Mai morti #7 - Benedetta Sonqua Torchia

MAI MORTI - Rubrica di morti mai morti a cadenza sconosciuta

MAI MORTI consiste in tre brevi coccodrilli di morti suicidi o morti di fame o morti di noia o morti perché non c’era bisogno di andare oltre. I tre morti, affrontati in non più di 15 righe ciascuno, sono bastardi del tempo che hanno vissuto, figli di una letteratura minore. Sono famosi o non lo sono. Sono esistiti o non lo sono. Sono scrittori o imbianchini, sono stati punti neri sulla scacchiera bianca o sono stati al margine, non importa. Ciò che importa, dei mai morti, è che il loro spirito striscia nelle nostre carcasse biodinamiche, urla nei nostri incubi, ci cura e ci maledice.

I mai morti sono i vivi di allora, quello che noi saremo per i vivi di poi.

 George Whitman – animatore letterario (senza blog)

Di Sylvia sei e di Sylvia ritornerai. Con questa certezza, a quasi cent’anni, deve aver chiuso (un attimo) gli occhi Whitman pensando al suo negozio di libri. George viveva a Parigi e a Parigi, si sa, si è più inclini all’amore. Il primo amore (quello pubblicamente dichiarato s’intende) Whitman l’ha avuto per la letteratura e non l’ha mai tradito. Ed è stato fedele anche all’opera della Sylvia Beach che, sulla Rive Gouche, aveva animato la scena letteraria. Nel 1951 George ha aperto una libreria e ne ha cambiato il nome in di lei onore in Shakespeare and Company, proprio come la libreria attiva dal 1919 all’occupazione tedesca del 1944 tra le vie di Parigi. Per i successivi cinquant’anni, George Whitman, in libreria, non si limitava a vendere libri. Aveva allestito una sala lettura, organizzava incontri con scrittori e reading per il sunday tea. La libreria era più di un salotto, era quasi una comunità.

Sui 13 posti letto ricavati tra i divani in libreria e il piano superiore (quello più ambito) ci hanno dormito più di 40.000 scrittori squattrinati in cambio di una rassettata e di qualche ora di lavoro tra gli scaffali da mettere a posto. Una sorta di utopia socialista mascherata da libreria, come la chiamava lui. Un sogno fatto di collaborazione, rigore, rispetto e amore. Nel tempo, c’è chi moltiplica pani e pesci e c’è chi moltiplica posti letto. I primi guadagnano la resurrezione e la destra dei padri, i secondi l’immortalità nei cuori di chi li ha amati. Oggi la libreria è stata ereditata da sua figlia Sylvia, a testimonianza di una amore lungo quasi un secolo.

 

Virginia Elisabetta Luisa Carlotta Antonietta Teresa Maria Oldoini in Verasis Asinari Castiglione – la vulva d’oro

La contessa di Castiglione è morta, eppure il suo fantasma è rimasto sopra la storia delle nostre teste per non aver visto esaudire nessuna delle sue ultime volontà.

Voleva essere sepolta a La Spezia e, invece, giace tra i grandi, al Père Lachaise di Parigi. Voleva indossare la vestaglia di seta verde ma questa è diventata l’ennesimo trofeo del successo politico di Cavour che, cugino della contessa, l’aveva arruolata e spedita in missione nella camera azzurra di Napoleone III per perorare la causa dell’italico spirito bramoso di libertà contro l’impero austro-ungarico.

La contessa, non voleva esequie religiose e invece ebbe una regolare funzione davanti ai camerieri, a un duca e a un agente di cambio.

Voleva che la sua bellezza fosse legata ai poteri della storia che aveva vissuto e, invece, alla sua morte, la polizia sabauda è corsa a lustrare la reggenza di Vittorio Emanuele II. In fumo sono andati i carteggi che riguardavano re, politici, papi e banchieri. Intatte sono rimaste, invece, le prove per continuare ad additarla: i diari amorosi e le mille fotografie passate alla storia; una sorta di fraseggio amoroso per classificare i suoi amanti - senza troppi fronzoli – in base al cuore e agli affari.

Voleva portarsi nella tomba due milioni di lire del tempo perché tanto valevano i suoi gioielli; invece sono stati spartiti tra eredi e avvocati.

Voleva appoggiare la testa sul cuscino ricamato dal figlio quand’era bambino e avrebbe voluto avere ai suoi piedi, imbalsamati, i suoi due pechinesi. Niente le fu concesso.

E’ stata al centro del mondo in un momento in cui l’Europa tutta invocava libertà, voleva rovesciare le tradizioni, urlava contro il potere temporale della chiesa e cullava in petto nuovi modelli sociali.

Gli eredi non l’hanno accontentata e gli storici l’hanno messa da parte perché nessuno voleva citare la vulva d’oro del risorgimento nella storia dell’Unità d’Italia. Ma a lei più che finir sui libri di storia, piaceva essere il centro delle storie, quelle vere. Quelle giocate alla corte dei potenti, nei letti già battuti da matrimoni fatti a suon di ragion di stato, sparigliando la decenza con i vezzi. E se, in fondo, tutta l’Europa s’era già disegnata nei secoli anche grazie ai matrimoni di bambine che hanno sfornato gli eredi giusti, l’Italia non ha fatto certo eccezione e la contessa non s’è voluta perdere il divertimento di seguire le regole del gioco.

 

Alcide Cervi – Quercia

Alcide Cervi è morto troppe volte per morire davvero.

All’inizio è morto sette volte. Una per ogni figlio che gli hanno ammazzato i fascisti. Poi è morto quando gli incendiarono la casa. Un’altra volta ancora è morto quando Aschenco, catturato coi figli, iniziò a collaborare con i nazifascisti. Infine è morto quando gli è morta la moglie di crepacuore. E poi deve essere morto tutte le volte che dopo aver dato ospitalità a paracadutisti, alleati, staffette, tapini, preti e partigiani ne perdeva le tracce. Alcide non è impazzito per il male che sentiva perché sapeva che dopo un raccolto ne viene un altro, che bisognava andare avanti. E, per andare tanto avanti, era partito da lontano. Era partito dall’educazione dei figli, da una biblioteca piena di manuali tecnici, opuscoli, opere, trattati, dal modo di prendere le decisioni in famiglia: tutti insieme. E tutti insieme hanno deciso traslochi, spostamenti, l’aratura dei campi e le coltivazioni; perfino l’acquisto del trattore Balilla che tanto fece scalpore da quelle parti, nel 1939, fu messo ai voti. Tutti insieme hanno deciso di combattere lo sfruttamento nelle campagne e tutti insieme si affacciavano partecipi e responsabili ai cambiamenti della campagna emiliana per la difesa del lavoro, per l’organizzazione in cooperative, per le case del popolo, mutue, leghe di resistenza, camere di lavoro, per il rinnovo dei patti agrari. Tutti insieme, soprattutto, decisero di aderire alla resistenza perché, questo sì, li avrebbe davvero coinvolti tutti. Frumento e resistenza, tutti uniti contro il regime. La morte dei Cervi è avvenuta per vendetta.

Un anno c’è voluto perché Alcide potesse celebrare il suo dolore e insieme seppellire tutte le sue morti; dovette aspettare il funerale dei suoi figli organizzato il 28 ottobre del 1945, e solo allora disse: mi hanno sempre detto: tu sei una quercia che ha cresciuto sette rami, e quelli sono stati falciati, e la quercia non è morta… la figura è bella e qualche volta piango… ma guardate il seme, perché la quercia morirà, e non sarà buona nemmeno per il fuoco. Se volete capire la mia famiglia, guardate il seme. Il nostro seme è l'ideale nella testa dell'uomo.

Benedetta Sonqua Torchia