Mai morti #10 - Benedetta Sonqua Torchia

I mai morti sono i vivi di allora, quello che noi saremo per i vivi di poi. Mai morti è una rubrica di TerraNullius. Mai morti è un libro pubblicato da Dissensi Edizioni nel 2012, a cura di Marco Lupo e Luca Moretti, prefazione di Giancarlo De Cataldo. I coccodrilli di morti suicidi o morti di fame o morti di noia ritornano nella rete. Che il loro spirito possa strisciare nelle nostre carcasse biodinamiche.

I Mai morti sono bastardi del tempo che hanno vissuto, figli di una letteratura minore. Sono famosi o non lo sono. Sono esistiti o non lo sono. Sono scrittori o imbianchini, sono stati punti neri sulla scacchiera bianca o sono stati al margine, non importa.

Oggi è la volta di Ted Hughes riesumato da Benedetta Sonqua Torchia.

Ted Hughes, poeta terribilmente bravo, che mai avrei voluto conoscere

Ted Hughes non è morto perché dei morti non si può parlare male.

Di Ted nessuno ha mai parlato male perché è rimasto innocente. Ted, nella sua storia privata, è stato sempre assolto dall’autodistruttività delle persone che gli stavano attorno e perfino la cronaca e la mitologia mediatica si è rifiutata di accanirsi contro l’uomo che è stato.

Morire è un'arte, diceva Sylvia Plath, sua moglie: e l’arte, si sa, è immortale. Sarà stato per questo che Ted si è circondato di dissolvenze e assenze sentimentali, le sue, e di morte, anzi di morti, senza neanche sfruttarle per la sua poesia; questa la possedeva già ed era tutta sua. Esempio impeccabile di diseducazione sentimentale.

Suicida la moglie di Ted, fragilissima, giovanissima, poetessa con tanto, tanto talento, nota per le poesie d’amore, intimiste e bellissime, e per la produzione commovente di diari e lettere familiari. Una produzione smisurata forse subalterna e sminuita da quella fragilità che ha influito anche sul riconoscimento del suo personaggio letterario.

Suicida l’amante di Ted, Assia Gutman, donna coltissima, avvezza ai difetti degli uomini per essere stata sposata più volte - anche con quel genere strano di uomini che sono i poeti - ma non immune dall’insicurezza di non essere riamata, dall’umiliazione dell’abbandono nascosto, dal silenzio meschino di addii mai detti, di ultimi baci mai dati.

Morta la figlia avuta con Assia; quattro anni, ha respirato lo stesso gas della mamma, vittima e colpevole di non poter esser all’altezza di quella progenie che sarebbe stata la proiezione perfetta dell’ideale di famiglia che Ted voleva, senza essersi impegnato a costruire.

Tutte morte, queste donne di Ted. Di asfissia, con il gas. Tutte tradite da Ted di cui si può scrivere male perché la bellezza dei suoi versi lo rende immortale. Nessuno allora parlava di sindrome post partum ma tutti volevano essere brillanti, frequentavano i salotti della metropoli e della provincia inglese e compravano gli elettrodomestici. E la disperazione d’amore a volte sembra proprio una cosa antica, una roba romantica – proprio nell’accezione che ne dava Denis de Rougemont - e astratta.

Ted ha tradito Sylvia con Assia a solo cinque mesi dalla nascita del suo secondo bambino, per caso, per una coincidenza, per una questione di buon vicinato, se si volesse fare ironia.

Ted si è giustificato anni dopo scrivendo in versi, in versi bellissimi per la verità, che non era colpa sua e certo non era merito di Assia alla quale non ha mai dedicato alcun fraseggio d’amore. Semplicemente, non era colpa di nessuno; quel destino l’aveva trovato e sorpreso. E non poteva esimersi. Quando è colpa del destino è più facile assolversi.

Ted in fondo sembrava un fan delle cose facili. Tre giorni prima che Sylvia morisse, scomposta, con la testa nel forno e i bambini addormentati al primo piano, una tazza di latte e biscotti nel caso si fossero svegliati prima che qualcuno li andasse a cercare, in cucina, sigillata da nastro isolante e asciugamani, e la finestra aperta per le scale in modo che i bambini non respirassero aria cattiva, Ted aveva tentato una conciliazione.

Voleva Sylvia, di nuovo, non sappiamo che prezzo le stava chiedendo, né quale lui sarebbe stato disposto a pagare in cambio del posto da cui era stato cacciato. Eppure, si assolve dalla morte di Sylvia; neanche un senso di colpa dal quale dover essere consolato ed è giusto così. Ma, come se quel tentativo e quel sentimento di conciliazione non fosse mai esistito, prosegue la sua storia con Assia. Come se non fosse stato ponto a rinunciarvi se Sylvia non fosse stata la donna fragile che era. Ted prosegue nella direzione che solo qualche giorno prima avrebbe voluto cambiare. Perché era più facile.

Tradire i morti non è più possibile se non avventurandosi sul crinale delle ideologie, delle eredità spirituali, ma scegliere la via più facile e tradire se stessi è una cosa che riesce bene a molti. Ha ripreso il posto che voleva, con i bambini che voleva, nella casa che voleva e si è portato dietro Assia: ha tradito prima Sylvia con Assia e poi Assia con il fantasma di Sylvia. Ha tentato il colpaccio con la sostituzione di una figura con l’altra, nello stesso letto, con le stesse lenzuola, nella stessa casa, e Assia, per amore, si è fidata.

Quello che Ted non ha calcolato è che Assia non era una figura astratta; era una donna che amava e che chiedeva quanto più vedeva il rifiuto di Ted di scendere nella dannazione del dolore provocato dal suicidio di Sylvia; ella chiedeva quanto più lo guardava anestetizzarsi credendo che fosse facile per una donna prendere il posto di un’altra. È più facile così, avrà pensato Ted. Assia sarebbe stata la prosecuzione di ciò che esisteva prima. Avrebbe fatto le veci di madre, moglie, poesia, cuore. Sarebbe stato difficile tornare con Sylvia con tutte quelle domande e quell’intimità da affrontare e ricostruire. È più facile, si sarà detto dando nuovo vigore alla storia con Assia quando ha concepito con lei la figlia. Ted ha allontanato tutto ciò che non alimentava se stesso: prima si è sottratto a Sylvia perché lo attirava nel profondo di uno straniamento che la inseguiva dal primo tentavo di suicidio a ventuno anni, lo trascinava verso la bellezza di una poesia e di una prosa che arricchiva lei ma non lui.

Ted ha allontanato Assia perché lo metteva in imbarazzo. E lei, sei anni ha resistito. Esattamente tanto quanto Sylvia. Pur trasformatasi in casalinga, puericultrice, istitutrice di bambini non suoi, intaccava di Ted l’immagine che lui stesso avrebbe voluto avere di sé. A quei genitori che non le rivolgevano la parola, a quei vicini che la guardavano male, Ted non ha saputo rispondere se non tirandosi fuori da quella battaglia che non ha voluto. Era una battaglia non sua. Troppo impegnato nella sua scrittura, troppo impegnato nelle cure della madre, troppo impegnato dal pensiero di essere innamorato pur volendosi mantenere disimpegnato nell’atto concreto dell’amore. Era più facile così. Prima con Sylvia che ha tradito, poi con Assia che ha abbandonato.

Ted esilia Assia e la sua bambina a Londra. Da sole. Era difficile scrivere con loro per casa. Con tutti quei conflitti mai affrontati, con tanti silenzi, con quel dolore rimasto sospeso in casa.

Era più facile per Ted pensare che la morte di Sylvia fosse stata un incidente, di fronte al quale sorprendersi e piangere. Era più facile per Ted pensare che Assia sarebbe stata l’amante di sempre, da incontrare ogni tanto in un’altra città. Accanto solo i bambini di Sylvia come fossero protesi di una storia che aveva ancora bisogno di accudire, riformulare alla sua maniera, trasformare in una paternità che gli fosse più congeniale. Era difficile ammettere nella cerchia familiare una figlia di neanche quattro anni frutto di una relazione che non avrebbe mai difeso. Era più facile allontanare anche lei.

L’indelicatezza di non aver saputo usare la prudenza nell’amore per una persona già fragile. L’irresponsabilità di farla naufragare. La cattiveria di minare una persona nuova, più forte. La ricerca di allontanare qualsiasi responsabilità da sé, con la scusa di essere stato sempre sincero. I tentennamenti camuffati da delicatezza e cautela. Tutto questo accompagnato dalla bellezza della poesia, come fosse il vero e solo demone cui potesse rispondere Ted. Non si arrabbino i critici veri.

 

Benedetta Sonqua Torchia