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Sono un paio i motivi che spingono un autore a smettere di scrivere. Il più quotato è la morte. L'altro è la leggenda. Questa fine accoglie tutti gli uomini. Tutti la meritano e pochi la desiderano. Juan Rulfo e Silvio D'Arzo l'hanno guadagnata come autori.

 

Silvio D'Arzo non corrispondeva a nessuna pagina già scritta. Non era un autore da corrente. Lontano dal branco della memorialistica mentre fuori infuriava il neorealismo. Prima ancora la guerra (“Il sergente nella neve” di Mario Rigoni Stern), il mercato nero (“La pelle” di Curzio Malaparte e “Spaccanapoli” di Domenico Rea), la razza degli uomini di paglia rastrellava cantine (“16 ottobre 1943” di Giacomo Debenedetti), soppalchi, boschi.

Silvio D'Arzo (all'anagrafe Ezio Comparoni) era senza padre, proprio come Juan Rulfo. Il messicano era orfano. A D'Arzo restava una madre con cui dividere una stanza in via Aschieri, a Reggio Emilia. Non sarebbero piaciuti alla Fornero, questi uomini. Non si accontentavano della mollica umida passata di bocca in bocca. Erano schizzinosi come le gocce solitarie che scavano buche nelle valli aride intorno a Zapotlán. Uno italiano, l'altro messicano. Uno morto giovanissimo e dimenticato, l'altro rimasto fermo a rileggere i suoi due capolavori, Pedro Páramo e La pianura in fiamme. Questi due gioielli non superano le trecento pagine, e hanno rivoluzionato la letteratura. Gabriel García Márquez non si vergogna quando dice che è a Rulfo che deve tutto.

D'Arzo, invece, scrive il racconto perfetto e muore a trentadue anni. Perfetto secondo Montale e Citati. Il suo racconto, “Casa d'altri”, fu considerato una perla, o una notte fredda all'addiaccio. Siamo tra la fine dei terribili anni '40 e l'inizio degli anni '50. Carlo Levi, Primo Levi, Cesare Pavese, Elio Vittorini, Beppe Fenoglio, Vasco Pratolini, Anna Maria Ortese propongono narrazioni che strattonano la coperta della letteratura consolatoria degli anni a venire: i Cassola e i Bassani su tutti. Elsa Morante è uscita con “Menzogna e sortilegio” (1948), Rossellini e De Sica firmano due capolavori che sono l'apice dell'impegno autoriale (Roma città aperta e Ladri di biciclette). Il profanatore Pasolini sta per concludere il suo primo romanzo, Ragazzi di vita.

Ma sono anche gli anni della critica marxista. Tutto ciò che rientra nello schema di una narrazione accettabile viene accettato. Il resto è scarto, fascisteria, qualunquismo. Il resto, se produce un immaginario che non parla la lingua meccanica del Progresso, se non provoca erezioni nella parabola della Crescita, viene archiviato come opera interessante. Punto e a capo.

Scoprire il racconto perfetto di Silvio D'Arzo è come spiare pezzi di vite inaccessibili, scorci di paesaggi umani massacrati dalla monotonia dei giorni sempre uguali, esclusi dalla storia che penetra i grandi romanzi. Una lingua che rotola sull'intimità del dolore, quella di D'Arzo: «Non so se sia eccesso o mancanza di sensibilità, ma è un fatto che le grandi tragedie mi lasciano quasi indifferente. Ci sono sottili dolori, certe situazioni e rapporti, che mi commuovono assai più di una città distrutta dal fuoco».

Si sente l'influenza di scritture potenti, se ne percepisce l'afrore tra le pagine. D'Arzo ha scritto di Shakespeare, Stevenson, Kipling, T. E. Lawrence, Conrad, James, Hemingway, Maupassant e Villon, infatti.

L'evocazione della morte, l'attesa nell'isolamento, la disperazione del sentire il proprio posto come casa d'altri, sono i temi su cui si concentra la letteratura di Silvio D'Arzo. E hanno molto in comune con i due capolavori di Juan Rulfo: l'incidente fantastico, per esempio; la selvatichezza dei confini entro cui si muovono i personaggi; il cielo che oscura e schiarisce mentre gli uni avvicinano gli altri, in geometrie imperfette che cancellano il giudizio su ciò che è bene/male; la scelta, per non tradire le cose, di evitare ogni forma di ottimismo, e quindi la lacerazione delle volontà; ognuno corre da solo su strade che conducono all'ultimo luogo.

Tra la maledizione dei poveri e le fantasie del possibile, questi due narratori hanno evitato facili scelte stilistiche. Emersi da decenni di sangue e fame, hanno postulato una letteratura che è invenzione e taglio, che si scopre umana nella sua claudicanza, che ignora qualsiasi postura ideologica e dedica ogni energia agli abusivi della vita.

Certo, trovare punti in comune tra questi due scrittori anti-didattici è facile. Così come è semplice rintracciare la stessa potenza descrittiva sia in Juan Rulfo che in Beppe Fenoglio quando raccontano la fine del condannato. C'è tutto un modo di unire i punti, in questi scrittori che hanno sigillato le loro vite nella polifonia dei fantasmi con il fiato caldo.

Ora sarebbe facile indossare le parole di Moresco (Lettere a nessuno) e dire che in Italia, oggi, una materia così libera dallo schema dell'editor che vuole appiattire la bozza in funzione di un corollario da tesina di marketing non potrebbe essere pubblicata. Sarebbe facile e sbagliato. Almeno per quanto riguarda Juan Rulfo. Qualche testa pensante all'Einaudi ha deciso di ripubblicarlo. D'Arzo, invece, resta tra i sommersi, chiuso a chiave in qualche cassetto.

Così arrivo alla coda di questo pezzo che non è una recensione perché non può esserlo. La grande letteratura popolare in Italia è esistita, ha raccontato crisi morali, ha partecipato alla febbre dell’essere vivi oggi, ha invertito la credenza secondo la quale raccontare le strade sarebbe demagogico, ha chiesto alla collettività di non essere passiva, di non essere pubblico, di ribaltare la gerarchia delle conoscenze, ed è stata una costante dei movimenti letterari che hanno attraversato il '900. Scrivere filtrando l'oralità di chi lavorava e andava a morire lavorando era concesso, scrivere di chi mangiava una volta al giorno era permesso, scrivere di chi sognava disturbato da dieci respiri era incoraggiato. Forse perché il tessuto ideologico del Paese ne riconosceva l'utilità. Forse perché l’aria era meno inquinata, o perché i politici rubavano di meno. Non si sa. Non lo sa nessuno.


Poi, quando gli chiedevano perché avesse smesso di scrivere, Juan Rulfo rispondeva: «Purtroppo è morto zio Celerino, quello che mi raccontava le storie». Silvio D’Arzo notava che «non ci sono paradisi: umano il cercarli, umanissimo il crederci, ma di un triste ridicolo il trovarli davvero».

Leggere e rileggere l’arsura delle parole rulfiane e il gergo darziano della nebbia non può che farci bene, sia al sabato sera che alla domenica mattina.


Bibliografia parziale delle opere di Silvio D’Arzo:

All’insegna del Buon Corsiero, Monte Università Parma, 2010

Penny Wirton e sua madre, Monte Università Parma, 2010

Tobby in prigione, Monte Università Parma, 2006

Casa d’altri, Monte Università Parma, 2006

Il pinguino senza frac, Monte Università Parma, 2005


Bibliografia parziale delle opere di Juan Rulfo:

La pianura in fiamme, trad. Francisca Perujo, "Nuovi coralli" n. 428, Torino, Einaudi, 1990

Messico. Juan Rulfo fotografo, testi di Carlos Fuentes et al., presentazione di Roberto Cassanelli, Milano, Jaca Book, 2002

Pedro Páramo, trad. Paolo Collo, "L'arcipelago" n. 61, Torino, Einaudi, 2004

Marco Lupo{fcomment}