Mai Morti #15 - Luciano Funetta

Mai morti è una rubrica di TerraNullius. Mai morti è un libro pubblicato da Dissensi Edizioni nel 2012, a cura di Marco Lupo e Luca Moretti, prefazione di Giancarlo De Cataldo.

I coccodrilli di morti suicidi o morti di fame o morti di noia ritornano nella rete. Che il loro spirito possa strisciare nelle nostre carcasse biodinamiche.

I Mai morti sono bastardi del tempo che hanno vissuto, figli di una letteratura minore. Sono famosi o non lo sono. Sono esistiti o non lo sono. Sono scrittori o imbianchini, sono stati punti neri sulla scacchiera bianca o sono stati al margine, non importa.

Oggi è la volta di James Matthew Barrie, Robert Louis Stevenson e Marcel Schwob, riesumati da Luciano Funetta.

 

James Matthew Barrie

(Kirriemuir, 9 maggio 1860 – Londra, 19 giugno 1937)

A causa sua alcuni uomini restarono bambini più a lungo di altri. Nacque scozzese, crebbe gracile insieme ad altri sette fratelli per i quali inventava giochi e avventure. Quando il suo fisico mutò abbastanza per permettergli di ingannare il mondo e farsi passare per adulto, si trasferì a Edimburgo, da qui a Nottingham e infine a Londra. Nella capitale del regno proseguì l’inganno sposandosi, e scrivendo per alcuni quotidiani e per il teatro. La città lo affascinava di giorno e lo intristiva di notte. Annoiato a morte dalla fauna di animali domestici che incontrava nelle case londinesi degli amici, decise di adottare una misteriosa creatura a metà tra l’orso e lo yeti, originaria delle foreste inglesi, che, per non dare nell’occhio, acconciò da San Bernardo e battezzò Porthos. Stando ad alcuni, fu proprio grazie a Porthos che un pomeriggio, ai Giardini di Kensington, fece la conoscenza dei cinque giovani figli di Sylvia Llewellyn-Davies: George, Jack, Peter, Michael e Nicholas. I bambini diventarono presto i suoi migliori amici. Per loro inventò l’Isola e ce li portò. Nel 1902 la storia del ragazzo volante che non si rassegnava a diventare adulto divenne un successo teatrale, poi un romanzo che iniziava così: «Tutti i bambini, tranne uno, crescono», infine un’accusa. Ma il pettegolezzo non è materia da pirati, fate, coccodrilli e mappe tracciate nel cielo notturno. Tutto intorno a lui cominciò a invecchiare. Sylvia Davies, in seguito a una lunga malattia, morì. Il bambino, nella bellezza del suo inganno, si fece nominare tutore dei figli di lei. Gli anni correvano, i capelli ingrigivano, le ginocchia iniziavano a fare male, arrampicarsi sugli alberi era diventato impossibile. Fu nella primavera del 1937 che una finestra lasciata aperta lo tradì. Il freddo che conserva le cose intatte entrò nella stanza e gli si accoccolò nei polmoni. Alla fine l’infanzia è un incipit. Basta rileggerlo all’infinito per non abbandonarlo mai.

 

Robert Louis Stevenson - Tusitala

(Edimburgo, 13 novembre 1850 – Vailima, 3 dicembre 1894)

Per lui furono i polmoni la causa di tutto. Dai genitori ereditò il male che gli mozzava il respiro e non lo faceva dormire innalzando la febbre oltre la soglia del pericolo. Durante l’infanzia trascorse parecchio tempo in sanatorio, dove chiedeva alle infermiere di raccontargli storie anche dopo l’orario consentito. I medici gli consigliarono di lasciare la Scozia e di scegliersi un luogo più salubre per vivere. Tuttavia, per vivere, un luogo non basta. Il luogo definitivo, pensò, era per un altro momento. Così prese a viaggiare, inseguendo l’aria secca e il mare, affinché gli scrostassero il male dal petto. Infermo, si spostò in tutta Europa e in America, e soprattutto scrisse moltissimo. La fama si aggrappò disperatamente alla sua Isola del tesoro e alle mostruose trasformazioni del dottor Jekyll, che furono la sua fortuna e la sua maledizione. Al contrario di quello che si crede, non fu scrittore d’avventura. Scrisse di tutto quello che vide; quasi mai inventò, oppure inventò ogni cosa semplicemente guardandola o visitandola in sogno. In una poesia giovanile si azzardò a confondere un letto e un veliero, la notte e il mare aperto, coloro che restano svegli con quelli che restano al molo e il sognatore con il marinaio felice. Senza saperlo cominciava a pensare a una parola pronunciata in una lingua sconosciuta, un nuovo nome, perché i nomi, soprattutto i nomi, sono porti lontani, e il luogo più lontano che gli veniva in mente era il Pacifico. Nel 1889, su invito dell’editore McClure, approntò una nave, un equipaggio, convinse sua moglie e partì alla volta delle isole Marchesi. Gli abitanti di quei luoghi, scrisse, parlavano una lingua familiare eppure mai ascoltata, e le loro storie si intrecciavano alla perfezione con quelle degli antenati scozzesi della sua famiglia. Gli uomini del mondo erano legati da fantasmi e maledizioni, luoghi abbandonati e popolati da presenze del passato. A bordo del brigantino Casco percorse le isole dell’arcipelago e raggiunse Samoa. Decise di restare. Dall’Europa si fece spedire i suoi libri. Il male non gli dava quartiere. Il corpo sembrava non seguirlo più. Dimagriva. In un paio di occasioni, per prepararsi alla fine, si nascose a pochi metri dalle finestre delle case in cui gli indigeni evocavano le voci dei morti e si mise a bisbigliare, gettandoli nel terrore. Per lui furono i polmoni la causa, ma non la fine. Toccò invece al cervello gonfiarsi e spegnersi. Morì in un’isola, che è come morire in un letto o su un veliero. Lo seppellirono sul monte Vaea che già era uno spirito chiamato Tusitala.

Marcel Schwob

(Chaville, 23 agosto 1867 – Parigi, 12 febbraio 1905)

Se ancora oggi scriviamo di morti perché sembrino vivi, e quei piccoli epitaffi in morte si tramutino in miniature di vita, lo dobbiamo a lui. Come i due che lo precedono, nacque che l’organismo già gli era ostile, il che lo avvicinò alla fine prima ancora che sospettasse dell’esistenza di una città chiamata Parigi. In compenso lesse Allan Poe e vide il gorgo, il ghiacciaio di Moskenstraumen e le stanze del palazzo del principe Prospero. Spinto dalla natura ebraica del suo sangue e dal denaro della famiglia scelse lo studio e i libri per ingannare il tempo degli infermi, che, come tutti sanno, è troppo e troppo poco. I libri, che sono oggetti magici, lo portarono ovunque e gli permisero di conoscere uomini di altre epoche e altra tempra. Come James Barrie, anche lui iniziò una corrispondenza con Louis Stevenson, senza averlo mai visto, rinvigorendo quell’abitudine ormai scomparsa che porta due uomini che si scrivono a chiamarsi amici. Raggiunse Parigi a bordo di quell’imbarcazione di fortuna che era il suo corpo. Conobbe una donna, Louise, malata anche lei, pazza e bambina. Se ne innamorò. Appena in tempo, perché poco dopo Louise morì. Lui invece continuò a vivere, a studiare, a scrivere, a iniettarsi quella morfina che aveva imparato a conoscere al capezzale del suo amore. Pubblicò quindici libri bellissimi che nessuno legge più e un libro che tutti, se vogliono verificare il modo di dire «passare sopra un cadavere», ancora oggi devono leggere. Una sera, osservando il cielo che gli sembrò stranamente boreale, capì che Stevenson era morto. Si sposò ancora, con Marguerite Moreno, attrice che insieme a lui frequentava gli amici Jarry, Colette e Renard. Anche per questo matrimonio approfittò di un tempismo ammirevole. Un anno dopo, la malattia cominciò a reclamare. Per tutta risposta lui si imbarcò per Samoa, dove avrebbe potuto fermarsi sulla tomba dello scrittore scozzese. Del viaggio si conservano le lettere che scrisse a Marguerite dalla cabina lussuosa e ondeggiante del Ville de la Ciotat, lettere piene d’amore e di vento caldo, insetti, burrasche, montagne immerse nelle nuvole. A trentaquattro anni scoprì con stupore quanto un viaggio tranquillo possa essere più pericoloso di una storia di sangue. La polmonite lo infilzò mentre progettava la salita al monte Vaea. La ritirata a Parigi si impose, non per prudenza, ma per amore. «Non sono riuscito a raggiungere la tomba», ebbe l’impulso di annotare, ma capì l’errore e si trattenne.

 

Luciano Funetta {fcomment}