Kaise pan ama - Antonio Iannone

Prologo per immagini
Il vecchio custode del Kaiserpanorama, forse l’unico al mondo non già destinato alle cure degli ospizi museali, mi osserva a occhi bassi dalla sedia impagliata. Finge di dormire contraendo la nuca e la schiena nell’imitazione innaturale di un dormiente e le mani incrociate sul grembo; tira addirittura con il naso come un ronzio per simulare il lieve russare di uno avvinto dall’ebbrezza: ma finge. Mi avvicino per leggere l’insegna, un tempo luminosa: KAISE PAN AMA .


«Una moneta, signore. Soltanto una moneta». Una moneta di che tipo? «Di qualunque tipo, signore: le monete rispondono di un principio per così dire analogico».
Per quanto ne insegua lo spettro sin dentro l’angolo più remoto delle tasche, non mi riesce che di pescare un bottone. Non ho con me nient’altro: il portamonete l’ho dimenticato a casa. Sollevo le spalle: sarà per un’altra volta.
«No, signore. Non vorrei mai che te ne andassi…! Sarebbe me per me una colpa… entra. Mi ripagherai ascoltando una storia. Le immagini non hanno storia, lo sai? Come la natura».
Poiché non mi ero davvero voltato verso di lui, occupato com’ero tra lo sguardo e l’indagine, mi accorgo che tutto quanto ha riferito l’ha riferito dalla voce puntata verso il basso. Soltanto adesso solleva a fatica la grossa testa e dunque l’intero corpo.
È un uomo di enorme pinguedine. Mi sovrasta.

 

Custode:
Signore! Lo sai cos’è un Kaiserpanorama? Ascolta.

Un osservatorio sulle immagini, un
avamposto dello sguardo, un ricettacolo
dell’intuizione, una roccaforte del
colpo d’occhio, uno astuccio dell’impensabile
e poi
Un groviglio di non luoghi, un
compimento dell’utopia, una feritoia
del ricordo, un esodo dall’
inconscio, una benda sul discorso
sì: una benda sull’inconscio, un
groviglio sull’utopia, un compimento
del ricordo, una feritoia sul
discorso, un esodo dai non luoghi
e poi
Un astuccio del colpo d’occhio, un
osservatorio sullo sguardo, un avamposto
dell’intuizione, un ricettacolo dell’
impensabile, una roccaforte sulle immagini

Impone le mani sulle mie spalle e mi costringe a sedere.
«Sai cos’è uno sguardo?», dice mentre sollevo sulla testa la stoffa della prima lente, «un tentativo di interpretazione…».
Sono d’un tratto strappato dal suolo: e non posseggo radici: e non posseggo tradizione: e non posseggo Storia: e non posseggo…

Sogno in abito da lavoro
Sono vestito come adesso: non accade di rado che mi addormenti ancora bardato dell’uniforme. Soltanto da sveglio posso liberarmene, ma il tepore della casa mi avvince. Allora, da seduto che sono a osservare un luogo della parete – poiché non ho neppure ancora acceso il televisore – mi addormento. Mi «trovo addormentato», si dice in paese.
Sono vestito come adesso. Sperimento sul corpo l’inedia dell’attesa alle Poste; lascio dibattersi tra le mani, come per accertarne la presenza, una lettera. Non so ancora a chi devo spedirla o se debba reclamare uno di quei malintesi per cui è celebre la pubblica amministrazione.
Un uomo mi siede di fianco: ha appuntato sul petto, con una grossa spilla di quelle definite «da balia», la cifra del proprio turno. Zero-sette. Ricordo di averne una anch’io, stampata su un frammento di carta attraverso la pressione a caldo. Cinquantatré. C’è da aspettare. Penso che potrei svolgere una qualche commissione e coincidere infine con l’io fantasmatico del turno. Ma non ho commissioni da svolgere nel territorio del sogno.
Più lontano una ragazzina sta leggendo un libro di cui non riesco a decifrare il titolo. Lo conosco. Mi avvicino mentre sono inseguito dal suono dispettoso di un’alterazione nelle cifre. Zero-sette. L’uomo anziano abbandona la sedia e si dirige allo sportello. «Dovrei prelevare…», è tutto quanto riesce al mio udito di percepire.
«Ti piace?», la ragazzina solleva lo sguardo verso l’alto. In silenzio. Zero-otto. L’uomo anziano strappa la cifra dal petto e la abbandona sul pavimento. «Scusi», dico, «non mi sembra gentile…».
Ricevo un’occhiata soltanto. Senza risentimento, senza ostilità. Un’occhiata e basta.
Mi chino a raccogliere il frammento. Non vi avevo gettato che un’occhiata superficiale: quello che mi sembrava Zero-Sette, era invece non un numero, ma il grafema L-O.
La mia cifra è invece davvero cinquantatré.
Qualcuno tossisce in un fazzoletto di stoffa. La noia sopraggiunge finché il medesimo suono dispettoso non segnala il mio turno. Mi avvicino allo sportello.

Mi sollevo a fatica dall’abitacolo di stoffa. Fluttuo tra due estirpazioni: né il sistema degli uomini desidera che solletichi la mia etica al regime delle immagini, né quest’ultimo mi riconosce nell’imbroglio di luci non orientate del primo.
Che Kaiserpanorama è mai questo, se le immagini invece che rispondere di una certa plasticità, oscillano e dondolano nell’illusione della vita?
Custode: «È la plasticità che desideri?»
Il sedile si sposta verso destra e sono costretto alla scena dell’occhio che osserva.

Flânerie archetipica
…una coppia non si tiene per mano. Un anziano regge il cono gelato di sua nipote: il pistacchio gli gocciola sulle scarpe. Un mendicante chiede l’elemosina. Una donna la concede, sorridendo. Un’altra donna corre via, infastidita. Un commesso del negozio di dischi piange senza ragione. Il nonno cede di nuovo il gelato alla bambina. Una coppia si tiene per mano. Un secondo mendicante si avvicina al primo intimandogli di abbandonare l’angolo di strada. Un uomo indossa una maglia acquistata in America. Un ragazzino ha sporcato nel fango le scarpe buone: come fare a non prenderle? Il cane di nessuno si sposta da un acquitrino all’altro. Un marito nasconde un segreto: lo nasconde così bene che non lo ricorda. Un aspirante scrittore ascolta le voci della città. Un secondo aspirante scrittore sta leggendo su una panchina. Il primo mendicante si solleva, ma invece di raccoglie «la sua roba», come gli ha intimato l’altro, lo getta a terra con il peso del corpo. Una bambina con una lunga treccia sulla spalla destra si ferma a osservare la rissa: osserva quel giorno la nozione di coacervo. Il primo scrittore: «è un coacervo». La prima coppia si tiene per mano. La Natura produce nuovi frutti. Uno dei membri della seconda coppia avvolge un braccio intorno alla vita dell’altro. Un uomo adulto filma la rissa con uno smartphone. Un sacerdote si sposta a passo svelto da una curia all’altra lasciando svolazzare la tonaca: alcune signore affermano che si sposti così velocemente proprio per adeguarsi all’immagine di una tonaca increspata dal vento. Le stesse pigolano. Un uomo dice a un altro: «sei giunto appena in tempo!». Il secondo medicante si avventa sul primo. L’uomo con lo smartphone decide per l’intervento delle forze dell’ordine. Un ragazzo grasso e dalle gambe storte corre in pantaloncini. La prima coppia non si tiene più per mano. La seconda neppure. Una terza coppia emerge dalla soglia di un caffè. No, una madre e suo figlio. Un uomo racconta a un suo amico di quando due mendicanti si sono presi a schiaffi, proprio lì, dove sue mendicanti si stanno prendendo a schiaffi. Tre gatti passeggiano insieme. Il cane li ignora. Il bambino con il gelato e la bambina con la treccia si scorgono da lontano nella particolare disposizione dei bambini nel riconoscere i propri simili. Un fisico teorico considera di bruciare i propri libri di filosofia. Una donna si lamenta al cellulare, la segue una ragazza più giovane. Una seconda donna è preoccupata dell’uomo che sembra pedinarla. Un poliziotto si avvicina ai mendicanti. Curiosi osservano. Un gruppo di adolescenti mistifica le proprie esperienze sessuali. Un secondo gruppo di adolescenti ascolta dal cellulare un brano registrato da un coetaneo. Piccioni tubano. Il tempo trascorre senza interesse: un uomo è in ritardo, una donna in anticipo; qualcuno è «giunto giusto in tempo». Un pazzo canta una canzoncina dal titolo: Il difettuccio. Una mano dal primo gruppo di adolescenti gli getta una moneta nel cappello. Due testimoni entrano in tribunale. Una donna ha appena scoperto la propria infecondità: si riconosce «inspiegabilmente felice». Il poliziotto divide i due mendicanti: questi se ne vanno per due strade distinte prima di appartarsi ad angoli paralleli…
Mentre tutto accade un aereo rumoreggia sulla testa dei passanti: sebbene nessuno possa scorgerlo, il pilota scruta in basso a bocca aperta. Così, di inconsapevole rimando, ciascuno dal proprio abitacolo interiore solleva la testa in alto anch’egli a bocca aperta.

Mi permetta di affermare, signor Custode, che il suo organo non rifiuta i caratteri del mefistofelico!
Custode: «Organo, ha detto? Quest’etimologia non mi dispiace».

Eternalismo o presentismo?
È anzitutto necessario convenire che una poltrona adagiata in un campo d’alberi lasciato incolto non potrebbe essere definita, come il lettore già crede, la stravaganza di una mente invischiata in una peculiarità. La poltrona, nel tuo tendaggio ocra e nella promessa di comodità sottesa al cuscino e allo schienale imbottito, è anzitutto un’immagine. Nessuna profondità vi sottende davvero, tanto che si potrebbe dirla dipinta.
Poltrona su natura morta.
Non vi è seduto ancora nessuno, ma lo spettatore inesistente osserva soltanto ciò che i suoi occhi sono capaci di vedere. Tutto quanto gli si nasconde alle spalle non può che indovinarlo. Una poltrona, dunque, adagiata nel cratere di una natura – si potrebbe dire – incontaminata.
A chi appartiene anzitutto la voce che parla? All’occhio, forse, che osservando dalla lente l’immagine a cui è costretto, si crea alla bell’e meglio alcuni giudizi? Sì che di giudizi, chiunque si relazioni all’immagine, ne è pieno…!

Un attimo. È inaudito che un occhio sia invischiato – che dico? impaludato – anch’esso nella narrazione. Se l’occhio che guarda, mi ascolti, è anche la bocca che parla: di cosa parla, la bocca che parla? E che cosa guarda?
Signor custode…? Signor custode…?

Chi avrà mai sradicato l’oggetto dal proprio contesto per costringerlo - semantizzarlo in un luogo così insolito? Si è forse trattato di una provocazione? Lo sradicatore di poltrone ha forse agito con l’intenzione di scandalizzare?
E chi, poi? I quieti animali che zampettando da un pascolo all’atro, per cui tutto non è che un tavolo sempre apparecchiato a festa? Per non parlare delle deiezioni…!
Ecco che mentre osservo, l’oggetto si altera: si trasforma: si rinnova – la reificazione è annientata nel divenire.
Il primo stato è quello osservato a colpo d’occhio. Il secondo stato ne è una particolare alterazione. La poltrona, prima integra, è d’un tratto circondata di fiamme alte fino al cielo.
Un occhio che utilizza espressioni figurate, poi!
Il terzo stato prevede una sintesi tra i due. Della poltrone non resta che lo scheletro di fondamenta, tenuto in piedi dalla consuetudine delle leggi fisiche.
I tre stati, invece che separarsi in una distinzione cronologicamente corretta, sia pure quella del rovescio (terzo, secondo, primo), si affermano invece in un tempo solo a cui si nega la definizione di “presente”.
Tutto si annuncia nell’istante dell’esaurimento, tutto si esaurisce nell’istante dell’annuncio. Adesso di’, osservatore: la poltrona brucia?

Quando distolgo lo sguardo, il custode mi ha abbandonato. Tanto vale…

Il difettuccio
…un pazzo canta una farsa dal titolo: Il difettuccio.
Il pazzo:
Io tengo il difettuccio
me lo porto tutto il dì
Io tengo il difettuccio
me lo tengo – tutto qui…!
Io tengo il difettuccio
nella testa, nella testa
Io tengo il difettuccio
sono un grillo con la cresta…!

Strappo il copricapo che mi compromette con lo strumento. Che un Kaiserpanorama si dimostri in movimento, posso accettarlo; persino che accolga alcune mie interpretazioni psichiche in forma di dialogo. Ma che esprima una musica – e musica da farsa! – non lo ammetto. Nessuno si sveglia e passeggia al fine di essere preso in giro da un custode contro cui non si può neppure gridare perché ha donato i propri servigi.

Io tengo il difettuccio
ma è questione di genetica
Io tengo il difettuccio
e mia madre è una famelica…
una famelica…?
una famelica…?
Io tengo il difettuccio
lo conservo bene bene
Io tengo il difettuccio
e mio padre è brigadiere
Io tengo il difettuccio
di cerniera proletaria
Sovverto la serrata – e mando tutto all’aria!
Perchéééé… il difettuccio
è tutto tranne -uccio
e tutti mi chiedono se
mi fastidia, mi fastidia
e tutti mi chiedono se
mi fastidia, mi fastidia
essere oggetto di amare discussioni dentro cui sono costretto mio malgrado. Discorsi scientifici e precisi delle più argute discipline d’occidente. E uno: psichiatria. E due: giurisdizione. E tre: geometrie delle passioni. E quattro: filosofia. Mi fregio, lor signori, di aver annientato nientemeno che il conflitto delle facoltà.
Se ancora godo di un pubblico è in quanto il mio difettuccio allieta le vostre giornate. Vi raccomando, allora: non lesinate una moneta nel cappello. Qualsiasi moneta, signori. Qualsiasi moneta.
Io tengo il difettuccio…

La trama
Dalla finestra della camera d’albergo in cui afferma di essersi ritirato per la stesura di un nuovo romanzo sull’Intelligenza Artificiale – così ha annunciato all’editore, «mi ritiro in una camera d’albergo per la stesura di un nuovo romanzo sull’Intelligenza Artificiale», tanto che quest’ultimo ha dichiarato la propria disponibilità nell’indagine sul’«l’albergo più silenzioso del paese» - lo scrittore, adesso che ha riposto gli appunti dentro una cartella di un cloud d’archiviazione, osserva le teste e i nasi dei passanti. Non ha mai compreso l’interesse dei suoi colleghi per quel brulichio di piedi su strade e marciapiedi, quell’antropologia individuale: se qualcuno si ritrovasse per strada e desiderasse registrare gli episodi della biografia di ognuno, facendo del lettore la voce che lo scrittore è costretto a udire quando scrive e che gli detta tutto quanto serve al suo mestiere, potrebbe trarre decine di romanzi soltanto intessendo trame bel riposte negli argini della vita. «Si potrebbe diventare ricchi…», pensa: e lo sguardo gli cade su un ragazzo che osserva nella sua direzione.
Dalla strada il ragazzo seguiva in cielo un palloncino d’elio dalla forma di un eroe dei cartoni per bambini che, scivolato dalle mani di una madre, aveva presto vinto la gravità prendendo ad ascendere più in alto di quanto gli uomini abbiano costruito i propri appartamenti. Lo spettacolo aveva in verità impressionato più di un passante, costretto ad arrestare le proprie occupazioni per gettare uno sguardo in cielo: persino un sacerdote, e non lo si prenda come uno scherzo o un’eresia, si era rivolto all’alto per una ragione diversa dalle solite invocazioni. Lo sguardo del ragazzo aveva incontrato per caso quello dello scrittore: se ne stanno ora a guardarsi senza riconoscersi. Una particolarità tuttavia disturba l’intessersi dell’armonia: uno degli occhi del ragazzo punta in modo piuttosto evidente verso sinistra. Così che da un lato mantiene il gioco dell’etica, dall’altro si libra verso territori inediti.
Da un’auto, a causa di un lieve declivio di prospettiva, un uomo mantiene lo smartphone in una inclinazione a prima vista innaturale. Sta scrutando la superficie per assicurarsi che non vi sia nessun graffio dopo la caduta dell’altro giorno dalla sua camera al primo piano: lo sguardo parziale del ragazzo si rifrange contro la superficie fino a incontrare quello dell’uomo. Appena un istante: costui si si sposta impercettibilmente e di nuovo non osserva che se stesso. Finché non solleva la testa allo specchietto centrale dell’auto: una donna guarda nella sua direzione.
Da un secondo angolo della strada, la donna discute a un auricolare: «Tuo fratello ha giu-ra-to che avrebbe smesso…!», e senza ascoltare alcuna confutazione, afferra il cellulare dalla tasca e abbandona il colloquio. Mastica una chewing-gum, di quelle alla fragola ma sugar free, annuncia l’involucro gettato nel cestino: prima che il frammento oltrepassi la soglia tra la superficie e gli avanzi, un ragazzino vi getta uno sguardo indifferente, inaccorto.
Dal monopattino, dandosi la spinta con un piede sull’asfalto, attraversa la città per nascondersi dai genitori cui ha deciso di muovere uno scherzo. Non sono forse stati ingiusti con lui incolpandolo di un crimine commesso dal fratello? Sempre benvoluto, lui…! Soltanto perché…, non serve dire altro. Ancora resiste un nascondiglio all’interpretazione. Si nasconderà sino a sera perché si preoccupino – anzi, si disperino. E sarà allora fatta giustizia…! Ma ecco che avverte un dolore all’orecchio sinistro, come di una mano che lo tiri verso l’alto, una mano conosciuta.
Una seconda mano lo costringe a incontrare un paio d’occhi: «ah, sei qui?»; la stessa volteggia nell’aria per gravare su una delle sue guance, «non permetterti mai più di allontanarti, altrimenti ne avrai quante tuo fratello…!». Lo allieta che il dolore sia stato almeno condiviso. La donna dalle mani discorsive si scorge tra lingue-di-gatto di una pasticceria. «Aspettami», dice prima di entrare ad acquistare il perdono dei bambini. Il riflesso della vetrina incontra lo sguardo di un anziano dall’altra parte della strada, ma l’anziano non vede, perché le orbite custodiscono, invece che due occhi, due biglie miniate con tale manodopera che quasi ci si meraviglia non esprimano la potenza del guardare.
Un urto di un ciclista inaccorto ne estirpa una, la cui discesa si conclude non già sulla strada come chiunque avrebbe indovinato, bensì sul folto dorso di un cane. Così zampetta per tutta la città conducendo con sé una biglia a forma d’occhio, mentre la padrona se ne sta a testa alta perché «non ha nulla da invidiare» alle ragazze di buona famiglia. Potrà camminare anche lei, dopo aver indossato l’abito della domenica, come la pare o dovrà forse dar conto a ciascuno della propria genealogia? Rivolgendosi a un uomo: «mia madre era una puttana, mio padre un ubriacone: ma quale congiura ha fatto l’oggetto del vostro biasimo?».
L’uomo è già lontano quando la donna, cui si donerà presto la definizione di una pazza («per strada una pazza mi ha gridato contro qualcosa…!») solleva lo sguardo per liberarsi dal peso della narrazione. Non sa che gli occhi dello spettatore preferiscono il bulbo invischiato nel pelo dell’animale e attende dunque. Cosa attende, lo spettatore? Un evento.
Ma il cane si disinteressa di appagare qualsivoglia desiderio e zampetta a muso basso verso il parco.
Finché…

La lente mi rigetta lontano, a terra. In un moto piuttosto singolare, preparato forse dai sobbollimenti impercettibili all’occhio, si gonfia sino a raggiungere una perfetta concavità.
E per un istante appena – l’istante che precede l’energia della condanna – mi osservo, mostruoso e deforme alla medesima lente che sembrava annodarmi al racconto.
Mentre al mio sguardo era spalancato il cratere del discorso, la lente annunciava la mia condizione.

…ma sarebbe meno dolente la veglia se potesse adeguarsi davvero al sistema del sogno: se dormendo non si sognassero quelle stesse cose osservate da svegli, soltanto adornate di maggior partecipazione: non basta anomalia per vagheggiare la differenza…
Cosa ha a che fare tutto questo con me? Questo, intendo: vedere da seduti.
Osservo un uomo di schiena godersi uno spettacolo cui non partecipo: dal modo in cui sposta il rovescio del corpo sembra divertirsi molto. La città ha coniato un’espressione interessante per dire la stessa cosa: «divertirsi un mondo». Al centro della schiena, come un occhio che non abbia più saputo ritrovare la strada per il viso (appena sopra il naso), l’uomo custodisce una lente. L’uomo, penso – la scrittura è redazione del pensiero immediato, come adesso – sin troppo incline all’antropologia. La lente si mantiene piuttosto da sola, incastonata nella schiena.
Vi ripongo l’occhio, credendo di essere coinvolto nell’oggetto. “Presta attenzione”, dice invece un’insegna, cui segue una seconda: “E dunque restituiscila”.
Ma a chi dovrò mai restituire l’attenzione prestata? Sono invischiato in un bel gioco di parole…! Un gioco senza soggetto. Mi accorgo, tuttavia, di un avvenimento interessante. Quando sposto lo sguardo da un angolo all’altro dell’immagine, lasciando vagare la pupilla per la superficie, produco una sequenza di lettere, le quali si dispongono nell’ordine in cui le penso.
«Non potrei più semplicemente fare attenzione?», scrivo. L’immagine deve aver presagito il mio debole tentativo di emancipazione dalle responsabilità dei giochi, poiché risponde: “Non si può semplicemente fare attenzione: si può farla soltanto difficilmente. Per questo è richiesto che l’attenzione sia prestata”.
Un po’ sbadatamente, ancora dentro la macchina, penso che in questo modo non si potrà mai affrancarsi davvero dal gioco, e prima che la considerazione si esaurisca, eccola bella che trascritta sulla superficie dello schermo: «In questo modo non si potrà mai affrancarsi davvero dal gioco!». Ho davvero pensato in modo così assertorio? Non era mia intenzione, ma il dispositivo ha già restituito la sua ennesima arguzia: “Ci si potrà affrancare soltanto per finta”.

La trama, ripresa
Finché un secondo cane, molto meno curato del primo, un cane di cattiva famiglia di quelli considerati bastardi, anch’egli con un occhio in equilibrio sulla schiena, abbaia al primo con tanta ostilità che questi è costretto a reagire con ostilità ancora maggiore per non dare un dispiacere alla padrona. Così, nell’agitazione della lotta, i due bulbi si sradicano e rotolano insieme sino a un punto indefinito della strada, interrotti da un cieco in atto di reclamare una moneta d’elemosina.
Avvicinando l’orecchio, ecco che recita: «Qualsiasi moneta signore, qualsiasi moneta». Eppure, nonostante l’invocazione così poco particolare per l’oggetto di uno scambio, il cappello trattenuto al suolo è pressocché vuoto, eccetto che per un paio di bottoni scivolati forse per caso da una camicia ignota.
Furtivo, come rubandoli a qualcun altro, il cieco – un cieco che mendica si dovrà designarlo cieco o mendicante? – raccoglie gli ordigni lasciandoli cadere in una tasca del travestimento. Soltanto quando l’ora del pranzo libera la strada dagli avventori e dai possibili compassionevoli, solleva gli occhiali, scosta la benda e…

Quest’opera non ha trama! non ha trama! soprattutto: non ha soggetto!

Nascosto dalla benda è tutto l’oro del mondo, risplende dalle cavità emanando un allarme di luce. Ma quell’oro non si può scambiarlo né farne oggetto d’economia: persino l’oro, quando si invischia in un corpo, partecipa alla giurisdizione del dispendio. Circola nell’imitazione del sangue e degli impulsi elettrici, tanto che si potrebbe dirlo in movimento.
Tutt’intorno alla superficie è scritto: “L’oro che risplende non è l’oro che si spende”.

 

Antonio Iannone

Immagine: Joseph Cornell