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Premessa

Hitler per noi è destino. Hitler per noi è destino perché incarna quello che noi reputiamo essere il nostro destino.

Per capire quale idea abbiamo del nostro destino non bisogna fare una grande fatica, perché lo sappiamo tutti che questo destino ha avuto inizio con la cacciata dal paradiso terrestre, e cioè quella storia che l’uomo ha rubato il pomo dell’albero della conoscenza e Dio si è paternamente adirato: e cioè la storia di come l’uomo per diventare onnisciente tale e quale a Dio ha sacrificato una parte di sé, quella felicità del corpo, quel paradiso terrigno che abbiamo in noi, e il cui olocausto ci ha intossicato dell’idea di essere come Dio, onniscienti.

Insomma, noi crediamo che per stare bene dobbiamo essere come Dio, che questo è il nostro migliore destino: che il nostro migliore destino è rinunciare alla felicità del corpo per essere onniscienti.

Poi la storia prosegue con l’uomo che si dice: va bene, ora sono onnisciente, ma Dio è pure eterno e onnipotente; va bene, Dio contro uomo tre a uno. E allora l’uomo decide di diventare pure eterno, e lo fa inventando il cristianesimo, che è una tecnica per sconfiggere la morte e darsi alla vita eterna facendo olocausto dell’anima, dove si annida tutta la morte, per via di tutti i peccati a cui la nostra anima ci conduce (quello che l’anima vuole, dice Eraclito, lo ottiene a costo della nostra vita). E così l’uomo dopo avere rinunciato al corpo ed essere diventato onnisciente, rinuncia all’anima e diventa pure eterno.

E cioè, quindi, noi crediamo che per stare bene dobbiamo essere come Dio, che questo è il nostro migliore destino: che il nostro migliore destino è rinunciare alla felicità del corpo per essere onniscienti e alla ricchezza dell’anima per essere immortali.

E poi la storia finisce, nei nostri giorni, con l’uomo che diventa onnipotente: e cioè i medicinali per sconfiggere tutti i mali, i treni ad alta velocità e tutti i congegni elettronici. E per ottenere tutto questo non abbiamo dovuto fare altro che rinunciare al nostro spirito, alla nostra voglia di vivere e combattere e andare chissà dove: perché oggi non dobbiamo più combattere e andare chissà dove: per fare qualsiasi cosa basta spingere un pulsante. E, fidatevi, infatti: la nostra estinzione non sarà spettacolare. Finiremo in merda così: al primo black out serio, non avremo più cognizione di come diavolo ci si netta l’orifizio del deretano da soli, senza l’uso dell’apposita app: e moriremo sommersi dalle nostre immondizie.

Dunque, in finale, noi crediamo che per stare bene dobbiamo essere come Dio, che questo è il nostro migliore destino: che il nostro migliore destino è rinunciare alla felicità del corpo per essere onniscienti, alla ricchezza dell’anima per essere immortali, e alla grandezza dello spirito per essere onnipotenti: ossia che il nostro destino sia  tutto il contrario di quello che Dio ha voluto per noi: sia quello di essere dei pupazzi di fango.

Concludiamo: siamo convinti che è nel nostro destino arrivare all’onnipotenza, all’onniscienza, all’immortalità e alla più inerte stupidità.

Si tratta ora di vedere se è vero che Hitler incarna al meglio queste quattro caratteristiche, e quindi le nostre più alte aspirazioni.

 

Hitler e l’onniscienza

Hitler era onnisciente. Sapeva tutto. Tutto quello che c’è da sapere: il complotto degli ebrei e delle altre razze inferiori; la sua superiorità e quella del suo popolo; e che bisognava mangiare solo verdure per non sporcarsi l’anima.

Quando sai questo, cioè l’essenziale, non devi più stare a ragionare troppo, e il tuo dire è sì sì e no no. A quel punto: io sono il bene, qualsiasi cosa che faccio è bene, e il bene è uccidere i cattivi: e vai con lo sterminio.

L’importante è non ragionare troppo.

E Hitler, infatti, nella sua onniscienza non ragionava mai. Lo sapevano i suoi generali, che come lo vedevano sentivano puzza di sconfitta, e che, infatti, uscivano dai colloquio strategici con il grande condottiero sempre tristi con una capoccia così, perché quello prendeva e giù a vomitare dati: localizzazione di reggimenti, dislocazioni di armamenti, tipi di armi: senza poterne cavare un senso.

Sapeva tutto Hitler, un po’ come chiunque di noi oggi.

E lo notava Payreson, che, usciti dalla seconda guerra mondiale, e da tutto quell’incubo disumano, la cosa strana fu che, invece di darsi a qualcosa di umano, in filosofia gli uomini si sono dati a questa cosa inumana, al positivismo logico, quel tipo di onniscienza che si fonda sul fatto che l’unica cosa da sapere è che a è uguale ad a; e quindi le leggi non hanno bisogno di questa cosa umana incerta, la giustizia, deve solo essere legalmente corretta: una fabbrica di condanne; e l’economia non deve più rappresentare il lavoro umano, con tutta la sua pena e il suo incerto, ma una corretta espressione di numeri finanziari: e giù alla crisi come condizione di punizione sempiterna dei nostri peccati; e via dicendo.

E sì, all’olocausto ci porta lo specializzando in qualche materia, questo concorrente di quiz televisivo, il logico positivista, l’archivista ineffabile, l’esperto in materia e lo specialista, quello che sa alla perfezione una cosa numero dopo numero: questo succedaneo di Hitler, che era uno che sapeva tutto: alla perfezione.

 

Hitler e l’onnipotenza

Insomma, Hitler era uno che voleva conquistare tutto il mondo e tenerlo sotto controllo, treni in orario, soldati e operai e cittadini che vanno a carica, tutto perfetto.

Lui stesso era così: efficientissimo, mai uno sbaglio, tutti i giorni la stessa passeggiata alla stessa ora con lo stesso cane al quale buttava l’osso nello stesso punto: il che è un modo per eludere la vita e il caso, e coincidere con un ordine, una provvidenza, un senso maggiore che superi quello minore, l’umano, con tutti i suoi accidenti. Insomma, era uno che in guerra, nemmeno una pallottola, e la sfangava da tutti gli attentati, perché Dio era con lui: almeno finché riuscì a tenere viva in sé e negli altri l’illusione di essere Dio, onnipotente.

E non è forse questo il sogno che ci fa andare avanti tutti i giorni?

Sì, lo sappiamo tutti bene che il problema è questo, che se la gente fosse come noi (come Hitler) tutto andrebbe bene: e invece gente che non lavora, gente che fa lo scioperato, gente che sciopera e si ribella, quando c’è da produrre, espandersi, crescere: domare questo mondo. Gente che perde tempo, quando io, invece, mi sveglio tutte le mattine all’alba e produco, produco, produco (tonnellate di carta con numeri contabili, cartelle stampa, poesia ineffabile; ma anche vari prodotti in scatola, armi chimiche e giocattoli sessuali), a fine giornata vado a letto felice: sempre alla stessa ora.

Sempre lo stesso osso buttato nello stesso angolo.

 

Hitler e l’immortalità

E quindi l’eternità, questa trascendenza dalla realtà e dalla vita in cui si beava Hitler: questa sua insofferenza per la vita, e quindi per il tempo. Perché noi conosciamo la vita nella lentezza e nel raggiro del tempo, e quindi Hitler odiava il tempo, sentiva che gli remava contro.

Hitler si lamenta più volte al giorno “mi manca il tempo”; “il tempo lavora contro di noi”, e via dicendo.

Hitler, è notorio, non portava orologi, e negava la divisione in ore del giorno, tirando le tende di giorno e tenendo la luce accesa tutta la notte. Era insonne, spartiva le sue notti insonni fra incubi ipocondriaci e la paura di essere posseduto dal demonio (raggelava le cameriere con i suoi: “l’ho visto!, lì dietro!, ride!”)

E il regno che voleva edificare sulla terra era eterno: doveva durare quella eternità che, come sappiamo tutti, dura quanto dura, gelato nel suo fondo, l’inferno.

E questo inferno, questa immortalità, questa stessa smania contro il tempo noi la conosciamo tutti bene. Nessuno di noi ha mai abbastanza tempo per nulla. Il tempo è denaro, il tempo è poco, il denaro pochissimo, le preoccupazioni tante, tante ansie, tante paure, malattie da tutte le parti.

Eccola l’eternità che ha congegnato per noi Hitler: il nostro quotidiano affannato nella difficile chimica di stimolanti, integratori, medicine palindrome dal magico effetto calmante: questo lungo ospedale prima della morte.

 

E soprattutto: Hitler e la stupidità

Su Hitler, in realtà, ci sarebbe anche ben poco da dire, non fosse che questo niente è diventato appunto per noi destino: se la sua storia qualsiasi, la sua vicenda banale, le sue aspirazioni da sesquiplebeo infoiato di grandezze nobiliari regali imperiali, la sua piccolezza smaniosa di qualcosa di grandioso non fosse diventata la storia e la vicenda e l’aspirazione e la piccolezza di tutto l’Occidente.

Sì, la stupidità della sua vicenda umana è diventata la nostra stupidità collettiva.

Ma, insomma, chi non ha mai avuto, almeno una volta nella vita, un padre distratto e assente e una madre troppo premurosa e sempre ansiosa a cui accollare un trauma a causa o colpa dell’esecuzione di nostro eventuale eccidio strage o finanche olocausto, o almeno una depressione, cronica o meno, con o senza tentazioni suicide?

E poi prendete i più; prendete uno come me nato nella suburra di una capitale europea, sesquiplebeo informato da tutti i mezzi di comunicazione di massa di appartenere però, malgré la pauvreté, alla quasi si direbbe aristocratica e pressoché felicissima classe media e di potere aspirare anche oltre, sempre di più, chissà in che.

E poi c’è la conquista democratica del sapere e dell’istruzione di massa: tutti a recitare le regioni di Italia con controcanto di obfero, obferi, oblatum: insomma fino a diventare oblativi di qualsiasi altro significato del sapere che non risieda nel sapere recitare i suddetti salmi, e prendersi un pezzo di carta per accedere mezzo concorso alla carica di presidente di qualcosa o poeta o cantante o calciatore famoso: tutti ricchi e famosi, ritratti dentro la tv.

Insomma: pari pari al giovane Hitler, il quale giovane, malgré la pauvreté e comunque grossier e avec maman hystérique, lui aveva certi sogni nel cassetto e certe idee da non credersi. E, anzi, meno erano credibili e meglio era per lui.

Pure questo lo conosciamo tutti, e cioè che, quando la nostra vita non vale più niente, qualcosa di interessante che la motivi (o che almeno motivi che non vale niente) la dobbiamo pure trovare: cospirazioni massoniche, Atlantide e Mu, i alzettoni, gli ufo, le antiche civiltà che vivono sotto terra, la purezza della razza, gli stranieri che ti rubano il lavoro, il progresso scientifico e tecnologico, la carriera con annessa meritocrazia e cioè il farsi vedere pieni di iniziativa dai capi che ti spiano o ti propinano occulti e cabalistici test attitudinali, e via dicendo. E Hitler ce le aveva tutte: più era improbabile la cosa è più ci credeva. E, così, nemmeno aveva venti anni e già il ragazzo al posto della testa aveva una scatola delle meraviglie con dentro catalogato con ordine tutto il peggio secreto dai peggiori culi pensanti d’Occidente. Come tutti, oggi.

Ogni uomo ha però un suo modo proprio di essere uguale a tutti gli altri, e così, se vogliamo capire davvero Hitler, e vedere da vicino da quali fantasie era attratto (e in quale modo, inoltre, qualsiasi cosa non faceva altro che confermargli sempre queste fantasie), dobbiamo almeno entrare nello specifico di un suo particolare innamoramento, quello che ebbe per un’idea: che poi non era proprio un’idea, ma piuttosto una diceria messa in giro da Celso qualche millennio fa, ossia che Gesù era figlio naturale carnale del famigerato centurione romano (il naso grosso una spanna e il pisello molto di più) chiamato da tutti il Panthera.

Celso forse voleva solo pettegolare; ma ancora più facilmente, secondo me, con questa storia del Panthera non faceva altro che dire: a me i cristiani non piacciono, fanatici monomaniaci violenti, sebbene Gesù sì, lui mi piace, uno di noi, bastardo avventuriero e gran figlio di puttana. Sono sicuro che Celso aveva questa come intenzione, ma Hitler, invece, ecco come ti rigira la cosa: insomma, vedi e vedi e vedi!, mica Gesù era uno sozzo ebreo, si disse Hitler giovane, no!, ariano nasuto, anzi, ariano proboscitale. E, insomma, l’idea che Gesù, nato da una cospirazioni fra le voglie di un occupante romano e di una occupata israelita, o meglio ancora da una guerra lampo o stupro o violenza carnale del primo a danno della seconda, gli piacque proprio.

E gli piacque così tanto che, in questo quasi tedesco Gesù (non a caso ritratto solitamente molto più biondo di quanto un palestinese si possa permettere), Hitler ci si cominciò a rivedere per intero (il padre assente, la madre isterica per l’assenza del primo, la condizione sociale minima ma la razza e lo spirito massimo e puro): e, insomma, per lui la famosa imitatio christi prese il suo porco senso: quello di fare qualcosa di eccezionale e poi morire in malo modo.

In fondo, tolti i particolari, usciamo tutti così dal catechismo della prima comunione: dico con queste buone intenzioni eccezionali.

E i più fra noi, infatti, appena adolescenti, proprio come Hitler, hanno cominciato a cercare di realizzare il proprio destino eccezionale. I più, proprio come Hitler, hanno deciso di diventare artisti. Per esempio la mia generazione è fatta tutta di: poeti, romanzieri, sceneggiatori, registi, copy, modelle, uomini politici, imprenditori che si sono fatti da soli o imprenditori di se stessi, pittori, fumettisti, illustratori, decoratori di bambole gonfiabili fatte a mano, attori, artisti di strada, ballerini di danze sudamericane, musicisti, performer, mistici appena con un po’ di supporto chimico; e addirittura, la mia epoca, dovendo cercare di sistemare tutto questo bisogno di artistica eccezionalità è stata perfino costretta a ricatalogare sotto la dizione “arte” una gran varietà di mestieri: e così molti si sono dati anche all’arte della cucina o della pasticceria, della moda, dell’intrattenimento, e di non so che altro. E, insomma, a cominciare soprattutto dalla mia epoca non c’è più stato nessuno capace di fare come cristo comanda l’artigiano o l’operaio o il professore di matematica, o la mignotta o il fannullone o il debosciato titolato, o tutte le altre cose che gli uomini fanno di solito per sfangare la giornata in allegria: tutti artisti, tutti destino eccezionale e io valgo e uomo che non deve chiedere mai: come il Cristo, compresa la brutta fine che facciamo tutti i giorni tutti quanti: una tristezza grigia, senza redenzione.

E così Hitler diventa pittore. E anche romantico. Fame, malattie veneree, ubriachezza con deliri, accoltellamenti, liti fra barboni, pustole e scabbie, cibi dai bidoni della spazzatura, mignotte e sifilidi, scoli e culi saniosi, denti che cadono, e infine carcere per molestie a vario titolo: insomma, la disperazione, che è il punto al quale, sul modello di Hitler, prima o poi arriviamo tutti. E che, poi, è il punto che ci serve per motivare e dare sfogo al nostro bisogno di depressione, o quella omicida o quella suicida.

La depressione, certo. E magari certe volte uno se lo domanda pure perché sta così male. Cioè, non è una critica: la depressione è così, che uno non ci capisce molto. Se riuscisse a capirci, allora, non ci sarebbe la depressione. Ti domandi perché?, cosa ho?; e ti dici: in fondo non mi manca niente: e questo puoi bene dirlo, perché anche se ti manca una casa, un lavoro, prospettive per l’avvenire, la voglia di vivere, è incontestabile che esce un telefonino nuovo ogni mese, il pane a tavola c’è, e il progresso va avanti, e le nuove frontiere telematiche diffondono e orizzontalizzano e democratizzano la cultura: e stiamo sempre gonfi di aperitivi. E in genere sembrerebbe che c’è più da ridere che da piangere: una di quelle risate che, non si sa perché, molti hanno sperato che ci avrebbe seppellito. E mica lo hanno sperato invano: e infatti, lo ha fatto: la risata ci ha seppellito, perché se uno vuole davvero capire cosa è questa depressione, deve pensare al carnevale, alla massima confusione.

Sì, se guardate ai parlamenti e governi moderni, e computate il numero di incapaci a parlare e ragionare o anche di semplici ignoranti di qualsiasi argomento umano (questo trionfo del grossier, insomma), di nani, di minorati di diverso grado e specie, di deliranti contro nemici invisibili e improbabile di ogni tipo (il negro invasore, occulti attentatori alla famiglia, comunisti cannibali, o fissati sulle questioni di genere, ossessionati dai numeri e dai dati e dai fatti, e via dicendo), non vediamo insomma la riproposizione del solito organigramma? I soliti addetti alla morfina o alcaloide di altro tipo secondo la moda, sul tipo di Hermann Göring; oppure alcolizzati alla Martin Bormann; nani alla Max Amann poi non vi dico: e ovvio dementi alla Rudolf Hess e storpi alla Goebbels? Ovvio, la depressione, omicida o suicida che sia, è sempre così: un carnevale, un corteo in maschera che, poi, ovvio, si trasforma in funebre, in una stagione all’inferno: e all’inferno ci stanno i diavoli.

Sì, se vi guardate attorno, vedrete questi Göring e Bormann e Amann e Hess e Goebbels da tutte le parti: in ufficio, a scuola, al supermercato. Forse anche voi ci assomigliate sempre di più. Ci assomigliamo sempre di più tutti.  E se non ce ne accorgiamo è solo perché magari tutto questo, la nostra depressione e stagione all’inferno, ci pare una festa. E la depressione a farci pensare questo. Una festa. Una bella festa hitleriana, tutti vestiti con quelle pazze camice color merda che si era inventato da bravo artista della moda Hitler in persona, lì a fare trenini sulle terrazze romane, a fare cose bizzarre tipo il passo dell’oca o il saluto romano. Ma soprattutto le camice color merda: quello è l’importante: e il bunga bunga, le orge al dopolavoro aziendale in alzettoni corti marca democristiana, e quel martorio del femminile, le donnine travestite, le donnine a pecoroni, e il cagami in petto ormai famoso, con il solito finale: Hitler ne ha fatte suicidare sei di donne: oggi, invece, lo sterminio di massa.

Non è una critica, perché mica è facile discriminare fra depressione e inferno e festa e carnevale. La depressione, in fondo, per prima cosa ti toglie questo: la voglia e la felicità di ragionare. La depressione è questo: uno si immagine che è tristezza o disperazione, ma non funziona così. La depressione è un pacchetto completo tutto incluso valido anche i finesettimana che principia dalla regressione della facoltà di ragionare, da una ritrazione di questo fardello del pensamento e del tormentoso dubbio: si presenta, insomma, come il sogno mistico di abbattimento del duale, di abbattimento di questa fatica (contare fino a due, per carità: pena volgare!), e ci dà a quella ebbrezza, a quella botta di etere, a quel polvere siamo e polvere torniamo a essere e nel frattempo polvere sniffiamo: queste belle botte di coca, questo pasteggiare disinibito con cocacole, questo sogno boshiano di città madri sempre accese illuminate con insegne, dove non si dorma mai, centri commerciali sempre aperti, tutto a disposizione, tutto per volere di più: e poi, ovvio, quello che i tossicologi chiamano: down, e cioè la caduta inevitabile, il risveglio al mattino con il corpo tramortito e l’anima in lacrime. La depressione, dico, è questo: e piace, perché pare una festa, un pacchetto tutto compreso perfetto. È perfetta, è un piano perfettamente congegnato: un piano finanziario e milioni di morti, o un olocausto con camere a gas.

Sì, Hitler, la sua storia banale con suicidio finale, è proprio il nostro destino. Non c’è nemmeno bisogno di parlarne ulteriormente.

 

Breve conclusione

E così pare che Hitler incarni per noi il nostro destino, che è un inferno.

A meno che, non vogliamo liberare questo destino dall’inferno. E cioè, a meno che non vogliamo liberare Hitler dall’inferno.

E la scena è più o meno questa, che l’inferno a un certo punto trema tutto, crollano le pareti, e con sconquasso scoscende dal cielo una figura grande e possente e santa, che fa ad Hitler: vieni figlio mio, vieni come, che ti insegno a vivere. E Hitler: e tu chi sei? E la figura grande e possente e santa risponde, con quella sua faccia da avventuriero figlio di puttana: il figlio del Panthera.

Pier Paolo Di Mino

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