Editoriale, febbraio 2020 - Mattino delle anime vive

Ardit pensò che quella strada sapesse di mattino e subito rise di quel pensiero perché in effetti era mattina, e tuttavia non riuscì ad accantonarlo e proseguì a dirsi che non era la prima luce a dettargli quell’idea, ma che quella strada sapesse proprio di mattino, certo, si ritenne fortunato a non aver espresso quella stupidaggine a chissà chi, l’avrebbero preso per il solito bizzarro e chissà cos’altro, gli avrebbero detto più del solito dietro, ma va là! Qualche volta sbadiglia invece di parlare! Gli sembrava di poterli sentire ghignare, i suoi amici.

Ma la fortuna è che almeno certi pensieri, seppur strambi, si possono tenere e confessare solo a se stessi. Ad Ardit venne poi in mente che se fosse stato capace, se fosse stato un poeta o un pittore; talvolta i pittori rendono meglio le idee dei poeti che usano parole troppo vecchie, se fosse stato uno di loro, sarebbe riuscito a far comprendere cosa intendeva. Non era il mattino a far sapere quella strada di mattino, era proprio la strada. Forse era una questione di ricordi, anche se questi sono fallaci sapeva bene e se proseguiva ad inoltrarcisi si vedeva anzi dopo il meriggio far scivolare il pallone più veloce di lui per raggiungere Seba e Vàclav o al tramonto con l’affanno in salita, verso casa, a fare gare con le urla della nonna prima che discendessero. Se fosse stato un poeta forse se ne sarebbe fregato anche dei ricordi, che quelli mutano forme come le ombre e se tu ne hai memoria, loro non l’hanno di te.

In fondo, tutto era cambiato da quei ricordi. Questione di tempo; il tempo modifica ogni cosa, anche i sogni. Ardit pensò all’odore della mattina, al suo sapore e a tutto quello che gli facesse venire in mente, e ogni tanto si ripeteva che lui non sapeva disegnare, figuriamoci dipingere. Il mattino sapeva di caffè bruciato, caffè e uova, e poi il bianco alabastrino e il freddo, e il piscio che fa fumo tra le gambe e la prima volta che se ne accorse pensò di esser malato. E la voce della nonna che si raccomandava di qualcosa, di qualsiasi cosa e si perdeva nella strada, forse impigliata in qualche rovo; e poi la nebbia, sembrava una veste la nebbia capace di proteggerti e custodire i sogni della notte fino ai primi raggi di sole; il mattino sapeva di nebbia, di bestie e del ginepro che correva lungo il sentiero come a seguirlo, si arrampicava distratto, faceva delle lunghe volute, ma poi riprendeva il cammino con te. Il ginepro faceva da cornice a un quadro che si chiamava mattino, se solo sapessi disegnare, si ripeté Ardit, mi metterei dentro questo quadro a passeggiare tra i ginepri.

Ardit chiuse gli occhi e chinò la testa, quando li riaprì ebbe un piccolo giramento, un turbinio lo chiamò, si guardò attorno e non riconobbe più nulla. Aveva camminato a lungo, troppo pensò, e adesso quella strada non era più la sua strada. Dov’era il ginepro? Eppure era certo, quella era la strada che lo avrebbe riportato a casa. Doveva aver superato la fonte e non si era accorto di nulla.

Apri gli occhi Ardit, apri gli occhi, si disse.

Dov’era finita la casa della vecchia Zoraide, la donna che non si era mai lavata in vita sua. La vecchia, lo capiva, aveva finito di soffrire, ma la sua casa era stata forse cancellata?

E il rifugio di Dusàn, il commerciante di datteri che sussurrava alle bestie; e dov’era la sua casa? Aveva camminato troppo e si era perso.

Se almeno ci fosse stato qualcuno a cui chiedere. Dov’è la mia casa? E com’è morta infine Zoraide?

Invece era solo, Ardit pensò che fosse da solo in quel quadro. Smettila di fare pensieri strambi, si rimproverò. Ti sei perso, apri gli occhi! E invece li chiuse.
Era mattina anche quella mattina. Bussarono incessantemente, sembrava volessero buttare giù la porta e le mura.

Zio Laza, seguito da altri contadini, prese a urlare alla sorella di sbrigarsi, che di tempo non ne era rimasto più, dovevamo lasciare subito la casa. Gli disse poi di svegliare il ragazzo, ma Ardit era già sveglio, incapace però di sottrarsi alle lenzuola strette come un sudario. Forse non c’era niente di vero, ma era solo così che doveva proseguire il sogno. Che fine avrebbero fatto? E Seba e Vàclav che cosa ne era stato di loro?

È la guerra ripeteva Zio Laza, primo della fiumana di persone che lo seguivano, è la guerra e finirà come tutto finisce, come anche i sogni, i brutti sogni finiscono.
Nei sogni anche i dolori sono differenti.

Quella mattina sapeva di abbandono, di smarrimento, d’incerto; una strada imbrecciata e mai vista, quel bianco smaltato che compariva lieve, piano, piano e sembrava volesse cancellare tutto. La voce dello zio che ancora provava a incoraggiare quel branco di uomini perduti e prostrati e i ragazzi che si davano spinte per farsi cadere nelle pozzanghere. Anche quella mattina c’era il ginepro che si arrampicava e li rincorreva lungo il sentiero e c’era anche tanta nebbia, ma i sogni erano già scivolati via.

La guerra li ridisegna i sogni e a volte li cancella, così come aveva cancellato il ginepro.

Ardit ora si era perso e non c’era nessuno al quale chiedere la strada di casa, non ricordava neanche se quella strada che aveva percorso migliaia e migliaia di volte avesse un nome e allora a incontrar anima viva avrebbe chiesto se potevano indicargli la strada del ginepro, quella che sapeva di mattino, come quel giorno.

 

Massimiliano Di Mino

Immagine: Lorenzo Di Mino, Mostri su particolare del Trittico delle tentazioni di Sant'Antonio di Bosch