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Leggerete allora una didascalia, lunga, senza foto. Una violenza per la vostra immaginazione, un sopruso all'intelletto, la perfetta identificazione tra oggetto non dialogico della narrazione e narrazione stessa: la storia di una violenza, appunto.

La didascalia aggiunge significato a qualcosa che altrimenti ne soffrirebbe, in questo caso essa sostituisce in toto il “racconto”: si trasforma da “dichiarazione non dialogica” in effetto puro del reale, racconto verisimigliante quindi e manzoniano.

La didascalia è usanza antica e coatta, precede le nuvole dei fumetti, s’infila in quegli interstizi della narrazione altrimenti non sbrogliabili, ne raccorda le pause, il ritmo, riporta le storie alla loro verità aristotelica di Spazio e Tempo.

I primi Topolino erano pieni di didascalie, sostituivano quasi del tutto le nuvole. Tutti i fumetti di inizio Novecento hanno fatto largo uso della parte non dialogica, è servita ad accompagnare il lettore per mano all'interno delle storie, a facilitarne la comprensione, a “spiegare”, là dove l’immaginazione sembrava fallire: luoghi, tempi e azioni non largamente definiti dalle immagini.

La nostra foto, o meglio le nostre foto, perché sono due scatti consecutivi, in realtà, e verrò perdonato per questo, non necessiterebbero di didascalie: sono lì, si dispiegherebbero davanti ai vostri occhi nitide nel senso e nel significato. E’ per questo che ne ho epurato il  mio “discorso”, per dare un senso alla didascalia stessa, per indurre il senso anche davanti alla più dura resistenza intellettuale.

Le didascalie furono il motivo portante del cinema muto, e questo mi aggrada, perché è di una foto che ha stentato a trovare voce ciò di cui vado discorrendo, proprio perché tutto quello che è accaduto non si trasformi, ancora, come sempre accade, in una lunga pellicola muta, dove l’informazione ufficiale, pone didascalie intossicate e intossicanti la verosimiglianza degli accadimenti.

Che sia io, ovvero uno scrittore, a fare questo lavoro a posteriori è cosa un po’ volgare. Il compito del narratore dovrebbe essere quello di “fingere”, di trasportare l’immaginazione dei lettori attraverso mondi, magari verosimiglianti, ma comunque finzionali, inventati e forse illogici. Il fatto che alcuni intellettuali debbano lavorare alla disintossicazione dell’informazione è cosa volgare perché alimenta involontariamente un invertimento di ruoli, e qui risiede la volgarità, tra chi le storie dovrebbe inventarle, il narratore, e chi dovrebbe beneficiare il popolo informandolo su quello che accade, nel rispetto del “vero” e non della “verosimiglianza”.

I ruoli si invertono e l’informazione diventa di volta in volta racconto, finzione, immaginazione, fino a trasformarsi in volgare “discorso”.

Ecco, il discorso è l’organo di raccolta univoca delle narrazioni intossicate, tende a sostituirsi alla verità, è verità esso stesso perché propugna attraverso più narrazioni lo stesso stilema, lo stesso concetto: la stessa epica, per usare una parola sola.

Alla funzionalità di tale “discorso” collaborano diversi attori, a partire dagli organi di stampa fino alle dichiarazioni di personaggi in vista, fino ai politici: a chi non solo ha parole da vendere, ma anche spazi adeguati dove poterle vendere.

Pensate a Berlusconi, non è forse il più grande narratore che l’Italia post fascista ha avuto? Solo Mussolini era riuscito in cotanta volgarità.

A ben vedere il “discorso” è una prerogativa tutta occidentale, col discorso ci siamo presentati fucile in braccio nel terzo mondo già imponendo un podio e un sistema economico tutto nostro, traducendo e raccontando la realtà in maniera che quel podio si potesse conservare negli anni, creando narrazione e storiografia a nostro uso e consumo.

Leopardi scriveva “nel pensier mi fingo” e io, non fingendo, mi rendo conto che questo mio è già, in nuce, un triste fallimento, lo è nel momento in cui scrivo una didascalia per informare, lo è perché vorrei rendere giustizia all'immagine che vi ho testé negato, lo è perché così facendo perdo la possibilità di fingere, di immaginare, di narrare, e tutta la mia prospettiva si chiude in un’unica via stretta e senza curve: la Verità.

Il cambio di ruolo che avviene, quello che più sopra ho descritto come “volgare” è infatti figlio illegittimo di un errore adamitico: la narrazione non dovrebbe essere informazione e viceversa.
Pensate a Genova, non al discorso che poi è stato “dettato” e che ormai è la storia di un romanzo quasi come lo è la Bibbia: il romanzo che ha fatto più copie nella storia dell’editoria.
Pensate a Genova e alla narrazione che noi intellettuali abbiamo fatto prima, non abbiamo forse detto a tantissimi giovani di andare: If you're going to San Francisco be sure to wear some flowers in your hair. Bastava indossare fiori, e poi, invece, quei fiori si sono tramutati in sangue, sangue che è ancora lì e ci rende inevitabilmente colpevoli e volgari. Non è stato proprio questo l’incipit del “discorso” che poi abbiamo tentato di confutare con la mimesi del sagrestano dall'accento tònico, di chi rincorre le virgole, l’indice, ma ha smarrito l’indicativo?

Ma torniamo alla secchezza della foto in questione e alla mia didascalia.

Essa ritrae due uomini, solo due, li ritrae di spalle in due scatti consecutivi, ritraendoli di spalle crea una distanza assoluta dalla “posa”, sono due uomini che si comportano secondo i canoni della verità, sono autonomi rispetto al racconto che l’immagine ne vuole rendere, non sanno di essere ripresi, sono veri.

E’ pieno giorno, osservando meglio i due scatti sullo sfondo ci sono altre persone, sembrano correre ma non hanno una reale funzione nella cornice, sono sfondo, appunto, e si perdono da subito di vista, l’attenzione è catturata dai due uomini.

Osservando ancora si palesa altresì un cono doppio: i due uomini non sanno di essere ripresi e quello più vicino all'obiettivo è dietro l’altro che non sa di averlo dietro. Un gioco di silenzi incolonnati come un domino.

Questa prima risultanza definisce già delle vittime, sono vittime dello scatto i due uomini, è vittima l’uomo più lontano dall'obiettivo, tra lui e lo scatto c’è un altro uomo, non sa di averlo alle spalle, è inconsapevole.

L’uomo più vicino all'obiettivo sembra essere un adulto, l’altro un ragazzo, il primo brandisce un manganello, l’altro cammina tranquillamente, il primo indossa un’uniforme, sembra un’uniforme anti sommossa, ha il casco e i paracolpi, l’altro è vestito come un ragazzo qualsiasi.

A questo punto la didascalia dovrebbe dividersi, di due scatti consecutivi infatti stiamo parlando, nel primo l’uomo in divisa e col casco carica il manganello all'indietro, inarca le gambe per aumentare la stabilità, ruota il bacino per migliorare la perfezione del colpo. Non sembra nuovo a questo tipo di azioni. Il ragazzo cammina tranquillo, deve essere un giovane studente, non ha malizia.

Non siamo in grado di definire i fotogrammi che dividono il primo dal secondo scatto, in realtà non sappiamo neanche chi abbia fatto le due foto, ma questo ha poca importanza, questa è una didascalia no copyright: è priva di crediti. Sappiamo solo che l’azione maturata nel primo scatto, si compie e trova la sua ragione di essere nel secondo: il manganello scende impietoso sulla testa dell’adolescente di spalle e inconsapevole.

L’uomo è assai più robusto del ragazzo, infinitamente più consapevole della violenza che sta perpetrando, indossa dei guanti: con una mano afferra il giovane quasi a volerlo stringere tra l’incudine e il martello, per assicurarsi che il manganello faccia bene il suo dovere.

Cosa accade dopo non lo sappiamo, non sta a me descriverlo, è fuori quadro, posteriore, ininfluente ai fini della compilazione di una didascalia.

Perché epurare una didascalia dell’immagine?

Il mio vorrebbe essere un “discorso” fuori dal “discorso”, una didascalia, appunto, in cui si descrive un’immagine per quello che è: lontano da derive retoriche e di movimento.
Poco importa che l’adulto che brandisce il manganello sia un poliziotto o un carabiniere, poco importa che sia un militare e che l’altro possa o meno essere un disturbatore, un manifestante o, nel peggiore dei casi, un delinquente comune.

Epurando la dissertazione da ogni “discorso” in questi scatti vediamo solo un adulto armato di manganello che colpisce un adolescente alle spalle, lo fa in silenzio e con la religiosità che solo un infame sa di possedere.

Se vi lasciassi osservare questa foto vedreste solo un infame, uno che colpisce alle spalle; l'atto che vedreste realizzarsi avrebbe la stessa volgarità che solo l'infamia possiede, e l’infamia non dovrebbe avere il diritto di essere incorniciata in nessuna foto, in nessuna immagine, in nessun “discorso” narrativo.

Bisogna parlare solo quando non è lecito tacere, e solo di ciò che si è superato, ogni altra cosa è chiacchiera e letteratura, pura mancanza di disciplina.

>>Qui la foto negata

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