Mai Morti #19 - Luciano Funetta

I Mai Morti sono i vivi di allora, quello che noi saremo per i vivi di poi.

Mai Morti è una rubrica di TerraNullius. Mai Morti è un libro pubblicato da Dissensi Edizioni nel 2012, a cura di Marco Lupo e Luca Moretti.
I coccodrilli di morti suicidi o morti di fame o morti di noia ritornano nella rete. Che il loro spirito possa strisciare nelle nostre carcasse biodinamiche.

I Mai Morti sono bastardi del tempo che hanno vissuto, figli di una letteratura minore. Sono famosi o non lo sono. Sono esistiti o non lo sono. Sono scrittori o imbianchini, sono stati punti neri sulla scacchiera bianca o sono stati al margine, non importa.

Oggi è la volta di Leo Kramer, Dalibor Radic e Orazio Vulcanesi, riesumati da Luciano Funetta.

 

Tu non voglia additare le stelle; né scrivere sulla neve; al tuono toccare la terra.

Arno Schmidt

 

Leo Kramer (Herisau, 15 aprile 1919 - ?)

La tomba sulla quale gli amici di Leo Kramer fecero incidere la frase che chiude Le anime della sera si trova nel piccolo cimitero di Herisau, Canton Appenzello Esterno, Svizzera. I pochi visitatori che, passeggiando per il camposanto, si fermano a leggere quella breve sentenza, sono costretti a continuare la loro visita fronteggiando una strana forma di malinconia. La frase dice: «Questa non è la mia casa». Eppure, stando all’anagrafe di Herisau, Leo Kramer nasce davvero e lo fa nel 1910, in una notte di tempesta di cui, la mattina successiva, la cittadinanza avrebbe contato i danni. Per questa ragione, sin da bambino, Kramer si porta dietro il soprannome di Figlio della Sciagura. È uno sterpo, pelo di paglia, occhi sempre umidi ma non di tristezza. Occhi che vedono il mondo deformato, sommerso, come un relitto in fondo al lago di Costanza, ma di questo il piccolo Kramer non fa parola. Il piccolo Kramer fa silenzio e va a scuola, si infila nel banco, ascolta, torna a casa lungo la strada sterrata che va verso il bosco, mangia con i genitori e i fratelli alla luce della candela, poi, quando arriva l’ora delle coperte, rimane sveglio più a lungo di tutti, si stende a pancia in su e guarda nel buio. A tredici anni il padre lo consegna al falegname Dreiser perché gli insegni a piallare il legno, a modellarlo, a piantare chiodi e a stendere colla. Il giovane Kramer impara in fretta. Passa le giornate chino sul lavoro, senza parlare, fino al giorno del suo sedicesimo compleanno. All’alba del 15 aprile, Leo scavalca la finestra della sua camera e corre verso il bosco, con una sacca di tela a tracolla. Tornerà a Herisau solo cinque anni dopo. Alla vista della barba, del corpo adulto e del sorriso sempre timido, sua madre scoppia in lacrime e lo accoglie in casa. Suo padre lo guarda, vorrebbe mettergli le mani intorno al collo e stringere. Gli dice che in paese tutti lo credono morto. Il giovane Kramer dice che in paese dovranno aspettare ancora un po’ prima di potergli scavare la fossa. Riprende a lavorare come falegname e nel frattempo inizia a frequentare la locanda del Gallo d’Oro, ritrovo della gioventù di Herisau. Una sera uno di quei ragazzoni, un certo Georg Spitz, si rivolge a Kramer chiamandolo Figlio della Sciagura. Ne nasce una rissa indimenticabile. Per dare man forte al falegname intervengono Martin Lange, Thomas Bauer e Franz Körtig. Da quella tempesta di colpi inferti e ricevuti nascerà un’amicizia che durerà due anni, fino al giorno in cui Kramer comunica agli altri tre la sua intenzione di sparire per sempre. «Se una volta mi hanno creduto morto, adesso avranno una buona ragione per farlo di nuovo», annuncia, tirando fuori dalla sacca il manoscritto di Le anime della sera, quattrocento pagine di appunti e disegni. L’incartamento viene consegnato a Lange, l’unico dei tre che sa leggere. «Tra qualche anno riceverai una lettera dalla quale apprenderai della mia morte» dice Kramer «Insieme al messaggio ti invierò il denaro necessario per far sistemare una tomba vuota nel cimitero. Scegli tu l’epigrafe». Gli occhi di Kramer in quel momento sono acque profonde. I tre amici ascoltano inorriditi, ma alla fine accettano. La seconda fuga verso il bosco ha luogo quarantotto ore dopo, lo stesso giorno del 1933 in cui il sanatorio di Herisau accoglie un nuovo ospite trasferito d’urgenza dalla clinica Waldau di Berna.
Nel 1956 quel malato mentale, un vagabondo di nome Robert Walser, verrà sepolto nel cimitero cittadino, a pochi metri dalla tomba di Kramer. Di Le anime della sera, andato perduto, si conosce solo quell’ultima frase.

Dalibor Radic (Novi Sad, 7 dicembre 1923 – Novi Sad, 23 gennaio 1942)

Avvolto in una coperta nera lo portano al padre, e il padre non pensa. Non pensa alle ultime settimane, alle discussioni con Mirna, alle possibilità, ai nomi sussurrati nel buio della stanza da letto, ai nomi degli antenati, ai nomi troppo brevi, troppo lunghi, troppo comuni. Quando glielo portano e lui lo prende in braccio, gli basta guardarlo per scegliere. Fuori il lungofiume è innevato, e una figura a cavallo, dall’altra parte del Danubio, percorre la curva del ponte. La schiena del cavaliere e il ponte sono la stessa materia piegata sotto il peso di un fardello invisibile. Forse si tratta di stanchezza per un viaggio, un viaggio attraverso l'inverno della Voivodina, o forse di un presagio di molti inverni ancora, inverni futuri. Dalibor Radic cresce sul fiume, saggia la forza delle gambe nei vicoli di Novi Sad e quella delle braccia nella tipografia del padre. Scarica le partite di carta dal carro, issa le casse di volumi per le consegne, ha sempre le dita e le braccia sporche di inchiostro e per questo, a scuola, il maestro lo punisce. Al maestro non importa che Dalibor Radic abbia imparato a leggere ben prima dei suoi compagni. Al maestro importa l’inchiostro, il decoro dell’inchiostro ben steso sui quaderni e la vergogna dell’inchiostro sui gomiti di Radic. Un giorno, dopo l’ennesima sfuriata, quell’ometto secco e contorto come un ramo di vite ordina a Radic di mostrare i palmi sporchi, poi i dorsi luridi a tutta la classe, e infine decide dieci bastonate per ciascuna mano. Radic incassa e non si lamenta. Torna al suo posto ma non riesce a impugnare il pennino per via dei lividi. Lo stesso gli succede a casa, con le posate. Il padre nota le dita gonfie, capisce, chiede al figlio se vuole che vada a picchiare il maestro. Dalibor scuote la testa e risponde che, semplicemente, dal giorno successivo non sarebbe andato più a scuola. Primo piccolo scatto di lupo, questo, al quale il padre oppone un soffio rassegnato sulle onde della minestra. A dodici anni lavora in tipografia fino alle tre del pomeriggio, dopodiché se ne va in giro per Novi Sad insieme a un'intrepida banda di bambini della sua età. Con uno di loro, un ragazzino più piccolo di nome Aleksandar Tišma, stringe una particolare amicizia. Dalibor e Aleksandar sembrano fratelli, sia di aspetto che di indole, parlano la stessa lingua, amano le stesse anse del fiume nei boschi fuori città. Una sera, mentre ritornano verso casa lungo il Danubio, Aleksandar spiega all’amico il significato del proprio nome. Viene dal greco e significa “colui che aiuta gli uomini”. Dalibor è molto colpito. Per quanto Aleksandar sia più giovane sembra sapere molte più cose di lui. Sarà quella l’unica volta in cui si pentirà di aver smesso di studiare. A cena Radic interroga il padre sul significato del suo nome. «Nel tuo nome c’è scritto che combatterai lontano», risponde il padre, e Radic vede le ombre che gli afferrano il volto e le mani che torturano il pane. Gli anni allungano la statura, riempiono la voce e arrugginiscono le lame dei coltelli. Gli anni fanno invecchiare le madri e fiorire le amiche. Spesso capita che Aleksandar porti Radic a qualche festa di liceali. Nel buio della città vecchia Dalibor scopre stanze segrete di musica e candele, e in una di quelle stanze, una notte del 1940, incontra Mara. Una settimana dopo la bacia. Due settimane dopo, mentre cammina di notte insieme ad Aleksandar nella città vuota, Dalibor vede suo padre entrare in una cantina sotterranea, lo riconosce, ma non dice nulla. I due amici si salutano, Aleksandar se ne va verso casa, Dalibor rimane a guardare il fiume e decide che presto seguirà l’acqua finché non sentirà parlare un’altra lingua. Quello che viene è un anno buio. In lontananza Dalibor Radic sente avvicinarsi il respiro di qualcosa che non capisce. Le stanze dove fino a pochi mesi prima si svolgevano le feste restano vuote. Suo padre poco a poco si trasforma in un fantasma; dorme sempre meno e quando dorme urla nel sonno. Sempre più strano distinguere tra canzone e lamento. Quando, il 23 gennaio del 1942, la Terza Armata dell’esercito ungherese entra a Novi Sad, il fiume ghiacciato è una strada lunare. Nella confusione dei militari che fanno irruzione in casa, dei documenti mostrati come icone di santi, dell'ordine di uscire in fretta, il giovane Radic si ricorda che ha quasi vent'anni. Poi, lungo le strade, vede i cadaveri ammassati, i cadaveri appesi agli alberi, i cadaveri che iniziano a sembrare trasparenti nei ventisei gradi sotto lo zero che disegnano torrenti azzurri sulle carni dei vivi. Suo padre cammina davanti. Arrivati all’ingresso dello Strand, l’area balneare del Danubio, Dalibor vede la fila di persone nude, centinaia. Tutte sono tenute sotto tiro dai militari. Cerca con lo sguardo la famiglia di Aleksandar, ma non la trova. I militari ordinano a lui, a suo padre e a sua madre di spogliarsi e di mettersi in fila. Quando arriva il loro turno di affacciarsi sulla banchina, di mettere i piedi nudi sul trampolino di legno, già sanno, perché hanno visto. Un colpo di fucile alla schiena e un tuffo nel buco scavato nel ghiaccio. Un ufficiale urla qualcosa in una lingua sconosciuta. L’ufficiale dice: «Prima il padre, poi la madre. Lui per ultimo».
Al tramonto il corpo di Dalibor Radic, per l’eternità liberato, è lontano.

Orazio Vulcanesi (Velletri, 25 maggio 1947 – Città dei Vinti, 20 luglio 1981)

Se il mondo sapesse, gli sarebbe debitore di innumerevoli incubi. Viene alla luce nella Velletri bombardata del dopoguerra e muove i primi passi tra le rovine. «È da quando sono bambino che cammino sui resti devastati di qualcosa» annoterà sul suo diario il 15 ottobre del 1972. Da tutti i punti di vista è un ragazzino come gli altri, solo lievemente sovrappeso e affetto da una forma di balbuzie nervosa che lo accompagnerà per il resto della vita. Quando viene chiamato alla lavagna per un’interrogazione, il piccolo Vulcanesi sente le parole che si fermano; per lo sforzo la testa inizia a fargli male, la matematica si scompone in piccole unità ribelli, la storia dell’impero romano è presa d’assalto da miliardi di barbari infinitesimali, la grammatica si trasforma in una Bibbia per pazzi, le guance avvampano, i compagni ridono. Per questo, dal terzo anno in poi, Vulcanesi sostiene tutte le prove per iscritto, a detta della documentazione scolastica con risultati sorprendenti. Il maestro, un certo Serafini, chiede il permesso ai genitori del bambino di regalargli alcuni libri. Quella donazione resterà sempre per Vulcanesi il fondamento di tutto, «l’origine di questo dolce abisso». In particolare, tra quei libri, si appassiona a Viaggio al centro della terra. Tra gli otto e i dieci anni lo rilegge almeno una volta al mese. Una notte, nell’aprile del 1960, sua madre viene svegliata da un incubo. Senza sapere perché, si alza e va in camera di Orazio, ma la trova vuota. La finestra è aperta. Come i genitori di Vulcanesi scopriranno solo più avanti, quella è la prima di una lunga serie di uscite notturne. Nel corso degli anni Vulcanesi non perderà l’abitudine di lasciare il letto in piena notte e mettersi in cammino. Nel 1961 si iscrive alla sezione scientifica del Liceo Classico Mancinelli, istituita per la prima volta proprio quell’anno, dove ritrova il suo vecchio maestro Serafini nel frattempo salito di grado, responsabile della cattedra di matematica. Il rapporto tra Vulcanesi e Serafini vive, nel periodo del liceo, una svolta fondamentale. Incuriosito dalla maniera in cui il ragazzo applica l’intuizione matematica all’invenzione di scenari narrativi o di pura astrazione teorica, il giovane professore inizia a incoraggiare l’immaginazione del suo studente. Non è raro che, di ritorno da brevi viaggi a Roma, Serafini regali a Vulcanesi saggi di fisica, libri di fantascienza e copie dei primi esemplari ciclostilati di letteratura fandom. Seduto alla scrivania, dopo aver fatto i compiti, Orazio divora le traduzioni Urania della Trilogia della Fondazione di Asimov, scopre Ballard, Sturgeon, van Voght e Wells, si sporca le dita con l’inchiostro di alcuni numeri di «Galassia» e «Nuovi Orizzonti», continua a uscire di notte, inizia a scrivere racconti che sistematicamente distrugge. Nel 1966 prende la licenza superiore. Proprio Licenza superiore è il titolo del lungo testo che consegna a Serafini il giorno della pubblicazione dei risultati. Nonostante le pressioni del professore, Vulcanesi non ha intenzione di iscriversi all’università. Partecipa a un concorso del municipio di Latina e nel settembre del 1968 prende possesso della sua sedia dietro uno sportello dell’anagrafe. Tutte le mattine e a fine turno, sale sulla corriera e si rannicchia dentro un romanzo di fantascienza. Poi torna a casa dei genitori e resta sveglio fino a tardi a compilare il suo secondo lavoro letterario, L’anagrafe dei vinti. All’alba del 21 luglio dell’anno successivo, Vulcanesi è seduto sul divano di casa Serafini. I due uomini non riescono a staccare gli occhi dal televisore acceso. Nel piccolo sistema solare di quella casa da scapolo risuona la voce di Tito Stagno. «Nessuno è mai stato così lontano da questo pianeta» sussurra Serafini. «Io sì» risponde Orazio. Quando lo schermo è ormai spento, davanti a un caffè, Serafini rivela a Vulcanesi che a Milano un giovanotto sta curando un’antologia di giovani autori italiani di fantascienza, e gli propone di inviare un suo contributo. In due notti Orazio scrive L’occhio-botola e lo spedisce alla redazione di «Galassia», all’attenzione particolare di Vittorio Curtoni. La risposta arriva tre settimane dopo. Curtoni scrive di aver trovato interessante il racconto che però è ancora troppo ancorato a quel modello di genere classico che Galassia sta tentando di superare. Da quel giorno Vulcanesi smette di scrivere testi brevi e si dedica totalmente a L’anagrafe dei vinti. Di tanto in tanto ne fa leggere uno stralcio a Serafini che lo incoraggia a spedire quei materiali a Curtoni. Vulcanesi, come se quella faccenda non lo riguardasse, dice che il suo interesse non è essere pubblicato, ma terminare il suo lavoro. «Anche quando scrivo sono un impiegato dell’anagrafe. L’anagrafe è tutto», appunta nel diario. Gli anni Settanta, per Orazio, sono un’ecatombe silenziosa. Tra il 1973 e il 1976 seppellisce i genitori. Nel 1978 Serafini muore di cancro. Velletri torna il pianeta desolato di trent’anni prima e Vulcanesi, ultimo uomo sulla terra, si prepara. Ormai fa fatica a muoversi, a poco più di trent’anni ne dimostra cinquanta, ha perso quasi del tutto i capelli e ai margini del campo visivo iniziano a fare la loro comparsa strane fosforescenze. Vive da solo nella vecchia casa, mastica l’esilio. Il giorno in cui l’ultima parola di L’anagrafe dei vinti viene posata, il manoscritto conta più di tremila pagine. Il 20 luglio del 1981, Orazio Vulcanesi spedisce il faldone a Curtoni. Poi, senza ripassare da casa, prende la strada per quel posto solo a lui noto, così lontano da questo pianeta.
Nel 1989, in preda all’insonnia, Vittorio Curtoni scrive un articolo a proposito di L’anagrafe dei vinti intitolato Lasciare il letto in piena notte e mettersi in cammino. Tutt’oggi l’articolo costituisce la postfazione a quell’opera mai pubblicata.

 

Luciano Funetta{fcomment}