Danzando come un’opera d’arte - Emanuel Carnevali

Credevo che fosse giunto il tempo per una pestilenza di poeti – la fine delle canzoni, delle odi, dei poemi, dell’intero putrido castello. I poeti lasciano i loro escrementi ovunque, come passeri disperati.

Ero stufo dei teneri cuori che i poeti portano con ostentazione nelle loro mani, sanguinosi trofei della loro guerra con la vita – cuori portati su tutte le autostrade e le strade secondarie della vita, con le bocche sanguinanti che gridano “aiuto, aiuto!”, anche se già sanno bene che nessuno li ascolterà mai (chi diavolo ascolterebbe mai un poeta, se non un altro poeta?). Da un lato, giace il grande Mondo, dall’altro vi è il piccolo poeta con le sue parole infinitesimali; il Re della forma, l’infaticabile ballerino. L’artista non vede che il suo dominio è vuoto, il suo impero è muto, il suo regime è disordinato, la sua danza è disarticolata. Oh, gli artisti, questi fotografi dell’amore, questi produttori di film d’avventura! Troppe parole sono state già dette, troppe frasi sono state scritte, troppe canzoni cantate ad alta voce, troppe danze danzate. L’artista parla di Dio come se fosse una persona qualunque, lo considera suo cugino, sia che Lo preghi che Lo insulti. E l’artista ha così tanto bisognoso di Dio, ha un bisogno così amaro che Dio ascolti le sue piccole parole…

Ho trent’anni. L’altro giorno ho incontrato un ballerino. Aveva gli occhi azzurri, la bocca femminea e la voce morbida in modo nauseabondo. Si chiamava Mister Snake. Mi spaventava quando alzava il braccio, con il gomito piegato e la mano rivolta verso l’esterno che saliva perfettamente in linea orizzontale; e quando ha eseguito una perfetta piroetta con le gambe, sono scoppiato a ridere. In altre parole, la sua danza mi piaceva e mi interessava.

«Mister Snake, voglio imparare a danzare».
«Caro il mio uomo, danzare è un’arte, la somma di tutte le arti».
«Di questo non m’importa molto».
«Importa moltissimo a me».
«Ah, vecchia volpe!», dissi, con una smorfia d’intesa. Poco dopo, me ne andai a casa. Mentre camminavo, la smorfia mutò in imbarazzo, e quando le stelle, lì su nel cielo, risero sopra la mia goffa testa, la smorfia si congelò. Ma, alla fine, essa assunse il suo aspetto definitivo, trasformandosi in un ghigno di paura, quando vidi la luce della luna infrangersi contro una porta e scivolare sul marciapiede spazzato dal vento.
Devo imparare a danzare. Avrebbe fatto bene alle mie gambe, alle mie braccia, al mio aspetto esteriore, e poi avevo sempre desiderato, desidero da sempre quella disinvolta eleganza che… devo imparare a danzare.

Mi toccai le ginocchia. I miei occhi osservarono il rozzo sacco dei miei pantaloni senza alcuna forma, vidi i piedi che si muovevano nelle mie scarpe troppo larghe e immaginai, con un’improvvisa fitta di dolore, i miei tacchi logori. Devo imparare a danzare. Io me ne stavo là, con le braccia ciondolanti, le mani pesanti, incontrollate e forse incontrollabili, le gambe sempre un po’ piegate in fuori, il ventre incavo, le spalle curve. Mentre camminavo la mia testa beccava l’aria, come quella di una gallina indifesa. Vent’anni di goffaggine mi si rivelarono improvvisamente in un concentrato di disperazione e alzai una mano maledicendo me stesso. Ma il braccio salì lento e disarticolato, senza una direzione, rifiutandosi d’esser proiettato in un gesto. In nome di Mister Snake, che stava succedendo? Dove stavo andando? Perché, in verità, il mio corpo non mi seguiva! La testa da una parte, il torso da un’altra, le ginocchia da un’altra ancora! Che cosa stava succedendo?

Ero la bruttezza fatta persona, una cosa che andava alla deriva, una contraddizione ambulante. Ero stato inconsapevole di una grande, ridicola assurdità e ora essa, senza che io me ne rendessi conto, mi aveva plasmato. Che io sia maledetto! Pensavo di essere diretto da qualche parte – lungo le estatiche strade incoronate dal bagliore dei lampioni – e il mio corpo non mi seguiva. La mia forma non mi seguiva, io non seguivo me stesso. Ero soltanto un’ombra, quella del Signor Visionario che un tempo mi aveva ispirato, o una qualunque altra ombra. Ero una deformazione contratta sulla strada, verso lo splendido luogo che avevo immaginato un giorno… un giorno bellissimo – oh, ricordo quel gesto, ricordo la danza che allora iniziai.

Dio, ero una deformazione contratta, e ciò che mi aveva contorto in quel modo era allo stesso tempo la mia condanna e la mia fine! Non avrei più potuto imparare a danzare. Oh, se ora alzo un dito, non so da quale punto del mio corpo incominci quel gesto dentro di me! Non puoi cambiare ciò che è sepolto dentro di te. Non a trent’anni. Mister Snake, che cosa può fare per me? Come ho fatto a non essere consapevole di ciò che mi ha ridotto così? Ma sì che lo ero, certo che lo ero. Posso essere salvato. Mister Snake… Ah, vattene al diavolo, non ho bisogno di te! Imparerò, imparerò. Stelle onnipotenti, occhi posati su questo mondo, veggenti, giudici: GUARDATEMI!

E così mi sollevai. Costrinsi il mio corpo in un gesto assoluto di immobile contrizione, sapendo che se fosse stato autentico, avrei sconfitto la mia antica goffaggine, che affondava le sue strane radici nella fradicia profondità di me stesso. Perfettamente immobile, tra lacrime, fremiti e un sudore mortifero, da ogni poro del mio corpo trasudavano gli anni di sudiciume che mi avevano incatenato. Non so come sia possibile che io non sia morto. Fu allora che mi vergognai di tutte le parole che avessi mai confessato agli altri; fu allora che la schifosa bugia che avevo sempre chiamato “la mia impetuosa natura di ingenuo” assunse un aspetto che mi spaventò in un modo che le parole inventate dagli uomini non possono descrivere; così me ne stetti in piedi ad aspettare, umile davanti alla pattumiera che mi guardava con la bocca spalancata mentre liberavo me stesso. E le stelle ridevano follemente – a meno che non fossero i miei occhi a essere folli.

Poi mi mossi. Voi lo sapete, c’è una qualche grandezza in me, voi lo sapete che io l’ho sempre visto, il faro che risplende lontanissimo – da un piccolo infinito, oltre la fine di ogni strada, oltre il dosso di questo cammino che precipita nell’abisso, accompagnato verso la perdizione da una processione di lampioni. L’ho sempre vista, la debole luce soffusa nella nebbia, pensando che non fosse altro che questo, una debole luce soffusa nella nebbia. Ma ora, sul tetto di una casa una stella risplendeva, un buco rivelava che il cielo è un palazzo di diamanti, coperto da un panno blu. Be’, mi dovevo sbrigare, ero allo stremo delle forze. Mi librai in volo, vorticai nell’aria, descrivendo una perfetta parabola con l’abito della notte e…
CRACK!
Caddi contro il fianco di una casa e mi spezzai le ossa. Rimasi appeso, a brandelli, ad alcuni fili per stendere, finché non vennero a prendermi. L’ultima cosa che vidi sulla terra fu l’orribile bocca di una finestra spalancata che aveva sbadigliato per cinquant’anni.

Durante la crisi, credetti di ripercorrere i secoli in cerca del mio volto, perché, per me, perdere la mia realtà significava perdere il mio volto. Sentivo di appartenere, follemente, al diciannovesimo secolo più che a tutti gli altri. Il diciannovesimo secolo è stato un secolo di maschere: le maschere della poesia, Paul Verlaine, Arthur Rimbaud, Verhaeren, Carducci, Leopardi – tutte più o meno folli, tutte più o meno malate; e poi c’era Baudelaire, completamente pazzo. Le maschere della musica, con Schumann, Beethoven, uno pazzo e suicida, l’altro sordo; e Donizetti, anch’egli pazzo. Penso con amore al suicidio di Van Gogh e alla filosofia di Nietzsche.

Ora, credevo fermamente di essere l’Unico Dio. Ma nessun dio è mai stato più umile di me, e nessun dio ha mai commesso errori peggiori, e nessun dio è mai stato brutto come lo ero io. Nessun dio mi ha mai soddisfatto come è riuscito a fare questo Dio improvvisamente concepito, nessun dio è mai emerso così spontaneamente alla vita, e nessun dio ha desiderato i colori del mondo così appassionatamente come li desideravo io. Credo che nessun dio sia mai stato buono come lo ero io, e quando parlo di divinità lo faccio nel senso più ampio possibile, a volte enorme, magnifico, qualcosa di così grande che neppure io ne conosco il nome. Eppure, ora che tutto questo è passato, sembra inutile, incredibile. Ero terrorizzato dal modo totalmente nuovo con cui vedevo la luce dalla finestra, una luce così eterea, una luce così fragile, debole e tremolante che emergeva dalla finestra.

Credevo di essere morto, o di stare per morire, o comunque di essere prossimo alla morte. I rumori assunsero un altro significato, ma il più terribile fra tutti era proprio quello della mia voce. Urlai con quanta più forza possibile la mia pazza formula di divinità, ripetendo che ero, per me stesso e per tutti gli uomini, il Primo Dio, l'Unico Dio, ero una nave piena di spezie giunta all'improvviso in porto. Io ero l'unico apostolo della mia stessa religione: rispettavo il sole e la luna anche se, nel mio fiero orgoglio, non avevo bisogno di nessuno dei due. Avevo sempre odiato la raffinatezza e ora piangevo e gridavo in onore della semplicità; la semplicità era l’unica cosa che non poteva essere scambiata per pura idiozia. Per essere un dio, un vero dio, bisogna essere colmi di cose semplici: questo era il modo più semplice per raggiungere la perfezione di un essere divino.

Accadde mentre stavo leggendo un libro di storia cinese: improvvisamente, il nodo della disperazione e dello sgomento si allentò in me e l'intera stanza vacillò; e io mi alzai in piedi, ubriaco. Stavo impazzendo, e io lo sapevo. Ogni vestigia di realtà mi stava abbandonando, barcollavo e inciampavo, impotente e in un mondo incerto. Corsi fino a casa di Sherwood Anderson e gli chiesi di darmi qualcosa da mangiare, pensando che l’azione meccanica del mangiare mi avrebbe riportato alla realtà. Divorai il cibo che mi offrì, ma non servì a nulla. Con la scusa che sua moglie sarebbe tornata presto a casa, e preoccupato che si sarebbe potuta spaventare vedendomi in quello stato, Sherwood Anderson mi cacciò garbatamente di casa. Annaspai fuori, nella neve, ubriaco per quei terribili sintomi di follia, vagando per strade che mi erano da sempre note e da sempre sconosciute. Avevo per compagne la tremenda Paura delle Paure, quella di non essere più in grado di capire il significato delle cose e la Miseria di tutte le Miserie, quella di capire che era scomparsa in me la facoltà di distinguere una cosa dall’altra e perfino la volontà di distinguerle. Sento ancora gli orrendi rumori che facevo mentre mi trascinavo per strada, il grugnito che scambiavo per poesia, e il pianto, il pianto più disgustoso del mondo.

Adesso sapevo che soltanto l’orgoglio aveva tenuto Sherwood Anderson inchiodato davanti a me, ad ascoltare le mie lagne e i miei discorsi, perché certamente lui di me aveva sempre odiato tutto e i suoi occhi lo dicevano con chiarezza. Eppure, io ero andato da lui a chiedergli l’orribile carità di essere compreso nel momento della crisi. Fuori, nella neve, dissi di nuovo ad alta voce: «Ora quell’angolo cesserà d’essere un angolo, quel lampione non sarà più un lampione; quella fogna non scorrerà più col suo carico d’acqua sporca, perché l’amato elenco delle cose comprensibili è andato inavvertitamente distrutto; perché in questo immacolato pezzo di cielo una vite si è allentata, un dado spanato, una rotella è andata fuori posto, e nell’intera macchina della realtà è saltato l’interruttore». Dicevo: «Poiché io sono pazzo o lo diventerò tra poco, è impossibile che io riesca di nuovo ad afferrare la realtà». E allora qualcosa di strano accadde o non accadde: sentii che uno dei miei occhi non si chiudeva, che non si sarebbe mai più potuto chiudere, e d’ora in poi avrebbe agito indipendentemente dall’altro.


Emanuel Carnevali


* * * * * 

Ringraziamo D Editore - e in particolare Roberta De Marchis - per aver reso possibile questa pubblicazione in esclusiva. 

«In un certo senso, leggere Carnevali è come visitare uno scavo archeologico: possiamo camminare tra i resti disassemblati di un antico popolo, ma la loro rappresentazione resta un atto creativo. È per questo che ci siamo rivolti proprio all’archeologia per poter far emergere il suo lavoro nella sua completezza, utilizzando un processo di anastilosi per poter ridar luce ai reperti che giacevano al suolo tra loro separati. L’anastilosi è, infatti, un processo di ricostruzione di edifici e opere d’arte ottenuta mediante la ricomposizione dei singoli frammenti originali».

(Dalla nota del curatore Emanuele J. Pilia)

Racconti RitrovatiEmanuel Carnevali. D Editore, 2019

(traduzione e cura di Emanuele J. Pilia. Prefazione di Emidio Clementi. Cover di Martina Marzadori)

 

racconti ritrovati


POTREBBE INTERESSARTI:

Il primo e l'ultimo dio: chiacchierata con Emidio Clementi