L'ultima volta che lo incontrai D. era davanti a me a farsi la barba, dandomi le spalle. Nel riflesso dello specchio scorgevo il viso stanco, il corpo ancora robusto ma sfatto dagli anni e dagli eccessi. Quando lo conoscemmo noialtri eravamo ragazzi, e come tutti ne fummo subito affascinati. Disegnava tatuaggi esoterici nel garage, raccontava di viaggi avventurosi oltre i confini del nostro piccolo mondo periferico, ci spiegava i fatti della vita sfidandoci nei bagni pubblici a pisciare saltando da un orinatoio all'altro, trattenendola e lasciandola andare e poi trattenendola di nuovo.

Certo che ho paura, di solito ne ho, ma, in questi giorni, la mia paura è una paura empatica. L'altro giorno ho rivisto la mia fragilità in quella delle persone per strada e avrei voluto abbracciare tutti, cosa che mi ha ricordato di quando Nietzsche ha abbracciato il cavallo a Torino, e, allora, sono tornato a casa e, un po' come Nietzsche, ho scritto lettere ad amici che non sentivo da tempo, firmandomi spesso con il nome di questa o quella divinità.

Ardit pensò che quella strada sapesse di mattino e subito rise di quel pensiero perché in effetti era mattina, e tuttavia non riuscì ad accantonarlo e proseguì a dirsi che non era la prima luce a dettargli quell’idea, ma che quella strada sapesse proprio di mattino, certo, si ritenne fortunato a non aver espresso quella stupidaggine a chissà chi, l’avrebbero preso per il solito bizzarro e chissà cos’altro, gli avrebbero detto più del solito dietro, ma va là! Qualche volta sbadiglia invece di parlare! Gli sembrava di poterli sentire ghignare, i suoi amici.

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