Mai morti #12 - Luciano Funetta

I mai morti sono i vivi di allora, quello che noi saremo per i vivi di poi.

Mai morti è una rubrica di TerraNullius. Mai morti è un libro pubblicato da Dissensi Edizioni nel 2012, a cura di Marco Lupo e Luca Moretti, prefazione di Giancarlo De Cataldo.
I coccodrilli di morti suicidi o morti di fame o morti di noia ritornano nella rete. Che il loro spirito possa strisciare nelle nostre carcasse biodinamiche.

I Mai morti sono bastardi del tempo che hanno vissuto, figli di una letteratura minore. Sono famosi o non lo sono. Sono esistiti o non lo sono. Sono scrittori o imbianchini, sono stati punti neri sulla scacchiera bianca o sono stati al margine, non importa.

Oggi è la volta di Fréderic-Louis Sauser, Jean Reinhardt e Victor Lidio Jara Martínez, riesumati da Luciano Funetta.

Fréderic-Louis Sauser - (La Chaux-de-Fonds, 1 settembre 1887 – Parigi, 21 gennaio 1961)

Nel 1912 era in viaggio da più di dieci anni e scriveva poesie con la mano destra. A Mosca e Pietroburgo aveva venduto oro e pietre preziose, aveva percorso la Transiberiana in compagnia di una prostituta di nome Jeanne, poi a Bruxelles si era unito a un circo per il quale lavoravano Lucien Kra, ebreo e fenomeno del diabolo, e Charles Spencer Chaplin, un ragazzino inglese insieme al quale Sauser, ogni sera, si faceva prendere a calci nel culo sul palcoscenico. Dopo il circo, pensava Fréderic, c’è solo New York. A New York confeziona polli, poi fa la fame, passeggia di notte, scopre la nostalgia per una città che non ha mai visto. A giugno sbarca a Parigi, conosce Ricciotto Canudo, traduttore di D’Annunzio per la Francia, vive con una famiglia di gitani, si ubriaca, conosce Delaunay che a volte lo invita a casa sua, dove spesso e volentieri Fréderic si intrattiene con Guillaume Apollinaire. Una sera Fréderic gli legge una delle sue poesie per mano destra e Apollinaire sente Parigi che gli crolla sulla schiena.

Nel 1915, poco prima di partire per il fronte, Sauser riceve una lettera di Sonia Delaunay. «Ho sognato la tua mano destra» scrive «La tua destra che teneva sott’acqua la testa della poesia francese. Il tuo corpo era altrove». A capo del terzo reggimento della Legione, a Champagne, Fréderic dimentica «il nome e il volto, il comportamento e le circostanze della morte esemplare». Il 28 settembre, nel cuore del massacro, Sauser viene investito da una raffica. È ancora vivo e striscia sul terreno fino a un riparo tra le rocce. Con la sinistra fruga lo zaino e le tasche della divisa, ma la mano destra è scomparsa.

Morirà quarantasei anni dopo, non prima di aver annegato la poesia francese con la mano superstite. Dal 1961 al 1994 giace «in stato di legittima leggenda» nel cimitero di Batignolles, poi in una nuova tomba a Tremblay-sur-Mauldre. Su entrambe le lapidi è inciso Blaise Cendrars. C’è chi è pronto a scommettere che le sue ceneri si sposteranno ancora.


Jean Reinhardt - (Liberchies, 23 gennaio 1910 – Samois-sur-Seine, 16 maggio 1953)

Nasce in Belgio, a bordo di un carrozzone che in quel momento è impegnato a percorrere una mulattiera fangosa tra Liberchies e il centro di Pont-à-Celles. A guidarlo è suo padre che ha appena rubato un tappeto e una scatoletta di legno piena di gioielli d’oro e d’argento. Sua madre sistema qualche vecchia coperta e una brocca d’acqua calda sul pavimento e partorisce da sola. La carovana lascia il Belgio, attraversa la Francia, la Spagna. Si ferma in Marocco. I migliori amici di Jean sono quelli che nel campo sanno suonare uno strumento. A nove anni padroneggia il banjo, il tabacco e le frasi mozze della lingua della sua gente; non sa leggere né scrivere e al contrario di Sauser, Jean non conosce la nostalgia, eppure sa suonarla. D’estate la carovana torna in Francia e si spinge fino alla periferia di Parigi, alla Porte de Choisy, zona di cani e bordelli. Jean ha diciassette anni e ha messo in piedi una banda di musicisti. Con la custodia del banjo sottobraccio può intrufolarsi indisturbato nelle notti dei francesi, sedersi ai loro tavoli, batterli a poker e a biliardo, prenderli a pugni, bere il loro cognac. I francesi non sanno da dove viene. Nessun francese lo ha mai seguito fino a Porte de Choisy. Per questo, per tutti Jean diventa “il messicano”. Alle quattro del mattino del giorno dei morti 1928, dopo un concerto in Rue de Lappe, Jean torna alla sua roulotte. Si sfila le scarpe e accende una candela per non svegliare la moglie Bella che dorme. I piedi sudati di Jean scivolano su una pellicola srotolata sul pavimento. La candela finisce sulla pellicola che prende fuoco. Pochi minuti dopo, gli zingari che erano accorsi con secchi e bacinelle d’acqua vedono Jean Reinhardt uscire dalla roulotte in fiamme con Bella in spalla.

Il banjo è uno strumento di polvere e di pietra, il cui suono somiglia più a una minuscola orchestra di percussioni, a un gran ballo di stoviglie ubriache. Il banjo, se il fuoco ti ha fuso insieme l’anulare e il mignolo della mano sinistra, è troppo duro da suonare. Jean trascorre le sue giornate in ospedale. Ascolta Louis Armstrong. Accanto al suo letto solo Bella e la sua testa calva, visto che i capelli non le cresceranno mai più. Una mattina Jean apre gli occhi e vede il vecchio. Il vecchio è Alexandre, il mago della fisarmonica assieme al quale Jean batteva i locali parigini. Ha in mano una chitarra acustica. «È più leggera e ha le corde morbide» dice Alexandre, e posa la chitarra sul lenzuolo. Jean dice che non sa se potrà suonare di nuovo. «Vedremo» dice Alexandre «Vedremo. Ci vediamo, Django». E se ne va.

 

Victor Lidio Jara Martínez - (San Ignacio, 28 settembre 1932, Santiago del Cile, 16 settembre 1973)

Quello che più colpisce coloro che ritrovano il corpo di Victor Jara in mezzo ad altri settanta corpi nelle viscere dell’Estadio Nacional de Chile sono le mani.

Nel 1939 le mani di Victor reggono i secchi con l’acqua e trasportano ai bordi del campo i sassi che suo padre estrae dal terreno. L’anno successivo le mani trascinano le valigie dalla stazione degli autobus di Santiago alla nuova casa della famiglia Jara. Nel 1947 le dita delle mani di Victor abbassano le palpebre della madre e cominciano a prendere confidenza con la chitarra che lei gli ha lasciato in eredità, insieme al sangue mapuche e a uno sterminato archivio di storie e canzoni dei contadini del Cile che nessun libro di quelli che Victor vede a Santiago potrebbe contenere. A quindici anni il giovane Jara ammira solo due categorie di persone: i cantanti e i preti. Dopo un breve periodo in cui si gonfiano e si anneriscono trasportando mobili per una ditta di Los Nogales, le mani di Victor si giungono e sudano nel seminario di San Bernardo. Una notte, in sogno, le mani toccano un uomo. Victor si sveglia e si accorge che quell’uomo è lui. Poi le mani toccano una donna. La fede di Victor resta a San Bernardo, mentre lui viaggia verso Santiago. Nella capitale incontra Violeta Parra che somiglia «a quei giorni in cui avevo fame e freddo, e le mie unghie sanguinavano, e mia madre mi baciava e cantava che gli uomini del Cile si riconoscono dalle mani». Le dita di Victor perfezionano la chitarra. Nel frattempo il corpo impara il teatro e gli occhi imparano il cinema. In breve tempo i dischi di Jara entrano nelle case dei cileni e nelle radio dell’America Latina. Canta «la vita è eterna in cinque minuti». Nel 1970 le mani di Victor scorrono le ringhiere delle stazioni di Buenos Aires, porgono biglietti agli autisti di Montevideo, si abbandonano sui braccioli delle poltrone nelle botteghe di barbiere di Città del Messico. Le mani di Victor suonano per la televisione e stringono altre mani in Europa. Ogni volta che si presenta a qualcuno, Victor dice: «Jara Martínez. Partito Comunista de Chile».

Quello che colpisce Joan Jara quando vede il corpo del marito, dopo aver frugato in mezzo a settanta corpi, non è la voragine insanguinata che i militari gli avevano aperto sul fianco né la biancheria ridotta a brandelli né gli occhi aperti. Prima che muoia, si erano detti, dobbiamo spezzargli le mani, così la sinistra sembrerà la destra e viceversa. O forse non si erano detti niente. L’avevano fatto e basta.


Luciano Funetta