Mai morti #2 - Pier Paolo Di Mino

MAI MORTI consiste in tre brevi coccodrilli di morti suicidi o morti di fame o morti di noia o morti perché non c’era bisogno di andare oltre. I tre morti, affrontati in non più di 15 righe ciascuno, sono bastardi del tempo che hanno vissuto, figli di una letteratura minore. Sono famosi o non lo sono. Sono esistiti o non lo sono. Sono scrittori o imbianchini, sono stati punti neri sulla scacchiera bianca o sono stati al margine, non importa.  Ciò che importa, dei mai morti, è che il loro spirito striscia nelle nostre carcasse biodinamiche, urla nei nostri incubi, ci cura e ci maledice.
I mai morti sono i vivi di allora, quello che noi saremo per i vivi di poi.

1) Socrate - discepolo di Diotima

Socrate, capostipite dei suicidali, era personalmente convinto, come testimonia il Fedone, che il suicidio fosse atto altamente indebito. La contraddizione sarebbe felice, se sussistesse. Ma la questione è altra. A causa di quella combinazione, talvolta esaltante  e tal’altra disdicevole (sempre stupefacente), di impulsi individuali e accadimenti esterni alla persona di cui siamo schiavi e che chiamiamo vita, il buon sapiente, che per lunghi anni non aveva potuto fare a meno di scocciare i suoi concittadini esercitando su di loro quella forma di logica ereticale e perversa che è la dialettica, incappa in una volgare bega politica e viene condannato a morte. Si difende come un leone, e l’avrebbe pure sfangata, se, con mossa improvvisa, non si fosse proposto al martirio, dichiarando che se le leggi decretavano la sua condanna, seppure sbagliate, erano pur sempre leggi, e quindi da rispettare. La considerazione, non sfuggirà a nessuno, è casuale e distratta. Meno casuale e distratta è la motivazione reale della morte che il vecchio chiacchierone si inflisse: Socrate parlava con il proprio angelo custode, che i greci chiamavano demone. Socrate fidava nel proprio demone, che lo aveva sempre guidato con cura, perché il demone di un uomo è il suo destino. E infatti il demone prese Socrate e gli disse: “Ti ho sempre mandato bene, e pure con l’aggiuntina. Fidati. Morire adesso è il coronamento, la pacchia, e ci facciamo una figura grande e perfetta. Fidati di me come sempre, perché chi non si fida del proprio demone finisce male. Per esempio tu: da ‘mo che saresti finito suicida, vecchio matto”. E Socrate, che sapeva le cose, fece pippa e ubbidì.


2) Gesù - discepolo della Maddalena

Gesù, invece, per inclinazione tutta sua, non era ubbidiente. Aveva certe idee che si era fatto da solo. Per esempio: esistono le leggi, metti i dieci comandamenti, che a rispettarli davvero tutti e in maniera completa uno starebbe proprio in pace con il creato. Ma: non basterebbero cento vite a capirli tutti questi comandamenti, e si potrebbero esercitarli solo con la forza di volontà, la forza che è la prima a venire meno. Soluzione: abolire le leggi, e tornare come bambini che, amando se stessi, amano tutto quello che gli capita di toccare, e così facendo stanno proprio in pace con il creato. E aveva pensato pure: noi smettiamo di essere bambini quando impariamo ad avere paura e, contro la paura, inventiamo le leggi, che sono quelle della ragione, e la ragione, per via del suo funzionamento, ci mette paura. E così non ne usciamo più. Siccome non possiamo evitare di avere paura, come qualsiasi altro sentimento, la chiave è quella di abbandonare la ragione. Ma siccome non si può abbandonare la ragione, perché è troppo umano avere paura e usare contro la paura la ragione, l’unica è farsi abbandonare dalla ragione. Così è la Ragione, il Nous, o, come la chiamava in confidenza Gesù, il Padre. E allora il Nazareno si è messo in croce e ha gridato: “Papà, papà, perché mi hai abbandonato?!”. E il gioco fu fatto. Amen.


3) Judy Garland - autodidatta

A Judy Garland non le interessava né di ubbidire né di ribellarsi. Non le interessava in pratica nulla.  Le interessava di Judy Garland, che però non era nemmeno lei, dato che lei era Frances Ethel Gumm. Frances Ethel Gumm smise presto pure di ricordarsi chi era, perché, non aveva neanche tre anni, stava vedendo uno spettacolo con una bambina che ballava, e le si rivelò Judy Garland, che le fece dire ad alta voce: “papà, posso farlo pure io?”. Il padre disse di sì, e allora disse di sì pure Frances Ethel Gumm, come farebbe una bambina, come una che lascia fare. E Judy Garland fece: usò Frances per cantare e ballare e recitare. La usò sul palco, nelle ristrettezze del grande e piccolo schermo, nella sfavillante vita quotidiana di una stella del cinema. Judy Garland era il demone di Frances. Ma, dal momento che dopo la parabola di Socrate, ogni nostro demone è divenuto un demonio; e, dal momento che dopo la parabola di Gesù, ogni nostro demonio è diventato una malattia, Frances pensò di essere malata di Judy e cominciò a prendere un sacco di medicinali, quelli che fanno stare calmi. La cura funzionò, anche se secondo il referto si trattò della solita morte per overdose dentro un cesso.

Pier Paolo Di Mino