Mai morti #5 - Massimiliano Di Mino

MAI MORTI - Rubrica di morti mai morti a cadenza sconosciuta
MAI MORTI consiste in tre brevi coccodrilli di morti suicidi o morti di fame o morti di noia o morti perché non c’era bisogno di andare oltre. I tre morti, affrontati in non più di 15 righe ciascuno, sono bastardi del tempo che hanno vissuto, figli di una letteratura minore. Sono famosi o non lo sono. Sono esistiti o non lo sono. Sono scrittori o imbianchini, sono stati punti neri sulla scacchiera bianca o sono stati al margine, non importa. Ciò che importa, dei mai morti, è che il loro spirito striscia nelle nostre carcasse biodinamiche, urla nei nostri incubi, ci cura e ci maledice.
I mai morti sono i vivi di allora, quello che noi saremo per i vivi di poi.

 

1) George Byron – Lord, poeta, combattente.

Fluenti capelli neri e sguardo indiavolato amava scrivere nudo, in piedi davanti a un foglio poggiato sul cavalletto come stesse imbrattando una tela. I suoi versi erano letti di nascosto e riposti segretamente in fondo al cassetto. I suoi versi erano quelli di un predestinato, tanto alla fama quanto alla gogna. Debiti e dicerie lo invitarono fuori dall’Inghilterra per farsi patriota solo della bellezza e della poesia. Viaggiò molto: Belgio, Svizzera e finalmente Italia. Sulla spiaggia di Viareggio fu lui ad appiccare il fuoco alla pira del suo fraterno amico Percy Shelley, e prima che le ceneri si dispersero, fece un patto chiedendo a quel fitto fumo nero che si alzava al cielo di attenderlo ancora qualche anno sulla soglia di quella porta che poteva solo immaginare. E con quell’impegno suggellato in cuore, si diede non solo più anima ma anche corpo per non tardare all’appuntamento. Entrò nella carboneria per dare un senso e un’unità a questa sua nuova Patria, fonte di arte e storia e ancora storia, eppoi ancora oltre, viaggiando deciso nella sua discesa fino alla culla della civiltà, in quella Grecia che chiedeva dignità e indipendenza dalla Turchia. Sentiva come tutto facesse parte di un disegno, ma non fu nei campi di battaglia che questo si compì. Sarebbe servita una zanzara maligna, la febbre e la malaria e salassi su salassi che accelerarono solo l’incoscienza. Prima di spirare fece in tempo a vedere la stanza piena di compagni e soldati. “Che bella scena!” disse, e chiese un applauso.

 

2) Gabriele d’Annunzio – Vate, poeta, combattente.

La prima morte alla quale ebbe modo di assistere fu quella di un porco squartato dietro il cortile di casa. Dietro quei pianti, quelle urla così possenti, e in quello spasimo dell’orrore, si convinse che dovesse celarsi un gran segreto. Al porco succedette l’amato cavallo Aquino. La povera bestia oramai accasciata a terra guardò Gabrielino e gli disse che non era poi così male. Per la sua, di prima morte, dovette attendere i sedici anni: una burla che gli regalò un qualche eco a favore della sua prima raccolta di versi, ma che poco gli disse di quell’eterno mistero capace di gettare una malia nel cuore degli uomini. Il vero artista, si sa, nella sua esistenza non può che scrivere una sola opera: versi, tragedie, romanzi, passioni, droghe, politica e guerra. Solo capoversi di un eterno patto, di un sogno che non conosce la fine, ma che con tutto l’amore gli si volge. Gabriele diceva di avere sempre con sé una scatoletta damascata che contenesse il segreto delle tenebre e un diario del quale l’eterno fosse l’unica musa. Sulla soglia dei cinquant’anni Gabriele, alla testa di un gruppo di legionari, occupa Fiume e fonda la Reggenza italiana del Carnaro, Repubblica della musica e delle lettere, Città di Vita alla quale credette sarebbe stato giusto riconsegnargliela. E quasi ci riuscì. Dall’Andrea Doria, gioiello della marina italiana, partirono delle cannonate verso il palazzo, il soffitto cadde addosso al comandante, ma non morì sotto quei colpi, non per tutti almeno. Non morì almeno come comunemente s’intende. Passarono ancora altri anni, anni di esilio e di prigioni dorate, nelle quali la sua opera volse all’epilogo e alla memoria. Quando oramai stanco aprì la scatoletta damascata, mentre moriva, ricordò tutte le altre morti e allora non ci credette più.

 

3)Yukio Mishima – Samurai, scrittore, attore, combattente.

Per tutta l’esistenza cercò quell’unica cosa che potesse riconciliare l’arte con la vita: un principio più elevato dove il corpo e lo spirito non conoscessero distinguo, una singola mossa che raccogliesse e annullasse il tutto. Un luogo perpetuo dove lasciarsi cadere e dove, se la penna ferisce, la spada è a sua volta in grado di riscrivere una storia. Un’altra espressione, insomma, più alta che non contempli solo maschere e parole, perché se queste possono riempire il vuoto ed evocare il mondo, non appartengono però al mondo stesso. Il mondo è pesante, fatto di corpi e azioni e quando queste, nel tempo e nella utilità, degradano… beh, è il mondo stesso a sopperire. Bellezza ed etica, riteneva, sono due facce della stessa moneta, l’unica che può comprare la dignità. Con quattro soldati progettò per la sera del 25 novembre la morte, tutto nei minimi particolari. Chiese ai compagni se qualcuno avesse qualche impedimento, se avessero altro da fare per quel giorno. Il più giovane, spirito eletto si vede, chiese con innocenza come fosse possibile avere altri impegni quando si progetta la fine. Strano arrivare puntuali a certi appuntamenti, eppure tutto fu perfetto: la volontà e le divise, un esercito, il suo, che lo scortò fino all’ultimo capitolo, riflettori e televisioni per quell’uscita di scena. Al comando militare non se lo attendevano questo spettacolo, le uscite furono bloccate e il comandante, legato a una sedia, concesse l’adunata della caserma nel cortile. Yukio uscì sul terrazzo e i militi lo guardarono con gli stessi occhi che si regalano a un pazzo. Le parole uscivano infuocate, ma quegli stolti, mille volte stolti, soldati non compresero neanche cosa dicesse quando ripetutamente invocò l’imperatore; a ben pensarci allora, la morte assunse più sfumature, più e più significati ai quali non aveva pensato. Allora tornò nella stanza, s’inginocchiò e slacciò la divisa, cercò il punto esatto con la sciabola e guardò per l’ultima volta Morita, il suo fedele, il compagno, l’amore. Sarebbe toccato a lui dopo lo sventramento fargli volare il capo con un sol colpo, dopodiché tutto sarebbe stato più lieve e il mondo stesso sarebbe tornato a essere solo una parola.

 

Massimiliano Di Mino