mani del caos. Per questo elessero dei capi, e questi capi dissero loro che una città senza fortificazioni sarebbe stata una città facile da conquistare, e il sangue avrebbe bagnato quella terra e forse anche il mare. Così decisero di tirare su delle mura e per farlo presero a esempio la città che avevano davanti, sull’altra sponda. Le stesse vie della Città Nuova furono costruite come un labirinto e noi stessi, quando eravamo sollevati dal nostro ufficio, spesso ci perdemmo là dentro. I capi sostenevano di aver costruito una città speculare all’altra, inespugnabile, e presto tirarono su i vessilli. Anche quei nuovi cittadini sostenevano che la Città del Vento prima o poi avrebbe attaccato con le sue legioni. Ma ancora una volta nessuno venne.

In un tempo successivo che non saprei definire la Città Nuova si divise in due fazioni. Una voleva conquistare la Città del Vento, mentre l’altra fazione era desiderosa di pace. Furono anni di contrasti e un giorno due tra i loro sacerdoti vennero accusati di professare una fede che non credeva più nel Cigno. Vennero condotti agli arresti. La nostra guarnigione non fu coinvolta e come per tutti i fatti che riguardavano quella città restammo in disparte a fronteggiare soltanto il mare.

Ma una guardia della prigione venne ammaliata da quel verbo sinuoso professato dai due sacerdoti e durante una notte senza luna aprì le loro celle e li fece fuggire. Lui stesso abbandonò il suo compito e andò con loro. Li presero subito e li uccisero nel giro di pochi giorni. Da allora la fede per quella nuova religione si fece più grande e, nel corso degli anni, dopo repressioni nel sangue e sommosse, essa divenne la più forte. Non c’era più spazio per il culto del Cigno. Gli ultimi seguaci dell’antica religione furono cacciati o costretti alla fuga e molti altri anni passarono, tanto che ora la Città Nuova è riconoscibile dai suoi vessilli fatti di cenci.

La nostra condanna all’eternità ci portò a vedere e vivere diverse altre cose che tralascio, ma negli anni a venire visitammo spesso quella chiesetta bianca ormai sconsacrata, eretta sugli scogli della piccola baia, là dove un tempo sorgeva una grotta. Il portoncino restava sempre aperto perché nessuno più si occupava della manutenzione di quel luogo e bastava scendere tre gradini per immergersi nella semioscurità fresca e sacra. A volte capitava di intravedere ombre che pregavano, simulacri di fedeli che per qualche motivo inspiegabile ancora non avevano abbandonato quelle divinità a loro volta cadute in disgrazia. Sulla sinistra, all’interno, c’era un altro spazio angusto, e nello spazio tre nicchie in cui riposavano le spoglie di tre santi. Le ombre ritenevano fosse giusto ricordare costoro e visitavano spesso quegli ambienti, e nella musica silenziosa del tempo esse accettavano di perdere i propri sogni.

Non saprei dirvi quale nuovo culto si fece spazio all’interno delle mura ma posso dire che la notte venivano accese luci flebili e si sentivano grida e sussurri, per questo non visitammo più il centro della Città Nuova. Posso dire che mi faceva paura proprio come la Città del Vento e la somiglianza con quest’ultima mi fece trascorrere intere notti a pensare. Uno spirito di belligeranza sommersa aleggiava in quei tempi, come se la guerra fosse imminente. Ma come si potevano fronteggiare due città costruite in quel modo?

Durante una di quelle notti di veglia infinita, per la prima volta dopo molto tempo sentimmo un rumore che avevamo dimenticato. Era come se qualcosa sbattesse sull’acqua morta. Qualcuno tra noi si ricordò che era lo stesso suono che faceva la barca del Cigno quando se ne era andato. Possibile? Era difficile scrutare dentro la nebbia ma ci mettemmo tutti a ridosso dell’acqua. Per molti minuti guardammo l’estesa salata ma la nebbia era così fitta da non darci speranza. Quel suono sembrava avvicinarsi sempre più e all’improvviso il vento si alzò con forza. Tornava a soffiare da levante e tutti sentimmo freddo. Poi la nebbia svanì rivelando qualcosa. Presto tutto si fece più nitido e fu allora che li vedemmo.

Arrivano a prenderci, disse uno di noi.

Erano loro. Ma se avessimo guardato meglio, dall’altra parte della baia, sulle mura della Città del Vento, avremmo visto il Cigno che ci osservava. Credo che avesse previsto il futuro, o forse si era giunti alla fine di quel tempo e della nostra condanna all’eternità. O magari tutte queste cose insieme. Di sicuro sapevamo che in questo modo si sarebbe compiuto nient’altro che il volere di un dio, una divinità che avrebbe riscritto un passato che la Città Nuova non aveva mai conosciuto ma in cui aveva creduto. A quelle genti il Cigno avrebbe rivelato che la tradizione non è altro che menzogna.

 

Vanni Lai

Immagine: William Turner, Venice, Moonrise