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Ambizione presinaptica, inibizione postsinaptica.
Tutti questi libri provocheranno l’estinzione della specie (?!).
(Quale?)
Strette di mano, pacche sulle spalle, le solite feste danzanti.
Niente rapporti se non protetti.
Sesso orale solo con gli amici.

Giaoacchino Lonobile

 

 

La Fiera, una definizioneMassimiliano Di Mino
Fiera della piccola e media editoria: tradizionale gioco di percorso del XXII secolo. Si gioca in un ampio spazio delineato da un percorso a spirale, da soli o in squadra. Ogni squadra combatte contro tutte le altre, ma può anche stringere alleanze. Lo scopo del gioco, a oggi, non è ancora ben chiaro, sembra sia stringere più mani possibili o riconoscere l’identità del nemico urlando il suo nome in sala per metterlo in imbarazzo. Per ogni stretta di mano, puoi avanzare di tre stand. Sono consentiti sgambetti ma non l’utilizzo di occhiali scuri e baffi posticci. Vince chi esce per primo dalla sala.

La Fiera, perché andarePier Paolo Di Mino
Di norma in fiera si va per fissare la gente in faccia. Per strada, se fissi uno, quello pensa che ce l’hai con lui, e si storce. Ma in fiera, tutti pensano: “mi ha riconosciuto!”, e sono felici. La fiera mette in crisi il mercato psicanalitico specializzato nel settore scrittori e autori. Gli autori, sì, quelli che vanno dall’analista per raccontargli i sogni e farci mettere sotto il “mi piace” dallo specialista. Ma quest’anno c’era di più: come un odore di apocalisse. Tutti questi libri scritti per essere pubblicati, pubblicati perché sono stati scritti. Arriverà il 2012, questo sperano tutti, e finirà il mondo, o la storia con il suo incubo, e l’uomo sarà libero. Comincia da qui: finirà l’editoria, e la letteratura sarà libera.

La Fiera, perché non andare - Toni Bruno
Non sono andato perché odio fare le file, odio i posti affollati e i caffè scadenti. Non sono andato perché odio stringere le mani sudate e rimbalzare dal culo delle stagiste a quello dei giovani esordienti tutti puliti e impomatati. Non sono andato perché intanto Bruno Vespa continua a scrivere di stronzate e io continuo a svegliarmi con l'ansia ogni mattina. La verità, però, è che non sono andato perché nessuno mi ha invitato, quindi fate della mia suscettibilità un bel panettone per natale. E buone feste.

La Fiera, come andare viaRoberto Mandracchia
ll Palazzo dei Congressi è situato nel cuore dell’EUR, il quartiere più moderno e funzionale di Roma. Perfettamente collegato con il centro della città, è facilissimo da abbandonare, sia in auto che con mezzi pubblici. Con la metro: prendere la linea B (direzione Rebibbia) e scendere a Rebibbia. Con l’automobile: consulta il sito "ViaMichelin" per pianificare la fuga. Con l'aereo: il servizio (Leonardo Express) Roma-Fiumicino, con partenza dalla stazione Termini, impiega circa 30 minuti senza fermate intermedie; una metropolitana leggera collega la stazione Termini con la stazione ferroviaria di Ciampino in un tempo medio di 15 minuti. Col taxi: le vetture adibite al servizio taxi del Comune di Roma sono di colore bianco e sono distinguibili dalla scritta "TAXI".

La Fiera di chi non è andatoMarco Lupo
Volevo andarci. Non vedevo l'ora di andarci. Ero sul punto di andarci. E non mi aspettavo di non andarci. Perché amo l'odore delle caramelle sfuse e il vin brulé che scioglie i muchi e amo le cioccolate calde corrette e il rum che mi scioglie i muchi perché amo tutto ciò che mi scioglie i muchi. Ero contento di andarci perché so bene quanto la fiera lenisca il dolore che mi incupisce i bronchi. Ma non sono riuscito a uscire di casa. Ero lì con i bronchi in mano che espettoravano i muchi solidi che di lì a qualche ora si sarebbero sciolti. Ma non ci sono riuscito.

La Fiera vista dal mare, quasi un discorso serio - Luca Moretti
Quando eravamo piccoli non c’erano tanti divertimenti in questa periferia, nessun parco giochi o prato dove correre, ma tanto mare, sabbia ferrosa che si attaccava alle calamite, sole e una spiaggia non del tutto murata. Ebbene, il passatempo preferito mio e dei compagni miei era quello di raggiungere gli scogli a nuoto e poi tuffarsi da lì, evitando di scivolare sul pavimento melmoso. 
Ora gli scogli non ci sono più, la spiaggia è stata murata ma io ho un ricordo nitido di quei tuffi: c’era chi si buttava “de panza”, lo scrocchio era solenne, rimaneva una lunga scottatura rossa sull’addome, ma così facendo si evadeva il pericolo di cozzare con gli scogli a pelo d’acqua e quelli più in profondità, invisibili. Poi c’erano quelli che si buttavano di testa, a capofitto, rischiando di rompersi l’osso del collo: quelli erano i tuffi più belli, la gente applaudiva contenta dal pontile che dava sulla spiaggia.
In questi giorni di fiera ho ricevuto molti libri, ho letto molto e ho notato una grande recrudescenza del fenomeno “scrittore de panza” o, per utilizzare un termine più chic, “ombelicale”: lo scrittore, in sintesi, che muove dal sentire personale, scrive in maniera alta, intellegibile a pochi, e costringe il mondo alla circonferenza del suo ombelico, l’ombelico del mondo, appunto, da cui tutto parte e tutto torna.
Ammaliati dai colori e dai profumi, dall’era fugace dell’adolescenza così piena di propositi “grandi”, essi disdegnano la narrazione storica, epica e si arroccano sul bello istilo quale forma di spregiudicata altitudine. 
Leggo questi testi e li trovo così simili a una lettera ricevuta alcuni giorni fa dalla mia banca, sembrano consegnarmi lo stesso messaggio: al popolo non è dato capire, la sovrattassa si paga, non va capita.
Il linguaggio “de panza”, infatti, pone automaticamente lo scrittore in un piano di assoluta superiorità rispetto al lettore, ma anche nei confronti della narrazione stessa. Da qui il preludio di termini astrusi che spiazzano chi legge, rendendolo deficiente. E la conseguente scomparsa delle Storie. Le Storie non servono più, c’è la lingua, che crea quella distanza per cui lo scrittore ombelicale va apprezzato e tutelato come fosse una bestia rara, e tramite cui egli stesso può celare e irretire le sue mancanze narrative.
Io, in questi libri, ci leggo la stessa compiacenza del “tanto tu non ci capirai un cazzo” riscontrata nella lettera della mia banca. E mi vengono una serie di dubbi atroci: cosa resta ai lettori, al popolo? Cosa resta alle storie, al mito?
Ci penso a lungo, mi viene in mente che forse molta della letteratura prodotta dalle case editrici a pagamento sia poi generata da questo sentire. Tutti, almeno una volta della vita, abbiamo pensato di essere più intelligenti degli altri. Tutti abbiamo creduto che il fatto di non essere “capiti” non era una mancanza nostra, ma una mancanza dell’altro, altro in senso di lettore e popolo, lettore e popolo in senso denigratorio. Io Tarzan tu Chita, è molto semplice. Così, nonostante molti non abbiano una storia da raccontare, decidono comunque di tirare fuori gli ombelichi, di tuffarsi di pancia, poco importa della triste bruciatura prodotta dalla somma versata, poco importa se “non ci si capisce un cazzo”, prima o poi qualcuno si accorgerà del loro valore e riusciranno finalmente ad approdare all’agognata casa editrice patinata, che poi il popolo è scemo, è stato quasi 20 anni a sentire Berlusconi, non bisogna che capisca tutto, non serve che gli si raccontino storie, c’è gia la televisione per questo.
Ho un paio di sfregi sulla testa calva. Dagli scogli mi buttavo sempre di testa, l’acqua rimaneva immobile e io arrivavo in fondo, dove tutto era scuro e freddo, intangibile. Eppure, in quei pochi secondi, io sentivo il calore: l’oscura grandezza delle storie, di quelle che avrei raccontato e di quelle che avrei sentito raccontare, l’immaginazione vivissima del popolo.

La Fiera del NO EAPCoffami & Zabaglio
La pecca di NOEAP era che mi dispiace tanto che non c’era Giorgia Grasso che le volevo dichiarare il mio amore e farmi pagare la cena da lei. E in contraccambio le avrei leccato le cosce. Però il resto è stato bello dalla parte del pubblico. Alla tavola rotonda contro l’editoria a pagamento (che però la tavola era rettangolare) hanno detto tutti cose giuste e Liguori è diventato francese perché hanno sbagliato la targhetta ed è diventato Liguroi. Armati ha detto che era colpa di Berlusconi. Moretti ha detto tutte cose rocckerroll che la gente pensava fosse drogato. Ghelli ha pagato il caffè. Adriano Angelini ha confessato che a vent’anni era come Rimbaud. La Zero91 ha detto che loro sono contrari a fare gli editori a pagamento. E Iervolino è arrivato in ritardo e l’hanno messo in castigo. Per quanto riguarda la fiera del libro in generale invece ho pensato che c'era tanto materiale altamente infiammabile. E poi quando la Cricca è andata a fare la pipì tutta insieme è arrivato un omone della sicurezza vestito bene. Forse voleva vederci i pistolini.

La Fiera e gli aspirapolveri della KirbyLorenzo Iervolino
Il mio amico G. dopo che l’hanno licenziato, siccome aveva una bambina piccola, si è preso il primo lavoro che gli passava sotto al naso. Si è messo a vendere aspirapolveri Kirby. Ti pagano in percentuale, quando vendi aspirapolveri Kirby. Più vendi più guadagni. Ma nessuno li vuole, gli aspirapolveri Kirby.
Allora il mio amico G. li ha venduti ai parenti. Tre aspirapolveri Kirby in una settimana. Gli hanno fatto i complimenti. Gli hanno detto bravo, tre in una settimana. Gli hanno detto che aveva guadagnato una bella percentuale. Poi i parenti sono finiti. E gli aspirapolveri Kirby rimasti invenduti.
Ecco, quando penso ai così detti “Autori a Pagamento” mi viene in mente il mio amico G.Per questo credo sia più giusto chiamarli Autori Kirby. Anche i cosiddetti “Editori a Pagamento” si dovrebbero chiamare in maniera diversa. Perché le parole sono importanti. E quegli editori non fanno nulla che riguardi l’editoria. Allora tanto vale utilizzare un’altra parola pure per loro. Se facessero scouting, editing, promozione, ufficio stampa, allora potremmo chiamarli editori. Ma invece chiedono mille/duemila euro e tutto finisce lì. Quindi bisogna darsi da fare e inventarsene una nuova, di parola. Io, personalmente, propongo i Pubblichini.
– Esce il mio libro!
– Chi è l’editore?
– No, nessun editore. Esce con un Pubblichino.
– Ah. Un Pubblichino. Mi dispiace. Almeno ti danno la percentuale?
– Sì, sì. In una settimana ne ho già venduti tre.

La Fiera come sagraGianluca Liguori
Alla sagra del libro di quest'anno non ho trovato il banchetto dei panini con la salsiccia. Caramelle e caramellai, per citare l'amico Moretti, inquinavano i corridoi intralciando il passaggio ai lettori. La cosa peggiore era che puzzavano di profumo scadente e sudore acido. Tra gli scrittori, gli scrittori erano pochissimi. Tra gli editori, gli editori erano venti, forse trenta, non credo se ne potessero contare di più; tra questi ce ne sono stati di bravi e belli, simpatici e gentili. Diciamo la verità: anche qualcuno antipatico, questa volta, è stato gentile. Che ci sia qualche speranza per il futuro dell'umanità? No, non illudiamoci. La moquette del palazzo dei congressi era umidiccia di saliva velenosa. Dal canto nostro, quando ci hanno dato parola, abbiamo ribadito il concetto, a noi caro, che l'editoria a pagamento, e il print-on-demand, non sono editoria. Il bilancio, però, diciamolo, è stato positivo. Sono tornato a casa con una busta piena di libri. A costo zero. Ho speso un euro e sessanta per un pessimo tramezzino con salame e carciofini - c'è sempre qualche riferimento al cibo in quello che scrivi, Liguori, mi ha detto un'amica qualche settimana fa - e novanta centesimi per il caffè. Un buon affare. E poi, come sempre, alla sagra del libro si è incontrato un po' di amici sparsi per la piangente penisola. E questo, da solo, vale più di tutta la merda.

Cricca 33