Mai morti #4 - Alda Teodorani

MAI MORTI - Rubrica di morti mai morti a cadenza sconosciutaNico Piancastelli

MAI MORTI consiste in tre brevi coccodrilli di morti suicidi o morti di fame o morti di noia o morti perché non c’era bisogno di andare oltre. I tre morti, affrontati in non più di 15 righe ciascuno, sono bastardi del tempo che hanno vissuto, figli di una letteratura minore. Sono famosi o non lo sono. Sono esistiti o non lo sono. Sono scrittori o imbianchini, sono stati punti neri sulla scacchiera bianca o sono stati al margine, non importa. Ciò che importa, dei mai morti, è che il loro spirito striscia nelle nostre carcasse biodinamiche, urla nei nostri incubi, ci cura e ci maledice.

I mai morti sono i vivi di allora, quello che noi saremo per i vivi di poi.

1) Giuseppe Betti - poeta, pittore

Certi morti sono più vivi dei vivi, ancora più per me che ho perso quasi tutti i miei amici d’un tempo, sepolti dall’incuria, dall’autolesionismo, da malattie incurabili, dall’eroina soprattutto.

Tabacco, alcol, funghi, anestetici, colla, aghi, l’eroina di Giuseppe, le sue frasi nonsense “gli-stivali-sono-le-calzature-del-diavolo”.

Giuseppe dipingeva la sua vita e sui fogli i suoi colori lasciavano solchi profondi. Solchi insanguinati dentro le sue vene.

Giuseppe con il suo volto singolare, le ossa intagliate nella carne, gli abiti stravaganti, i capelli sempre troppo lunghi sugli occhi divoranti. La voce affannata e roca, il suo modo strano di chiamarmi Crudelia, come se al centro del mio nome ci fosse una pausa, un dubbio. Giuseppe che verso la fine andava di nascosto nei luoghi dove si riunivano gli amici, restava fuori come se si vergognasse di se stesso. Mandava dentro bigliettini tramite qualcuno che non conosceva, strani biglietti dalla calligrafia tremante, le lettere graffiate, sepolte nella carta. Di Giuseppe mi resta: un biglietto – uno di quelli con scritto sopra “Per Alda Teodorani, Biblioteca di Bagnara”, una fotografia in bianco e nero distribuita durante il suo funerale, un dipinto furioso.

Giuseppe, morto di autodistruzione. Morto di suicidio da scambio di siringhe.

 

2) Nico Piancastelli - poeta, pittore

Era “costretto da una grave malattia a vivere dentro un pigiama” (il verso di una sua poesia), urlando il suo dolore e, ancora prima del dolore, la sua furia di vivere in una raccolta di poesie, scritte a caso su fogli sparsi, dietro le immagini che dipingeva, sulla carta dei giornali, su tutto quello che di tracciabile trovava. Nico e i suoi amici, essenziali e funzionali alla sua esistenza, Nico e la politica, Nico e i solventi, Nico e la nico-tina, Nico e le sue emorragie, Nico e la Leucemia, Nico e l’eroina che non aveva mai provato e che, dicevano maligni e ignoranti i contadini dei dintorni, lo aveva fatto ammalare. Nico e il suo testamento. Sulla busta, il nome di Baldo.

Ho sognato Nico. Non avevo mai avuto il coraggio di andare da lui in ospedale. Lo volevo ricordare esattamente come era quel giorno: eravamo seduti insieme sul muretto fuori dalla biblioteca, lui fissava un punto lontano quanto i suoi amori fuggenti, consumati in fretta, amori senza nome e senza età. I suoi capelli erano rispuntati in una pausa dalla chemio e lo avrei sempre ricordato così, i suoi occhi verdi pieni della furia e delle fiamme che consumavano la sua esistenza. Ho sognato che tenevo Nico fra le braccia. Lo avevo rapito dalla sua stanza d’ospedale, e improvvisamente era un neonato. Ma lui aveva rifiutato le cure, era già morto da qualche giorno. Mi restavano solo le sue poesie, che più tardi avrei raccolto e chiuso dentro un libro, una fotografia in bianco e nero scattata dal suo amico Aquila che è rimasta a lungo appesa nella mia camera, un anello d’argento a fiori dove i fiori sono stati consumati dal tempo, due CD che mi ha portato Baldo da New York con i suoi dipinti, un dizionario di francese.

 

3) Giovanni Buzi - scrittore, poeta, pittore

La dignità pretesa e ottenuta da Giovanni Buzi, scrittore italiano che viveva a Bruxelles, e che in uno dei suoi tanti ritorni a Roma mi ha chiesto di vederci per parlare di una prefazione a un suo libro. E poi la prefazione l’ho scritta, ne ho scritta pure un’altra.

Le lettere tracciate sui fogli di Giovanni Buzi avevano qualcosa di morboso. Brucia il fuoco dentro o fuori dalla legna, dall’alcol che ne viene consumato? È interno o esterno alla sostanza che lo alimenta? Così sono i racconti di Giovanni, racconti veloci, arrabbiati, di personaggi surreali, racconti intricati e limpidi, storie che a guardarle bene nascondono colori, a volte lividi, a volte leggeri, altre volte carichi e divoranti, gli stessi colori che s’appoggiano e imbevono le tele della memoria che ho di Giovanni.

Ho sempre pensato che la morte c’insegue e ci costringe, ho sempre ritenuto – e mai detto finora – che la morte, da vivi, ci rinchiude dentro un labirinto. La furia di scrivere, quella di dipingere, l’ansia delle cose da fare, delle tante cose da fare, ha abitato anche dentro Giovanni come abita dentro di me? Non lo potrò più sapere, forse. Di lui mi restano: alcuni libri, una manciata di e-mail, una di rimprovero quando ha saputo che stavo meditando il suicidio, due dipinti (uno dedicato a me che sembra spennellato di sangue e che ha chiamato FAME), un profilo su Facebook. Giovanni – che parlava in continuazione di me con la sua gatta – ha richiesto e ottenuto il suicidio assistito quando ormai non poteva più sperare di uscirne vivo.

Alda Teodorani