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Il mito della fondazione racconta che il figlio di Anchise approdò proprio su queste coste, l’alessandrino canta “le armi e l’uomo”, a questo penso guardando fuori dalla finestra: uno sguardo silenzioso sulla mia terra. Faccio così ogni mattina, invero, ponendo l’Impero alle spalle e il mare di fronte, lasciando che tutto taccia e osservando un lembo di sabbia e mare, ormai sabbia, mare e cemento, una terra che ha ancora molto da dire.

Dalla mia finestra infatti si vede il mare: onorevolmente incastonato tra due trapezi di cemento e carne, case popolari, e amorevolmente steso fino al canale, alla Foce, a quello che un tempo fu l’Idroscalo e che oggi viene chiamato “Porto di Roma”, con yacht faraonici, negozi di Bulgari e una grande oasi della Lipu  a coprire  le baracche retrostanti, unica vera memoria del luogo che fu.

Mi sono sempre affacciato da questa finestra, fino a meno di una decina di anni fa, prima dell’arrivo del porto e degli yacht, vi si potevano osservare altre baracche, baracche e bilance di pescatori, bilance che scendevano e risalivano dal canale, la Foce del Tevere, tirando su non solo pesce, ma detriti, talvolta cadaveri, immondizia: i rigurgiti della città che, inevitabilmente, arrivano qui, dove tutto finisce e si perde nel mare.

Oggi è 2 novembre e guardando bene è ancora possibile individuare, oltre il cemento del porto, il luogo esatto dove 38 anni fa hanno ucciso un poeta.
Non è mia intenzione scrivere di Pasolini partendo dal panorama, in realtà credo non sia cosa buona scrivere di Pasolini in generale, è come scrivere di mafia, che poi è tutto, ed essendo tutto è anche niente, e quindi scrivendo del tutto si combatte il niente.
Pasolini non si scrive. Si legge.
Io intendo scrivere di questa terra, della mia terra, della terra epica.

Decifrare una terra come “epica” pretende una precisazione metodologica, deontologica direi.

La terra è epica sempre, è vero, il seme della narrazione è stato piantato dagli déi ovunque, bisogna solo saperlo scovare: nell’esatto luogo in cui mi state leggendo, ora, c’è una storia, sicuramente più di una, ebbene queste storie diventano epica nel momento in cui vengono tramandate, narrate.
Eppure credo ci sia un’altra caratteristica che rende epica la terra: il sangue.
Il seme della narrazione ha bisogno di essere irrorato per crescere, ha bisogno di sangue, lo stesso che ha bagnato questa terra garantendo la fertilità delle sue storie: il sangue versato e quello che il Tevere ha saputo rigettare dalla città alla Foce rendono questa terra, la mia terra, epica in massima misura.

Certo siamo lontani dai fasti micenei, non è l’Ellesponto, ma c’è un motivo per il quale non sono mai andato via da qui, e non bastano i tramonti rosei che hanno allentato molte delle mie paure, non è l’aria salmastra che pure merita un novero nella sana e robusta costituzione dei nostri figli.
Io, in questo luogo dannato, ho sempre visto la scintilla della narrazione, della lotta dell’uomo col destino, lotta sanguinosa, fatta di soprusi, di angherie e di disperazione, ma pur sempre lotta.

Lo intese il Poeta, certo,  lo intesero in molti, Caligari nel 1983 vi dipinse quell’affresco durissimo che poi divenne un cult, “Amore tossico”, era lotta anche quella, era sangue, eroina, e i protagonisti, fatta eccezione per alcuni congregari, nel film compare anche Patrizia Vicinelli, poetessa del Gruppo ’63, erano tutti nati e cresciuti qui, e la maggioranza, qui, è morta.
Lo hanno inteso anche Bonini e De Cataldo, che, dopo “Acab” e “Romazo Criminale”, qui sono tornati, su questa terra, per rintracciare una narrazione di sangue, una narrazione in cui la fiction insegue la realtà degli ultimi anni: il Waterfront, il Porto di Roma, il Grande Progetto che seppellirà sotto una colata di cemento le sue periferie.

Così si dipana il mito di questa terra, attraverso la narrazione scritta ma sopratutto orale delle gesta di “eroi” che hanno dato “forma” e “ordine” alla realtà; attraverso il mito, essi hanno rivelato l'ordine profondo che regola la vita e la morte, i successi e le sconfitte, l’estate e l’inverno, tutto ciò che è accaduto e quello che accadrà.
Come ogni mito, anche il mito della nostra terra ha un suo tempo e un suo luogo sacro, e come non riconoscere proprio in questa Foce, in questo delta di due soli bracci, il luogo sacro ove scorre il sangue e il mito trova la sua vera ragione d’esistere.

In realtà questa è terra per cui non si può che provare un moto di amore e odio, è epica perché carica di storie, ma anche, per lo stesso motivo, è terra matrigna. Basti pensare allo stato di incuria in cui versa il monumento di Pasolini, qui, nello stesso luogo dove si è voluto consegnare il Premio Letterario della Città al "poeta" Licio Gelli.

Potrà sembrare ridondante e banale ma c’è una forza, la stessa forza che spinge il Tevere a confluire proprio su questo mare, che attrae narrazioni di sangue, le attrae e le nasconde.

Proprio nel parco dove giocavo da bambino e dove ora gioca mia figlia, sotto i miei occhi increduli, arrestarono Barbara Balzerani, non dimenticherò mai quel giorno perchè per la prima volta vidi la luce del sole riflessa su un’arma da fuoco.
È su queste spiagge che si sono consumati gli ultimi sanguinosi atti dell’ormai televisiva Banda della Magliana, qui hanno trovato ricovero molti “profughi” di fede nera scampati alla grande mattanza processuale che seguì l’omicidio del giudice Occorsio e la Strage di Bologna, in molti hanno preferito Roma Sud al Sud America.
Tempo fa passeggiavo sul lungomare con mia figlia e con grande stupore scorsi Pierluigi Concutelli in carrozzella, ormai sfinito da una grave forma di ischemia, spinto da una grassa badante russa. Concutelli 30 anni prima era stato il "Comandante", quello che da solo si fece il giudice suo, Occorsio appunto.

Certo qui non ci sono eroi, non è terra di cavalieri questa, questa è la terra di nessuno, qui i poveri si sono fatti ricchi con uno schiocco di dita e tanta violenza, gli stessi hanno dimenticato di essere stati poveri e i nuovi poveri hanno voluto affamare e uccidere. Questa è la terra epica perché questa narrazione, quasi perfettamente orale, viene tramandata nel silenzio dei gesti, nelle vite e nelle morti, di generazione in generazione.

Ricordo nitidamente un caro amico appartenente ad una famiglia zingara con cui frequentavo le scuole medie, oltre all’epifania dei patronimici e degli epiteti che lo contraddistinguevano come appartenente al mito e per i quali servirebbe una trattazione apposita, ho un perfetto ricordo di lui perché un giorno portò a scuola una pistola e passammo tutta la giornata a rimirarla. Fu la seconda volta in cui vidi i raggi solari riflettersi sulla canna di un’arma da fuoco. Avevamo solo dodici anni, probabilmente anni dopo, lui, ebbe anche la “gioia” di saggiare il frastuono di quell’arma.

Non può esistere delazione su questa terra, qui si rischia continuamente di impantanarsi nella narrazione, di mutarsi da narratore in narrato, di muovere dalla diegesi alla mimesi, è questo che mi spinge a rimanere, l’idea di poter schioccare le dita, un giorno, se solo volessi, o  forse la consapevolezza di essere anche io, semplicemente, parte di questa grande storia.

Luca Moretti{fcomment}

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