Mai Morti #16 - Paolo Albani

Mai morti è una rubrica di TerraNullius. Mai morti è un libro pubblicato da Dissensi Edizioni nel 2012, a cura di Marco Lupo e Luca Moretti, prefazione di Giancarlo De Cataldo.
I coccodrilli di morti suicidi o morti di fame o morti di noia ritornano nella rete. Che il loro spirito possa strisciare nelle nostre carcasse biodinamiche.

I Mai morti sono bastardi del tempo che hanno vissuto, figli di una letteratura minore. Sono famosi o non lo sono. Sono esistiti o non lo sono. Sono scrittori o imbianchini, sono stati punti neri sulla scacchiera bianca o sono stati al margine, non importa.

Oggi è la volta di Lorenzo Ferrucci, Carlo Martini e Attilio Benedetti, riesumati da Paolo Albani.

 

Lorenzo Ferrucci. Applauditore.

Nato a Parma il 7 maggio del 1924. Meglio noto con il nomignolo di Budlo, ha fatto coppia per molti anni con Antonio Piva, detto «il dottore», e da tutti in città è stato universalmente considerato come «il re della claque». Dotato di una voce discreta, di un orecchio perfetto e di una certa sensibilità musicale, è stato un claqueur impareggiabile, soprattutto per la perfetta scelta del tempo: dava il via ai battimani proprio quando il tenore non ce la faceva più a tirare in lungo con l’acuto, cosicché sotto il subisso degli applausi il cantante fingeva di continuare a cantare, raddoppiando il successo. Ferrucci ha fatto anche varie stagioni fuori Parma, ove era noto come «il commendatore» e si presentava agli impresari con un biglietto da visita intestato a quel titolo. Formidabile mangiatore, è rimasta celebre la beffa dell’anolino (specie di agnolotto tipico della cucina parmigiana) di legno. D’abitudine, quando veniva chiamato dalla strada, si affacciava alla finestra con un anolino di legno infilzato nella forchetta da lui tenuto in bella mostra per dare a intendere che alla sua tavola si mangiava da signori. Finché una volta l’anolino gli sfuggì dalla forchetta e il trucco venne scoperto.

 

Carlo Martini. Suonatore ambulante.

Nato a Napoli il 4 dicembre 1931. Sempre nero come il carbone da capo a piedi (nero il cappellaccio, nero il tabarro, nera la giacchetta unta e tutta rappezzi, neri i pantaloni sdruciti e afflosciati sulle scarpacce nere), Martini ha passato la sua grama esistenza di suonatore di cornetta, vagabondando per le vie della città, con soste obbligate nelle trattorie e nei caffè, e per le sagre e i «festival» della provincia. Gli utili dei concerti erano «pro fabbrica dell’appetito» di casa Martini e figli. Grande e grosso come un granatiere, guercio da un occhio e con un «fiore» nell’altro, Martini, un tipo nichilista e individualista, è stato a lungo in compagnia con altri tre artisti della sua taglia (un prete spretato, un alcolizzato pentito e un ex calciatore) con cui formò un apprezzato quartetto musicale. Poi, stanco della compagnia, riprese a lavorare da solo facendo echeggiare per lunghi anni l’Inno di Garibaldi e La Marsigliese, i due pezzi che prediligeva in ragione delle sue accentuate opinioni politiche. Abitava in una topaia e ne usciva solo per dar fiato alla tromba. Negli ultimi anni della sua vita fu amareggiato dai lazzi dei monelli che gli si mettevano dinanzi, a gambe larghe, a succhiare limoni in segno di scherno. A un certo punto, non potendosi più reggere in piedi per il gran fiato sprecato a soffiare dentro la cornetta (che non lucidava mai perché – diceva – «si consuma») si fece condurre all’ospedale, ove, dopo breve degenza, è serenamente spirato.

 

Attilio Benedetti. Mendicante.

Nato a Lucca il 20 giugno 1929. È stato per anni una delle macchiette più caratteristiche della città toscana. Nipote di Ermenegildo, capo muratore alla Ditta Nerbini, e figlio di Luigi, muratore anche lui, Benedetti è stato dapprima apprendista ciabattino e poi, seguendo la naturale predisposizione dei suoi piedi, è diventato pigiatore d’uva e si è prodotto nelle cantine della Fattoria di Fubbiano che si estende sulle colline lucchesi tra i paesi di Tofori e San Gennaro. Negli ultimi tempi viveva esclusivamente di elemosine, trascinando i suoi stracci per la città. Sua dimora abituale era il marciapiede di una stradina appena dietro il Duomo, prendeva i pasti presso la ex Caserma Lorenzini e di preferenza vestiva abiti militari smessi. Era famoso come eccezionale improvvisatore di rime estemporanee, talune delle quali piuttosto piccanti. Respinse sempre la qualifica di mendicante, sostenendo di avere anche lui un certo «giro d’affari».


Paolo Albani