Il romanzo luminoso di Mario Levrero è uno di quei libri che non si leggono. Ti leggono, forse.
Se si dovesse, per forza, spiegare qualcosa, in aggiunta alle oltre 600 pagine già scritte, non si sarebbe la grandezza di quel che c’è scritto, né di come è scritto, né dell’autore; semmai si potrebbe provare a raccontare quel forse.

Gli scrittori sono dei miserabili. Ci sono buoni scrittori e cattivi scrittori, scrittori acclamati e scrittori marginalizzati, scrittori che dopo la morte, come natura vuole, scompaiono e scrittori che rivivono postumi una nuova quanto poco consolante giovinezza: tutti, beati e fieri delle rispettive differenze, hanno in comune un fatale rapporto con la miseria, o meglio con quella forma di miseria che pertiene all’effimero officio della scrittura, all’esito ridicolo del castigo di Sisifo.

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