Mai morti #14 - The Day The Music Died - Lorenzo Iervolino

buddy hollyMai morti è una rubrica di TerraNullius. Mai morti è un libro pubblicato da Dissensi Edizioni nel 2012, a cura di Marco Lupo e Luca Moretti, prefazione di Giancarlo De Cataldo.

I coccodrilli di morti suicidi o morti di fame o morti di noia ritornano nella rete. Che il loro spirito possa strisciare nelle nostre carcasse biodinamiche.

I Mai morti sono bastardi del tempo che hanno vissuto, figli di una letteratura minore. Sono famosi o non lo sono. Sono esistiti o non lo sono. Sono scrittori o imbianchini, sono stati punti neri sulla scacchiera bianca o sono stati al margine, non importa.

Oggi è la volta di Buddy HollyRitchie ValensRoger Peterson, riesumati da Lorenzo Iervolino.


Buddy Holly
- (cantante  e musicista, 1936 - 3 febbraio 1959) 
Questa è la storia di una rosa rossa, di un paio di occhiali neri e di una Cadillac rosa.
Una storia americana.
Buddy Holley (la “e” nel cognome si perderà per un glorioso errore), che nessuno chiamava Charles Hardin, nasce e cresce a Lubbock, un piccolo agglomerato disperso nel rettangolo di mondo chiamato Texas, circondato da distese gialle e verdi, come il grano e il cotone, come il sole che splende alto e le speranze che germogliano in ogni angolo di garage o scantinato o palestra di high-school o ball-room dell’America di metà anni Cinquanta.
Le speranze dei giovani bianchi figli di una guerra vinta.

Ed è proprio nei garage e negli scantinati e nelle palestre e nelle sale da ballo che anche i sogni del giovane Buddy iniziano a fiorire. Nel 1952 si è già esibito in ogni metro quadro di Lubbock in cui gliene hanno dato la possibilità e, sempre, immancabilmente, dietro un paio di occhiali neri che J. Anderson – l’ottico di Lubbock – ha creato per dare un tocco al suo look. Buddy sarà la prima icona del Rock con gli occhiali e lo ringrazieranno per questo John Lennon e il giovane Reg Dwight, talentuoso pianista che non ne aveva neppure bisogno, degli occhiali, ma quando – cresciuto e più noto col nome di Elton John, – inizierà a girare il mondo in tour, i suoi occhi sono ormai dipendenti da un paio di lenti tonde, poggiate sulla punta del naso. All’alba di quel decennio però Buddy Holly non sa nulla di John Lennon, tantomeno di Elton John, Buddy sa solo che vuole suonare il country-blues e cantare nei garage, negli scantinati, ai balli di fine anno delle high-school e nella piccola stanza della radio KDAV, che per prima inizia a far circolare il suo nome in città. Poi succede qualcosa. Un incontro, una visione, o solamente la luce abbagliante di un’anticipazione dei tempi che si manifesta sottoforma di un demonio, o di un dio, o come si troveranno costretti a definirlo di lì a qualche mese, attraverso le sembianze di un Re: il futuro Re dei giovani bianchi americani figli di una guerra vinta. Accade proprio a Lubbock, che Buddy Holly guarda in faccia quel Re di vent’anni, due soli in più di lui, ma distante e magnifico e irraggiungibile, anche se, in un certo senso – che Buddy in quel momento non sa spiegarsi – così vicino,  così terreno e rumoroso, tanto da agitarsi convulsamente davanti al sipario bordeaux alle sue spalle, chiuso come la porta del paradiso, a differenza degli occhi spalancati dei giovani abitanti di quel piccolo agglomerato disperso nel rettangolo di mondo chiamato Texas. E quando Buddy lo vede e lo sente suonare, qualcosa sotto i polpastrelli, sul bordo pallido della sua eccitazione, irrompe. Il Re-ragazzo suona solo due canzoni, le uniche che ha registrato fino a quel momento. A fine concerto Buddy gli si presenta armato di una Fender Stratocaster. La inizia a suonare come un credente davanti al giudizio universale e a quel giovane dio chiede se è bravo abbastanza, se potrà farcela anche lui. Il verdetto è che sì, è bravo, ma non deve perdere tempo, deve mettere su una band, non deve perdere tempo perché il tempo è adesso. Buddy Holly lo vede andar via tra le unghie delle ragazze della sua città. Prima di scomparire dalla sua visuale, però, Elvis Presley raggiunge gli altri musicisti del tour che lo stanno aspettando (da quanto? da sempre? e per quanto? per sempre!) oltre la portiera aperta della sua nuova macchina: una Cadillac rosa.

La stessa Cadillac rosa che ricompare a Lubbock sul finire di quel 1955, e stavolta Elvis ha un mucchio di canzoni da suonare in chiusura di uno show che viene aperto da un gruppo di quella città, Buddy Holly & The Crickets: il gruppo di uno che non ha perso tempo. Non sarebbero potuti essere altro che insetti, ispirati dagli Spiders (ragni afroamericani, figli di una guerra vinta, ma senza trofei, né riconoscimenti, quasi che in fondo, loro, neri, l’avessero persa quella guerra, una volta ritornati a casa): Crickets – grilli, – insetti che rimarranno aggrappati alla storia del rock come una malattia, nonostante un solo anno e mezzo di musica, un morbo incurabile che contagiò per primi altri insetti, scarafaggi Beat, che proprio ai Crickets di Buddy Holly s’ispiravano. Ma Buddy a metà di quel decennio luminoso non sa nulla dei Beatles – non saprà mai nulla dei Beatles – né che è stato lui a dare il via alle band formate da due chitarre, basso e batteria,  come saranno composte, dopo i Crickets, le band rock’n’roll di milioni di giovani anche lontano dal giallo del grano e dal verde del cotone, dal sole alto sulle speranze che nel 1957 per Buddy Holly & The Crickets sono verità. Buddy infatti firma contratti discografici, contratti radiofonici, ingaggia tour-manager, licenzia tour-manager. Parla di soldi. Conta i soldi. Appena può si compra una macchina nuova. Una Cadillac. Rosa. L’ottico J. Anderson ha perfino perfezionato i suoi occhiali neri, adattando un modello apposta per lui, preso in Messico e preciso per il suo volto affilato, un modello di occhiali neri perfetto anche per la Storia, che risuona sulle note di Peggy Sue, Oh Boy, Words of Love, una storia che continuerà a lungo attraverso gli strumenti di altri musicisti, i Grateful Dead ad esempio non faranno mancare Not Fade Away in nessuno dei loro concerti e pure Mick Jagger la canterà (“se è vero amore, non si dissolve”), Mick Jagger che nel 1957 però ancora non ha mai cantato in pubblico, cosa che farà per la prima volta tre anni dopo, in una parrocchia di Dartford, con una canzone non sua. Una cover. Di Buddy Holly.
E mentre Buddy appare all’Ed Sullivan Show, e suona all’Apollo Theatre di Harlem, dall’altra parte del mondo John Lennon e Paul McCartney si sono appena conosciuti, e non hanno ancora inciso il loro primo 45 giri di sempre: That’ll Be the Day, anche in questo caso, una cover di Buddy Holly. A New York, oltre a suonare all’Apollo Theatre con Chuck Berry e Fats Domino e Little Richard, per Buddy succede altro. Succede che s’innamora. S’innamora della città. Del suo sangue meticcio, dell’illusione di poter avvicinare il rock al soul, di realizzare un disco con Ray Charles o con Mahalia Jackson. E succede che s’innamora di Maria Elena, del suo sangue meticcio, dell’illusione di poterla sposare nonostante l’abbia vista solo tre volte, in tre giorni.
Allora gli viene in mente una rosa rossa, perché questa, come sapete, è anche la storia di una rosa rossa.

Il PJ Clark’s è un Restaurant Cafe dove mangiano gli attori di Broadway, dove sognano le ballerine portoricane, dove si stringono la mano i grandi produttori e dove Buddy ha lasciato seduta al tavolo Maria Elena, davanti a due bicchieri d’acqua. È la quarta volta che si vedono. Buddy cammina verso lo sguardo della giovane portoricana che non sa come guardarlo (non ha ancora imparato un modo con cui guardarlo) e da dietro la schiena di Buddy vede sbucare una rosa, che voi sapete essere rossa, ma quel che non sapete, e che anche Maria Elena scopre solo dopo una piccola attesa, (questa: ...), è che nel gambo della rosa brilla un anello e nell’aurea magica dell’anello risplende una domanda: would you marry me?
Si sposano a Lubbuck, ma l’amore ormai è una sfida al destino chiamato New York. I Crickets però non sono disposti ad abbandonare le distese gialle e verdi come il grano e il cotone, come il sole che splende alto, come le speranze, o gli incubi se si sapesse di che colore sono, ma forse il colore non ce l’hanno, perché se li vivi li tingi del grigio chiaro del ricordo, se non puoi ricordarli allora sono del colore della vita, una linea trasparente che non disegni mai come vuoi, e di certo Buddy Holly non voleva ripartire con quel pullman congelato dopo il concerto al Surf Ball Room, a Clear Lake. Ecco perché fa prenotare un piccolo charter destinato a Fargo, dove il Winter Dance Party però non continuerà. O almeno non con lui.

È la mattina presto del 3 febbraio 1959 quando il piccolo Bonanza appena decollato si trasforma in una torcia che avvampa nella neve, che affonda nella cute gelida dell’Iowa; e con le lamiere e il corpo di Buddy Holly anche tutti i garage, gli scantinati, le sale da ballo delle high-school affonderanno – Bye Bye Miss American Pie – spariranno in un decennio ormai concluso e lontano dalla Cadillac Rosa parcheggiata oggi in un museo, e dalla rosa rossa appassita nel grembo di una moglie troppo presto vedova che non ha dato alla luce un altro Holly, abortito come l’illusione di una felicità che ritroverà forse assieme agli occhiali neri fatti fare in Messico e riconsegnti nelle sue mani 21 anni dopo l’incidente, quel giorno in cui, nelle parole di Don Mclean – The Day The Music Died – perfino la musica morì.

 

Ritchie Valens - (cantante  e musicista, 1941 - 3 febbraio 1959)
Questa è la storia di una canzone cantata in spagnolo, di una paura di volare tradita e di una moneta che volteggia nell’aria gelida della sorte.
Una storia latina.
Quella di Richard Valenzuela è una parabola breve. Ben più corta ad esempio di quella di Buddy Holly. Una ripida salita e subito uno schianto. Fatale. Richard nasce poco fuori Los Angeles in un ghetto esteso come una prateria e non recintato da staccionate visibili, destinato a famiglie messicane e portoricane. La sua è una famiglia messicana che ama la musica e che sa trasmettere questo amore. Già da bambino Richard suona infatti diversi strumenti, impara da solo anche a stare dietro alla batteria. Ma l’oggetto senza il quale sembra non essere neppure in grado di respirare è la chitarra. Una chitarra mariachi, una chitarra da flamenco. La chitarra con la quale si fa conoscere e apprezzare negli scantinati, nei garage, nelle palestre delle high school e nelle ball-room di Pacoima, la sua città. Una chitarra con la quale però, non sapendolo, insegna ai Los Lobos ad essere i Los Lobos e anche a Carlos Santana ad essere la mano destra del rock latino. Glielo insegna senza saperlo, perché nel 1958, quando Elvis Presley e Buddy Holly sono già due star internazionali, i Los Lobos e Carlos Santana non sono nulla. Così come non sono nulla i Ramones e i Misfits che, tra i tanti, ameranno e suoneranno e incideranno le sue canzoni. Le canzoni di uno che ha fatto solo una salita ripida e poi, subito uno schianto. Un ragazzino messicano che non parla spagnolo perché è americano e va nelle scuole di messicani perché a Pacoima gli americani come lui sono figli di una guerra vinta ma forse, come per i neri, di una guerra che deve ancora finire.
A sedici anni Richard viene scritturato per incidere dei demo e fare dei concerti. Chi lo scrittura gli cambia il nome. Ritchie, con la T, e non Richie, perché di quelli senza T ce n’è a mandrie, con una chitarra appesa al collo, nella seconda metà degli anni Cinquanta, e questo Ritchie qui invece è diverso: ha l’energia e il fuoco e il talento forse di tutti quegli altri Richie messi insieme, dispersi a pascolare nei cinquanta stati in cui si divide il desiderio della gloria. E gli cambiano pure il cognome, di cui rimane solo la radice, pure se la vera radice latina viene estirpata e mitigata, resa naif e seducente, unica e d’impatto come la canzone della tradizione Mariachi che questo ragazzino si mette a suonare alla velocità di un treno che cade in un burrone. La Bamba, questo il titolo della ballata trasformata in una carovana di suoni, è subito un successo. Ritchie ne ha imparato le parole a orecchio perché lo spagnolo, come sapete, lo parla poco e male. La Bamba è la prima canzone rock’n’roll cantata completamente in spagnolo. E sarà la più famosa di sempre.

Ritchie inizia a viaggiare per il paese, ma lo fa con il bus, perché di volare non se ne parla. Quando era bambino, due aerei si schiantarono sopra il cielo della sua scuola e distrussero l’infanzia di molti suoi amici, morti o irrimediabilmente feriti. Ma grazie a Come on Let’s Go, a La Bamba e Donna, Ritchie viaggia lo stesso veloce, anzi velocissimo su per le classifiche e giù e a destra e a sinistra in tutto il paese. Fino ad essere scritturato per il Winter Dance Party, assieme a Dion & the Belmonts, a The Big Bopper Richardson e a Buddy Holly.
Ricthie Valens, a diciassette anni, con quell’ingaggio, capisce di poter diventare una star.
Già dalle prime date del tour il freddo li insegue e spesso li coglie e li curva al suo volere. Quando un musicista si ammala bisogna fare gli straordinari e spesso è proprio Ritchie a sostituire un chitarrista o un batterista. Ma quando termina il concerto di Clear Lake a scegliere sarà un dito o una faccia, o una faccia e un dito messi insieme che vuol dire il niente, come nel niente sguazza la sorte, e verso il niente porta il destino. The Big Bopper ha la febbre. Il batterista Carl Bunch lo hanno addirittura lasciato in ospedale. Buddy Holly allora decide di prenotare un charter che li conduca a Fargo, la tappa successiva del tour. L’aereo che riescono a trovargli, in fretta, e a mezzanotte, è un piccolo Bonanza che porta tre passeggeri più il pilota, un ragazzo svegliato nel pieno dei sogni soffici che il cuscino e i boccoli della sua neo moglie gli stavano ispirando. Buddy decide che oltre al suo posto, gli altri due sono per i suoi due musicisti, che pure se non sono i veri Crickets, in cartellone si fanno chiamare così. Ma Waylon Jennings, vedendo le condizioni critiche di Big Bopper Richardson gli lascia il suo seggiolino al caldo e va ad infilarsi mestamente in quel frigorifero con le ruote che trasporta gli strumenti e i corpi tremanti del resto della truppa. Anche Ritchie Valens ha la febbre, ma è il più giovane della compagnia e in più ha paura di volare, quindi si defila e sembra quasi disinteressato alle parole di Tommy Allsup che dietro di lui lo sta chiamando, con una moneta in mano. Io e te ce la facciamo a testa o croce. Ritchie osserva il velivolo sulla pista. Dallo sportello aperto sporgono gli occhiali neri di Buddy Holly, del mito Buddy Holly e gli sembra che salire su quell’aereo, nonostante ne abbia una paura consapevole e viscerale, significhi qualcosa di più che viaggiare e basta. Non rimanere al freddo con musicisti qualunque, ma volare verso il cielo della notorietà. Allora pensa che a decidere possa essere un dito e una faccia di una moneta: “Heads Up” – testa in alto – dice Tommy Allsup, il chitarrista di quei Crickets che non erano i Crickets, facendo volteggiare il quarto di dollaro nell’aria gelida della sorte. “Heads up”, come il nome del club che nel 1979 lo stesso Allsup aprirà in ricordo di quel gesto e in ricordo del suo dito e della faccia della moneta che trascinarono Ritchie Valens a bordo di quell’aereo e in cima, anzi in vetta, no forse ancora più in alto, sulla punta della S della Storia del Rock’n’roll, pochi minuti dopo la mezzanotte del 3 febbraio 1959, il giorno in cui la musica e Richard Valenzuela e Buddy Holly e The Big Bopper Richardson dovettero morire, per non morire mai.

 

Roger Peterson - (pilota, 1937 - 3 febbraio 1959)
Questa è la storia di una telefonata, di un letto di neve e di un nome che non brilla.
La storia di un finale.
E il finale è: pochi minuti dopo la mezzanotte del 3 febbraio del 1959, il giorno in cui la musica e Ritchie Valens e il mitico Buddy Holly e The Big Bopper Richardson precipitarono nelle fauci della storia di un decennio luminoso, il nome del pilota Roger Peterson è lì che si arrampica a fatica, con le mani e i piedi e il volto della normalità, sulla salita ripida e intangibile della fama perpetua.

Si è detto di lui che non aveva abbastanza esperienza, che, probabilmente – forse no, ma forse chissà, anche sì, – aveva permesso al suo ammirato Buddy Holly di mettere le mani sui comandi, o che non avrebbe dovuto volare o che più probabilmente non importa a nessuno quel che è stato detto o non detto su di lui. La telefonata arrivò in piena notte, o era giorno?, o quel momento del giorno in cui è già buio che pare notte? O forse un’ora in cui Roger aveva scelto di andare a dormire accanto alla sua giovane moglie, lui che a ventuno anni si era da poco sposato. Come Buddy Holly. E come Buddy Holly salì sul Beechcraft Bonanza che lui avrebbe dovuto condurre a Fargo, ma che invece si stese su un letto di neve, incendiandosi del fuoco della tragedia, il cui luccichio brillerà per sempre sui nomi di quei corpi riversi su loro stessi, sparpagliati come per distrazione o per un gioco, o per un gioco distratto; una luce su tutti i nomi, tranne che sul suo. Il nome di Roger Peterson infatti compare nelle steli, negli articoli, nei referti, nelle registrazioni radiofoniche dell’incidente di Clear Lake. Ma mai, nei sogni di uno sconosciuto lontano.

Lorenzo Iervolino
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