Mai Morti #17 - Domenico Caringella

I Mai Morti sono i vivi di allora, quello che noi saremo per i vivi di poi. Mai Morti è una rubrica di TerraNullius. Mai Morti è un libro pubblicato da Dissensi Edizioni nel 2012, a cura di Marco Lupo e Luca Moretti. I coccodrilli di morti suicidi o morti di fame o morti di noia ritornano nella rete. Che il loro spirito possa strisciare nelle nostre carcasse biodinamiche.

I Mai Morti sono bastardi del tempo che hanno vissuto, figli di una letteratura minore. Sono famosi o non lo sono. Sono esistiti o non lo sono. Sono scrittori o imbianchini, sono stati punti neri sulla scacchiera bianca o sono stati al margine, non importa.

Oggi è la volta di Matthias Sindelar, Ernest Otton Wilimowski e Hermann Graf riesumati da Domenico Caringella.

 

 

I. L'EROE
Matthias Sindelar (Kozlov, 10 febbraio 1903 – Vienna,23 gennaio 1939)

 

23 gennaio 1939, Vienna
Matthias Sindelar, per alcuni il più grande calciatore del mondo, viene trovato morto da un suo amico, Gustav Hartmann, nel suo appartamento di Annagasse. È nudo, sul pavimento. Accanto a lui giace una ragazza ebrea, Camilla Castignola. La versione ufficiale, architettata con solerzia e superficialità esemplari, e che immancabilmente finirà poi per non soddisfare i più, accusò dell'uccisione un nemico invisibile e silenzioso, il gas di una stufa difettosa, scagionando il colpevole designato dalla Storia, il nemico più rumoroso dell'eroe di Favoriten, quello che strepitava da più di un anno per le strade di Vienna, l'invasore nazista. Sapientemente, il rapporto della polizia sarebbe andato perduto durante la guerra. Forse per occultare. O forse solo per fare leggenda.

 

9 giugno 1938, Parigi, Parc des Princes
Il sogno della nazionale di calcio del Reich di Sepp Herbeger, nonostante gli innesti in extremis di alcuni maestri austriaci (manca però il migliore di tutti, Sindelar), si infrange subito sulla scogliera degli ottavi di finale, contro la neutrale indifferenza della Svizzera: finisce 4 a 2.

 

3 aprile 1938, Vienna, Prater Stadion
Leni Riefenstahl, probabilmente su diretto incarico del Ministro della Propaganda Joseph Goebbels, è al Prater di Vienna per riprendere l'ultima partita della nazionale austriaca contro la Germania, l'epilogo di una squadra a breve distanza da quello di una intera nazione, un piccolo Anschluss che prevede l'immediato assorbimento del Wunderteam danubiano nella squadra del Reich, in vista dei mondiali che quello stesso anno, a giugno, si terranno in Francia. Aerei della Luftwaffe incrociano sullo stadio, in alto, festosi e minacciosi allo stesso tempo. Gli austriaci contravvenendo agli accordi, vincono 2 a 0. Segnano Matthias Sindelar e il suo compagno di squadra nell'Austria Vienna, Karl Sesta, gli unici tra i ventidue in campo che alla fine, di fronte alle autorità non scatteranno nel saluto nazista, ma rimarranno "immobili, le braccia allungate sui fianchi". Quando Herbeger offrì a Sindelar, come aveva già fatto con Hans Mock, Josef Stroh, Zischek, e come avrebbe fatto l'anno dopo con i polacchi Wilimowski e Dytko, la possibilità di continuare a giocare con la casacca della Grande Germania, conosceva già la risposta e sapeva che avrebbe dovuto rinunciare all'attaccante più forte che avesse mai visto.

 

7 dicembre 1932, Londra, Stamford Bridge
«Abbiamo vinto solo 4 a 3. E ho visto il giocatore più forte che mi sia capitato di incontrare. Si chiama Matthias Sindelar. È magrissimo, segaligno, aguzzo; quasi trasparente. Serio anche quando sorride; o forse è il contrario, tanto non cambia. Ha segnato un gol strabiliante. Ho sentito dire che faranno di tutto per portarlo qui da noi. Ma ho la sensazione che non si muoverà mai dal suo paese; magari è uno di quelli che se potesse scegliere morirebbe nel posto dov'è cresciuto. Gliel'ho letto in faccia, è uno che non tradisce.» (Billy Walker, capitano della nazionale inglese)

 

Gennaio 1921, Vienna, quartiere di Favoriten, Quellenstrasse, Stadio dell'Herta ASV
«Chi è quel portento?»
«Si chiama Sindelar».
«Gschropp?!»
«Sì proprio lui, il "nanerottolo"»
«È cambiato moltissimo. Sembra fatto di carta, per quanto è magro, piuttosto».
«Vuol dire che potranno piegarlo quanto gli pare. E che dovranno bruciarlo se vogliono fermarlo».

 

II. L'ANTIEROE
Ernest Otton Wilimowski (nato Ernst Otto Pradella, Katowice, 23 giugno 1916 – Karlsruhe, 30 agosto 1997)

 

Ci sono stati polacchi, come il compositore Oginski, che di fronte all'ennesimo oltraggio della propria terra sono fuggiti, lanciando dietro di loro uno sguardo carico di malinconia. Altri, invece, hanno deciso di restare, di fissare dritto in faccia l'usurpatore e tendergli la mano.
Ernest Wilimowski appartiene alla seconda schiera, quella degli sfrontati. Lo aiutarono senz'altro il fatto di sentirsi uno slesiano prima che un polacco, un'esperienza già consolidata ai cambi di bandiera (essere adottati lo è in un certo qual modo), l'abitudine alla durezza e alle profondità del tedesco che si era sempre parlato in casa sua; ma più di ogni altra cosa furono il calcio e la voglia di giocarlo ancora, a fargli alzare il braccio destro in un perfetto saluto nazista, sperando che potesse bastare per continuare a essere Wilimowski, l'uomo di Strasburgo che allo Stade de la Meinau era stato capace di segnare quattro gol nella stessa partita in un campionato del mondo. Era il 5 giugno del 1938 e la porta era quella che il figlio di un carpentiere, un cristo che rispondeva al nome di Algisto Lorenzato, difendeva per il Brasile. I sudamericani, che dopo un acquazzone che aveva ridotto il campo a un pezzo di Pomerania in autunno, avevano chiesto invano di giocare il secondo tempo a piedi scalzi, alla fine avevano vinto 6 a 5, ma Ernest era stato l'ultimo ad arrendersi. E fu uno dei primi a farlo, invece, un anno dopo, quando la Wehrmacht entrò in Polonia. Fu in quel momento che dimostrò che alle qualità che già gli venivano riconosciute andava aggiunta la disinvoltura. Quella con cui Wilimowski continuò a giocare alzando sempre di più la posta sfuggendo alle attenzioni della polizia politica, accettando la stima di Sepp Herbeger, che in uno dei rari esempi davvero riusciti di pangermanismo ne fece la punta di diamante della nazionale del Reich, guadagnandosi l'amicizia sincera di Hermann Graf, calciatore mancato e asso della Luftwaffe, che lo aiutò a tirare fuori la madre, Paulina, dalle fiamme di Auschwitz, sorridendo senza vergogna per ogni piccola conquista.
Alla fine Ernest Wilimowski scoprì di aver riportato a casa sua madre, gli ultimi scampoli di gloria, il disprezzo di chi aveva preferito non piegarsi, l'esilio, la gioia di essere rimasto un calciatore. Si era tenuto ben stretta la sua vita, e solo questo contava dopo tutto.

 

III. L'EROICO
Hermann Graf (Engen, 24 ottobre 1912 – Engen, 4 novembre 1988)

 

Il periodo compreso tra il 4 agosto 1941 (la mattina in cui abbatté un Polikarpov I-16 a dieci chilometri sud-sud-est da Kiev) e il 29 marzo 1944 (quella volta a precipitare dopo essere stato mitragliato a dovere fu un P-51 Mustang alleato, nei cieli di Schwarmstedt in Bassa Sassonia) Hermann Graf lo passò sostanzialmente a caccia. Una battuta lunga quasi tre anni, che lo vide tornare a terra con il carniere pieno per 212 volte. Qualcuno, prosaicamente, potrebbe obbiettare che per tutto quel tempo Graf non fece niente altro che uccidere; altri, che no, non era esattamente così, che si abbattono velivoli non persone, perché il pilota in guerra smette di avere un nome e un viso dall'istante in cui si fa scorrere il tetto della cabina sul casco e le eliche iniziano a girare a quello in cui il motore tace dopo l'atterraggio e diventa il proprio aereo. Invece Hermann Graf, al Gruppenkommandeur della Luftwaffe Hubertus von Bonin, che sulla pista di Soldatskaja gli aveva appena applicato i gradi di maggiore, tre giorni dopo la sua duecentesima vittoria, avrebbe rivelato che la sua presenza là, sul Caucaso, era solo una congiura del fato, e che il suo campo non era quello azzurro e immenso sopra la sua testa, ma uno verde e molto più piccolo. Perché se molti anni prima, quando era un portiere, non si fosse rotto irrimediabilmente un pollice, avrebbe potuto rispondere alla chiamata di Herbeger e la sua vita sarebbe stata diversa. Ma forse, il fatto di giocare in un ruolo che lo costringeva già a volare e in una squadra che si chiamava Höhen ("altezza" in tedesco), non era che un auspicio, un oracolo, l'anticipazione di un destino già scritto da una mano invisibile.
A vederlo il maggiore Hermann Graf, l'asso invincibile dell'aviazione, con quella faccia da partigiano francese, sbilanciata, senza sicurezze se non quella in se stessi, non lo si sarebbe detto un nazista; anche perché essere nazista nei cieli, con l'orrore lontano dagli occhi, mille metri più in basso, e con il privilegio di accogliere per primo e salutare per ultimo il sole, era stato molto più facile. Allora fu così, leggero e mimetizzato, che Hermann Graf rischiò per l'ennesima volta la sua vita, e riuscì a salvare da Auschwitz Paulina, la madre di Ernest Wilimowski, il cannoniere della nuova nazionale del Reich e del Roten Jäger, la squadra di calcio della Luftwaffe. Fu quella in realtà la sua parata più difficile; e la sua 213° vittoria, quella mai accreditata.

 

Domenico Caringella