Dettaglio di Altri naufragi di Veronica Leffe

Editoriale, maggio 2020 - Altri naufragi

Le scimmie di TerraNullius si riuniscono sulla friabile sabbia dei naufragati. L'urlo del mese di maggio è un coro.

 

1

E tra quei vermi c'è anche lui, che quando vede un mercantile esalare gli ultimi ruggiti dai suoi enormi motori diesel, stremati, brinda a un altro anno di lavoro. Insieme ai suoi compagni immerge la caraffa nella bacinella di birra comune, scosta il panno che tiene su naso e bocca e manda giù tutto, quella mistura di alcol e sabbia, tiepida, come la sera nel golfo di Cambay. Gli occhiali da saldatore, che ha trovato anni prima nella stiva di un cargo, li tiene. Li toglie solo quando torna nella palafitta – che quasi galleggia sulla laguna interna dando le spalle al mare – si lava, e si avvolge alla vita un pareo. Dopo mangiato sciacqua la sua scodella nella bacinella col sapone e la lascia a scolare con le altre, quindi aspetta il suo turno osservando la nuova arrivata, una nave mastodontica senza più bandiera e con il nome abraso. La smonteranno per il padrone, e il padrone ne rivenderà i pezzi. Anni prima, durante uno smantellamento, hanno tenuto per loro una radio di bordo, nascondendo quel furto, e ogni sera alla palafitta 2532 si mettono in fila per usarla. Ma sembrano aver sbagliato secolo. Con il microfono in mano, nell'assordante vociare che li circonda, tra lingue di ogni parte del mondo e i nauseanti versi dei gabbiani cadenzati dai rumori metallici del turno di notte, si ascoltano chiedere da anni se dall'altra parte c'è qualcuno. C'è nessuno. C'è nessuno. C'è nessuno. C'è nessuno. Migliaia di volte la stessa domanda, quasi mai una risposta. E poi tocca a un altro. Quando arriva il suo turno ci ripensa, passa il microfono a un compagno e si stende sull'amaca. Sputa sulle lenti degli occhiali da saldatore e le pulisce con le dita, quindi si addormenta.

 

2
Hanno l’aria addosso, una raffica impestata, cattiva. Guardano il vento che piega le piante, che copre il campo mentre la terra scivola nei canali e si impasta al torbido dell’acqua e alle uova degli insetti. Stanno tirando calci alla lamiera e uno di loro sputa sul vetro che separa l’abitacolo dalla tempesta. Ogni tanto qualcosa di infinitamente piccolo finisce negli occhi e provoca lacrime e poi rossore. Quando hanno smesso tirano fuori un paio di sigarette e si guardano stupiti, le labbra che formano un dosso intorno al filtro di carta. Non hanno accendini, nessun tipo di fuoco, di combustibile, di pietra capace di creare filamenti di luce o scintille. Il trattore ha un nome tedesco e lo chiamano cantando, i denti mostrati sulle consonanti aspre. Uno dei due trova le chiavi e mette in moto. La frizione è dura e fa fatica a premere, a tenere il piede troppo piccolo e la gamba troppo corta. L’altro ride, si abbassa, punta le dita verso la scarpa di straccio. Partono male, facendo fumo. Tagliano il campo mentre le pressione e il peso del trattore distruggono ogni forma di vita vegetale. I tuberi e le piantine schiacciati e cosparsi sulla terra scura. Dopo il campo, fino alla curva, non si vede niente. Evitano il fosso e guadagnano il sentiero che sale fino al promontorio, sempre nella posizione di partenza: uno con la gamba sinistra, l’altro con il braccio sinistro. Non riescono a sentirsi ridere. Il rumore ritmico del motore è una sequenza che unisce il silenzio del campo alla fine della collina, quando vedono la luce calare all’orizzonte. Cambiano gamba e braccio, all’inizio della spiaggia, prima di finire nell’acqua, contro un muro di onde che spegne ogni voce.

 

3
La cosa più difficile era alzarsi sui pedali. In quelle ore, sotto il sole, la saliva scarseggiava e i piedi scivolavano in avanti.
Ma appoggiarsi al sedile non era ipotesi da considerare. Troppo lontano. Bisognava continuare a pigiare, pigiare forte con le gambe. Gli venne sete. E rabbia.
Avrebbe dovuto catturare degli schiavi quando ne aveva avuto la possibilità. Invece, si era intenerito e aveva lasciato andare quel biondino stretto all’angolo. La sorella, tutta occhi, gli si era agganciata alla gamba e non si stancava di piagnucolare per la sua salvezza. Avrebbe dovuto imprigionare entrambi e metterli lì, a pedalare al suo posto. Invece, era solo e per di più aveva paura che lo fregassero.
Da grande, cioè quando sarebbe diventato più grande, si sarebbe comprato un pedalò tutto suo. E sul fondo ci avrebbe montato una bella ruota, alta e robusta. Buona per andare sulla sabbia e non nel mare. Perché l’acqua salata faceva schifo. Bruciava gli occhi e il pisello, alle volte.
Per questo Giovannino avrebbe solcato le spiagge e non i mari. Per accedere a quel mistero composto a cui tutti, una volta davanti all’acqua, volgevano le spalle. Tutti. Imbambolati davanti l’andirivieni noioso e sempre uguale delle onde.
A lui piaceva la sabbia. Quella asciutta. Era calda. Si lasciava ammassare o accarezzare. Ma la cosa più bella era che lo lasciava entrare con delicatezza come sapesse trasformarlo in un serpente capace di infilarsi sottoterra. Lo avvolgeva e lo premeva nelle buche per abbracciarlo di nascosto ma subito era capace di lasciarlo andare non appena si fosse stufato. Se un dito tornava a puntare il cielo, i granelli capivano e si ritiravano scivolando via e, ogni tanto lo salutavano lasciandogli un regalo. Un chiodo. Un mozzicone. Un soldino.
Ma adesso doveva proprio fermarsi a respirare; lasciò i pedali per sdraiarsi sul pianale e si ricordò delle istruzioni che aveva ricevuto prima di affrontare il viaggio. Guardò a destra e sinistra. Le montagne d’argilla alle sue spalle erano nude e arrivavano fin quasi dentro il mare. Si sarebbe avventurato sin laggiù, per staccarne un pezzo. Poi ci avrebbe fatto una poltiglia grigia per ricoprire il corpo. E non si sarebbe scottato. Magliette bianche in spiaggia non ne avrebbe indossate mai più. Era grande ormai. Doveva solo sbrigarsi a comprare un pedalò tutto suo.

 

4
Lo studentato era circondato da altri studentati, tutti edifici simili, mediamente alti e retti, mestamente privi di qualsiasi slancio architettonico - caratteristica sottolineata dal grigio chiaro che accomunava ognuna delle pareti visibili. Nella loro anonima somiglianza, il terrazzo dove si trovavano pareva però più basso rispetto ai suoi vicini, come se al palazzo mancasse un piano - chissà quali ebbrezze e gioie e feste si nascondevano in quel piano mancante, pensarono i tre all'unisono. Avevano l'impressione che dai terrazzi in cima agli studentati attigui chiunque potesse vederli, ma non c'era comunque nessuno a osservarli, come sempre. Togliendo camicia e pantaloni, stesero degli ampi asciugamani sul cemento grezzo e rovente del pavimento, e già stanchi si allungarono al sole del pieno pomeriggio. Per provare a rinfrescarsi si passavano un spruzzino riempito d'acqua fresca, che puntavano su viso e petto per un refrigerio di una manciata di secondi. Dopo pochi minuti uno di loro disse che scendeva in stanza perché doveva cambiare le lenzuola, ma non si mosse. Un altro, riparando gli occhi con una mano, cominciò a scrutare il cielo, mirando con decisione un punto preciso. Gli altri due lo imitarono, ma in quell'angolo di cielo - come nel resto dello spazio visibile - non c'era niente se non l'azzurro abbagliante, nemmeno una nuvola stiracchiata, nemmeno la scia di un aereo, niente di niente. L'acqua nello spruzzino divenne presto bollente, il cemento del terrazzo rifletteva i raggi del sole e loro scommettevano su quale potesse essere la temperatura percepita. Quarantacinque gradi? Quarantasette? Cinquanta? Dopo un'ora raccolsero le loro cose, per poi scendere lungo le scale verso le rispettive stanze. Tutti e tre avevano la pelle calda e arrossata, come dei polli allo spiedo a metà cottura. Farsi una doccia e stendersi su un letto pulito sarebbe stato bello però, un sollievo meritato. Ma nessuno aveva cambiato le lenzuola, quella settimana. Uno di loro le aveva tolte un mese prima per portarle in lavanderia, ma quel giorno non aveva avuto voglia di rifare il letto, e da allora dormiva direttamente sul materasso.

 

5
Da venti anni, d’estate, ho l’abitudine di andare a Maccarese, sempre nello stesso stabilimento balneare. Non è che a me piaccia proprio il mare, ma se mi domandano perché vado al mare, e sempre e solo a Maccarese, nello stesso stabilimento, rispondo sempre che ci vado perché il mare mi rilassa e mi fa pensare, e che vado sempre a Maccarese perché lì le onde sono alte e il vento forte, e che non cambio mai stabilimento perché quello in cui vado ha l’arenile grande e in quell’arenile il silenzio è vasto, pieno, ma non è la verità, la verità è che io, da venti anni, vado al mare, a Maccarese, sempre nello stesso stabilimento, perché quello stabilimento chiude verso il tramonto e, allora, io, mentre tramonta, vado a sedermi in uno dei tavolini del pergolato, c’è un bel pergolato, e ordino un liquore al bar, e lo bevo con lentezza, seduto, e tutte le volte davanti a me siede il proprietario dello stabilimento (che venti anni fa era il figlio del proprietario) e, tanto ora che siamo vecchi, quanto prima, quando eravamo i giovani, facciamo sempre la stessa cosa, ci guardiamo e ogni tanto ci sorridiamo, come due che si conoscono da sempre, come due che sono così intimi che non hanno nemmeno bisogno di parlarsi per dirsi qualcosa, ma tutte le volte, da sempre, a un certo punto, ci viene voglia (io di me lo so per certo; quanto a lui posso solo sospettarlo), tutte le volte a un certo punto ci viene la voglia di parlarci: finalmente di parlarci. Non succederà mai, e questo, mentre cala il sole e i gabbiani profferiscono profezie anche fin troppo esplicite ergendosi in modo solenne sopra le immondizie, ci dà la sensazione (io di me lo so per certo; quanto a lui posso solo sospettarlo) che pure la vita offre la sua eternità.

 

6
Mia madre lo vide dormire sulla spiaggia, lì dove l’insenatura poteva nascondergli l’ombra; vide i vestiti laceri e macchiati, le braccia e le mani graffiate; lo osservò per molti giorni prima di avvicinarsi e quando si decise, ormai era notte, smise di cantare e si sdraiò accanto a lui senza provare a indovinargli i pensieri, ma solo guardando insieme la cintura di Orione.
Non si rivolsero quasi mai parola, ma lì nel silenzio sciabordato e trascinato via da qualche vento a cui nessuno aveva ancora inventato un nome, trovarono conforto nella vicinanza, ogni parola in più sarebbe stata pericolosa e inaudita e l’acqua con la sua voce abissale non avrebbe lenito alcun dolore, ma solo custodito quei miseri misteri di uno straniero e di una straniera. Ogni parola sarebbe stata una linea di separazione, ma solo intrecciando le mani, confondendo i fiati e chiudendo le palpebre uno alla volta, l’effimero e l’eterno presero la stessa forma. Voluttuosa forma dove affossare o far riemergere ogni passato, dove uccidere i sensi e i bisogni, soffocare ogni idea, ogni futuro.
Mia madre gli chiese allora perché dormisse sulla spiaggia e lui gli rispose che lì i mostri erano più facili da seppellire. Poi, da non molto lontano, si cominciarono a udire le sirene delle auto della polizia, i motori che si spengevano e i passi degli uomini.
Forse, allora, mio padre pregò mia madre di allontanarsi, di tornare da dove era venuta. Ma mia madre afferrandogli un braccio lo portò a riva e quando gli uomini e i cani giunsero sulla spiaggia riprese a cantare e portò via mio padre con sé.

 

7
Me ne sto a mollo e guardo la riva a venti metri, sono scomparsi tutti. Quando sono entrato in acqua sulla spiaggia c’era ancora qualcuno, ora è deserta. Inarco la schiena, mi lascio andare a pancia in su tra i flutti. Come vorrei crepare in questo pomeriggio d’estate, fare la fine di Fleba il Fenicio. Ho vent’anni e non mi importa niente della letteratura del futuro. Dentro una barca con la scritta Salvataggio ho nascosto una bottiglia di vodka e adesso rimpiango di non essermela portata in acqua. Io sono la medusa e questa è la mia pozza di piscio tiepido. Ma la bottiglia è rimasta nella barca e rammaricarsi di non averla presa adesso è inutile. Faresti bene a goderti questa solitudine maestosa, mi dico. Così per un po’ me ne rimango a galleggiare e a fantasticare sulla mia morte e sul ritrovamento del mio cadavere tra i crostacei che abitano i frangiflutti. Immagino la mia faccia ricoperta di granchi, le mie ossa spolpate dai gabbiani, i bambini che domattina remeranno con i loro canotti fino agli scogli e urleranno. Penso al mio amico che dovrà fronteggiare la burocrazia funebre di questo paesino turistico in cui siamo venuti a ubriacarci e a morire di noia. Non si sente niente, neanche una musichetta lontana o uno di quelle auto-megafono pubblicitarie che passano di tanto in tanto sul lungomare. Per poco non mi addormento. Quando riapro gli occhi, in lontananza vedo il braccio scheletrico del pontile alla cui estremità, dove i lampioni si incurvano in artriti di ossido, il cielo si è riempito di nuvole. Abbandono la posizione del morto e mi rimetto in piedi. Si è sollevato uno strano vento. Per un attimo torno a guardare verso la riva. La spiaggia e i palazzi subito dietro mi appaiono distanti. Penso che non li raggiungerò mai più. Il mio amico deve essere già a casa, nella vecchia casa che era stata dei miei nonni, a bere birra e a leggere i suoi scrittori russi sotto gli sguardi gelidi delle fotografie appese ai muri. In pochi secondi le nuvole mi arrivano sopra la testa. Sono basse e verdi, sembrano muschio. Il cielo è giallo, l’aria odora di scariche elettriche, di gasolio bruciato. L’acqua si è fatta scura e oleosa. Sotto la superficie non si distingue più niente, mi sembra di essere immerso in uno specchio nero. Mi metto a nuotare, non ricordo più se verso la spiaggia o verso il largo.

 

8
Ma l’esperienza estrema, quella che dovrebbe coronare la collezione, è la morte. La morte è necessaria all’iniziato.
Quando per la prima volta viene mandato a fare rifornimento di riso, il protagonista, per lasciare l'isola, deve attraversare nuotando un cunicolo sottomarino. A metà strada si perde e si trova incastrato in una sacca d’aria. La grotta è rivestita di alghe putride e ha un odore ributtante tanto che il protagonista vomita violentemente e nuota nel suo vomito. Per uscire da lì deve di nuovo immergersi e forse morire annegato nel cunicolo. Ma quella putrida sacca d’aria irrespirabile è già la morte. Non solo entrare nell’isola è pericoloso - vi ricorderete il lungo braccio di mare da attraversare a nuoto, il salto della cascata, e la vasta piantagione di marijuana controllata dai contadini armati - ma anche uscirne è massacrante: la morte vigila sia all'entrata che all'uscita e circonda l’isola come un alone fatato.
Appena i due incaricati al rifornimento rientrano nel mondo e mettono piede a Ko Pha Ngan, la prima cosa che vedono è una coppia di drogati che barcolla sulla spiaggia. Sono un uomo e una donna drogati di eroina pregiatissima, due bianchi europei forse, vestiti di lino.
Camminano sulla spiaggia bianchissima e fine, col sole a picco di mezzogiorno e il mare azzurro e verde che li affianca come una corsia sterminata. Sembra che stiano camminando da ore, o che abbiano intenzione di camminare così per ore, arrossati e sudati, cosa vedono nei loro sogni, si chiede il protagonista, o forse ci chiediamo noi.
Tra capanne disseminate sulla spiaggia e bagnanti, il protagonista e il suo compagno si inoltrano nella città. Vengono riassorbiti nella pasta del mondo. Si guardano attorno frastornati, attraversano strade e marciapiedi che hanno già attraversato prima e che adesso forse non riconoscono più, vanno al mercato delle spezie, entrano da qualche parte a mangiare.
Su suggerimento del suo compagno, ad un certo punto, il protagonista va a darsi un'occhiata allo specchio: un perfetto estraneo gli ricambia lo sguardo da sopra il lercio lavabo di un bar di Haad Rin.
Niente torna indietro e l’inevitabile non può essere eluso. Quando, dopo aver fatto rifornimento, si rimettono sulla strada del ritorno, all’alba, prima di partire, il protagonista rivede la coppia di drogati che aveva visto il mattino prima. Dormono sdraiati sulla spiaggia. La donna ha grappoli di zanzare sulle gambe, l’uomo ha gli occhi socchiusi, uno spicchio traslucido di cornea si intravede tra le palpebre. È magrissimo, uno scheletro. Anche prima che il protagonista si avvicini per toccarlo, è chiaro che è morto.

 

9

Esule

sul sole sgocciolo.
Oso ospitare ossa
snocciolate, sospiri di succhi gastrici che
origlio dall’ombelico afono,
sedimenti di sabbie salmastre,
occhio orbo nell’orbita destra e
spento smeraldo a sinistra,
oscuro orifizio è la bocca
suturata da saliva sassosa.
Oh,
se si potesse sostenere con sicurezza il sì
oppure l’onere del no,
sebbene io sia soltanto un soldato steso supino su una spiaggia che sperpera
orpelli orripilanti originati per l’ora della
sublime sorte di chi si svincola dalle sofferenze
– ostacolo non da poco – e
sotto le stelle strilla e spasima e sorride e spira sperando nell’
orda che orientandosi da Orione, o forse dall’Orsa Minore, e
seguendo le scintillanti scie
ottenga
soccorrermi.

 

10

Copertina editoriale collettivo maggio 2020

Illustrazione di Veronica Leffe

 

 

Editoriale collettivo a cura della redazione di TerraNullius.

Qui l'editoriale del mese scorso