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 Le vittime dell'ordine pubblico 2005/2009

Il 22 ottobre del 2009, con la morte improvvisa di Stefano Cucchi, è cambiata la storia. Prima che venissero rese pubbliche le fotografie del cadavere del trentunenne romano c’erano soltanto le immagini dei campi di concentramento nazisti a urlare «se questo è un uomo!» contro chi aveva costretto degli esseri umani a finire, ormai ridotti a scheletri, in cataste ammucchiate davanti ai forni crematori o malamente nascoste nelle fosse comuni. Eppure, ancora una volta, «tutto questo è stato».
Stefano Cucchi, arrestato al Parco degli Acquedotti della Capitale nella notte del 15 per il possesso di modeste quantità di stupefacenti e, da lì, trascinato come una cosa tra la camera di sicurezza della Stazione “Tor Sapienza” dei carabinieri, i banchi del Tribunale di piazzale Clodio, le celle di Regina Coeli e il reparto detentivo dell’ospedale Sandro Pertini, non è sopravvissuto agli atroci maltrattamenti a cui è andato incontro. Ora è sulle pagine dei giornali che hanno avuto il coraggio di pubblicare le immagini del suo decesso e fissa i lettori con i 37 chili del suo corpo da «Cristo giovinetto», con gli occhi spaccati, la mascella rotta, la spina dorsale fratturata e una papilla fuori dalle orbite. Cosa gli è successo? Davvero, come è stato detto, «è caduto per le scale»? Davvero i suoi poveri resti sono soltanto il frutto dei suoi passati problemi di tossicodipendenza e dell’anoressia? O ha ragione chi ha avuto il coraggio di scrivere che la sua triste fine è da attribuirsi a «presunta morte naturale»?

Chi ha osato vergare queste parole mente sapendo di mentire. La morte «naturale» non si presume, si constata. E se intorno al destino di Stefano può essere presunto qualcosa, questo qualcosa si chiama manganellate in faccia, anfibiate alla schiena o, più semplicemente, violenza becera e insensata compiuta dalle forze di polizia. Non ci credete?

Chiedete a chi ci è passato. Domandate ai ragazzetti fermati con qualche grammo di hashish cosa significa essere spogliati nudi in una caserma, essere costretti a una perquisizione anale o vaginale, essere percossi con gli stracci bagnati e il dorso degli elenchi del telefono… Oppure domandate a chi è finito in carcere per piccoli reati quanto sia facile, in prigione, non riconoscere il codice di comportamento imposto dalla vigilanza e pagare con schiaffi, umiliazioni o peggio anche una semplice parola considerata fuori posto da chi, negli istituti di pena, rappresenta la legge.

Ebbene, se la legge è davvero uguale per tutti, è ora che chi indossa la divisa salga sul banco degli imputati per assumersi, insieme alle responsabilità penali dei singoli, anche la responsabilità di mettere in discussione il sistema dell’ordine pubblico, affrontando un discorso che riguarda – indistintamente – gli agenti penitenziari, i carabinieri e la polizia. Perché, soltanto facendo i conti a partire dal 2005, sull’altare della sicurezza sono state sacrificate decine di vite: persone, spesso giovanissime, assassinate dagli stessi uomini assunti al servizio dello Stato in loro presunta tutela. Quando questo accade, sulla scena del delitto cala una pesante cortina di piombo. E se di processo si parla, questo riguarda in primo luogo le vittime, in genere definite «tossicodipendenti», «sbandate», «malate di mente», «extracomunitarie» o «drogate».

È stato il caso di Federico Aldrovandi, un ragazzino appena maggiorenne massacrato da quattro agenti di polizia a Ferrara, il 25 settembre del 2005. Di lui, chi lo ha ucciso infierendo a calci, pugni e manganellate, ha prima detto «che sembrava un albanese», poi che si era ammazzato da solo prendendo a testate un muro.

In gergo viene definita «crisi psicomotoria»: la stessa che è stata affibbiata anche a Giuseppe Casu, un signore sessantenne di Quartu, in provincia di Cagliari, trascinato via con la forza dalla piazza dove vendeva fichi d’india in quanto ambulante abusivo e da qui, grazie all’intervento di guardie municipali e carabinieri, condotto in Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO) nell’ospedale di Is Mirrionis. Nel nosocomio nessuno fa domande sulla mano gonfia del signor Casu o sulla presenza di sangue nelle sue urine: a nessuno importa scoprire qual è l’origine delle ferite che il “paziente” ha sul corpo. Il venditore di fichi d’India viene semplicemente sedato e legato al letto. Lo stesso letto dove, il 9 ottobre del 2006, Giuseppe Casu muore.

Anche secondo un’inchiesta condotta dalla ASL Giuseppe Casu è stato fatto oggetto di un «trattamento inaccettabile», ma questo non ha impedito alla sua storia di finire nel dimenticatoio. E la stessa cosa rischia di accadere a Riccardo Rasman, 34 anni, di Trieste. Si tratta di un ragazzo affetto da una sindrome schizofrenica contratta nel corso del servizio militare, a causa di ripetuti atti di nonnismo: un problema noto persino alla Corte dei conti, che gli ha riconosciuto l’infermità per cause di servizio, e che gli ha lasciato in eredità una vera e propria fobia nei confronti di chi indossa la divisa. Ebbene, il 27 ottobre del 2006 Riccardo Rasman è felice. Il giorno dopo avrebbe dovuto iniziare a lavorare e festeggia l’avvenimento facendo un po’ di baccano e lanciando qualche innocuo petardo dal balcone. Una sua vicina di casa, però, è spaventata dal trambusto e decide di chiamare la polizia. Sotto casa del ragazzo, poco dopo, si presentano due pattuglie, e quattro agenti, con malagrazia, iniziano a picchiare sulla porta dell’appartamento da cui provengono i rumori. Riccardo Raiman, dallo spioncino, vede quegli uomini in divisa ed ha subito paura. Si guarda bene dall’aprire e si rifugia sul letto, in camera. La sua fine è segnata. La polizia fa intervenire i vigili del fuoco, che sfondano la porta mentre gli agenti irrompono nella casa di Rasman percuotendolo senza pietà e utilizzando allo scopo persino il piede di porco usato per compiere l’effrazione. Quando, ammanettato con i polsi dietro la schiena e immobilizzato con del fil di ferro legato intorno ai piedi, Rasman diventa cianotico è troppo tardi. Alcuni vicini di casa riferiranno di aver sentito dei rantoli fortissimi, poi più nulla: Riccardo è morto; l’ennesimo nome che parenti, amici e persone di buona volontà sono costretti a invocare nella speranza di ottenere una verità e una giustizia che non arriva mai.

Anche per il falegname Aldo Bianzino, 44 anni, di Pietralunga, in provincia di Perugia, i familiari e gli amici invocano verità e giustizia. Come il romano Stefano Cucchi, Bianzino era stato arrestato per il possesso di stupefacenti – nella fattispecie qualche pianta d’erba – e trascinato nel carcere Capanne. Qui, il 14 ottobre del 2007, Bianzino muore in circostanze quantomeno misteriose visto che le lesioni agli organi interni che saranno accertate dall’autopsia lasciano pochi spazi al dubbio e parlano, ancora una volta, di percosse violente subite da un cittadino coinvolto in piccoli reati.

In questa macabra lista è stato iscritto anche Giuseppe Torrisi, 58 anni, un clochard di Milano ucciso a forza di botte da due agenti di polizia ferroviaria alla stazione Centrale, il 6 settembre del 2008. Dopo aver compiuto il misfatto, la coppia di sceriffi ha pensato bene di compilare un falso verbale accusando Torrisi di averli aggrediti con un taglierino.

La circostanza verrà smentita dalle riprese di una videocamera: fotogrammi che la dicono lunga sia sul modus operandi a cui le forze dell’ordine si abbandonano spesso e volentieri, sia sulla facilità con cui diventa possibile inquinare le prove nel momento in cui le figure di chi delinque e di chi indaga arrivano a coincidere. Non si è pensata la stessa cosa in relazione al caso di Gabriele Sandri, classe 1981, il dj romano ucciso da una pallottola esplosa dall’agente Luigi Spaccarotella l’11 novembre del 2007 in prossimità della stazione di servizio di Badia al Pino Est, vicino ad Arezzo?

Anche lì, forse per un malinteso spirito di corpo, un sentimento ai limiti dell’omertà ha accompagnato l’inchiesta che avrebbe dovuto accertare le cause della morte di Sandri, fatto passare per un teppista armato di sassi e bastoni quando, il vero delinquente, era ed è chi gli ha sparato: una persona che ha interpretato come licenza di uccidere l’autorità conferita dalla divisa.

Spaccarotella, è vero, è stato processato. Ma nemmeno la solennità del dibattimento ha scalfito la convinzione di chi è convinto che la legge utilizzi due pesi e due misure quando si tratta di giudicare un membro delle forze dell’ordine o un comune cittadino. Al di là di ogni buonsenso, infatti, Spaccarotella è stato riconosciuto colpevole soltanto di omicidio colposo (tendenzialmente chi estrae la pistola e fa fuoco contro una persona viene giudicato per omicidio volontario): la stessa imputazione per cui sono stati condannati anche i quattro agenti che massacrarono Federico Aldrovandi i quali, come se non fosse abbastanza grave quello che hanno fatto, non sono stati neppure espulsi dal servizio e attualmente indossano ancora la loro brava divisa, con un morto sulla coscienza, liberi di condurre una vita normale e magari di delinquere ancora.

Comunque c’è anche chi, a differenza di Sandri o Aldrovandi, non riesce neppure a sottoporre attraverso un processo – magari dagli esiti scandalosi – il suo caso all’attenzione dell’opinione pubblica. Il discorso vale per il ventiduenne Manuel Eliantonio, un ragazzo di Pinerolo che, la mattina del 23 dicembre del 2007, viene sorpreso dalla polizia alla guida di un auto rubata. Tradotto nel carcere di Marassi, Manuel va incontro a un calvario allucinante: percosso ripetutamente e costretto ad assumere psicofarmaci in grado di trasformare un uomo in una larva, cerca di denunciare le violenze che subisce ai suoi familiari e ai suoi legali. Visitato in carcere, ostenta evidenti segni di maltrattamenti, eppure nessuno riesce a fare nulla finché, il 25 luglio del 2008, la signora Maria non viene messa a conoscenza dell’avvenuto decesso del figlio. Secondo i verbali, e bisogna tenere conto che si tratta di un caso ormai frettolosamente archiviato, Manuel sarebbe morto per un arresto cardiaco sopraggiunto dopo l’inalazione di gas butano prelevato da una bomboletta comunemente utilizzata in carcere per alimentare il fornello ma, come testimonia la signora Maria, il corpo del ragazzo «era gonfio, di tutte le sfumature di colore. La testa sembrava una palla da bowling, aveva il naso rotto, l’occhio livido. Era irriconoscibile».

Una circostanza ancora più atroce se messa in parallelo con le ultime parole di Manuel. Quelle contenute in una lettera spedita a casa e recapitata alla madre lo stesso giorno della morte del figlio. Una lettera straziante dove, nero su bianco, il ragazzo dice: «Carissime bamboline, mi dispiace che non vi ho fatto avere più mie notizie ma anche io ho i miei problemi. Mi ammazzano di botte almeno una volta alla settimana, ora ho solo un occhio nero. Mi riempiono di psicofarmaci, quelli che riesco li sputo ma se non li prendo mi ricattano».

Tutto questo, purtroppo, non è che un frammento di ciò che accade nelle carceri italiane. Se si ha la voglia e il cuore di consultare i dossier compilati con encomiabile sistematicità dalle associazioni per i diritti dei detenuti si scopre che, tra suicidi e morti per cause da chiarire, all’interno dei penitenziari sta andando in scena un olocausto che non sembra in grado neppure di scuotere le coscienza della gente comune, dei cittadini “per bene”. Le colpe dei mass-media, a tal proposito, sono gravissime. Perché quando una nuova persona viene stritolata dagli ingranaggi della giustizia la tendenza è quella di far passare il messaggio che, alla resa dei conti, se chi è stato arrestato o fermato dalle forze di polizia si fosse comportato bene non si sarebbe trovato nella situazione di farsi sparare in testa o massacrare di botte.

La colpa della propria morte, in buona sostanza, ricade sempre sulla vittima. Anche nel caso in cui questa, come il senegalese Chehari Behari Diouf, 42 anni, residente a Civitavecchia, in provincia di Roma, non avesse fatto null’altro di diverso dallo starsene comodamente seduto nel giardino di casa sua. L’ispettore di polizia Paolo Morra ha avuto da ridire e, accusando il signor Diouf di schiamazzi, gli ha scaricato addosso il fucile, uccidendolo il 31 gennaio del 2009.

Dall’esecuzione di Diouf alla fine di Stefano Cucchi, la morale sembra essere sempre la stessa. Persino nel caso in cui le responsabilità vengano accertate, i colpevoli in divisa somo protetti da indagini a dir poco felpate e, mentre chi è caduto sotto i loro colpi viene sbattuto in prima pagina e magari presentato come delinquente o drogato, i membri delle forze dell’ordine conoscono diritti sconosciuti agli altri cittadini, come un devoto rispetto alla privacy che gli risparmia l’onta, obbligatoria per i comuni mortali, di finire con le loro belle facce sulle pagine dei giornali.

Quando, malgrado tutto, non si può evitare di prendere atto della colpevolezza di un carabiniere, una guardia carceraria o un poliziotto, poi, la giustificazione suprema è sempre la stessa. Che si parli di Luigi Spaccarotella (caso Sandri), di Paolo Forlani, Monica Segatto, Enzo Pontani e Luca Pollastri (caso Aldrovandi) o di Paolo Morra (caso Diouf), ecco che la teoria della “mela marcia” prende il sopravvento e i vari pregiudicati in divisa diventano delle semplici, dolorose, ma inevitabili, eccezione in un corpo comunque presentato come sano.

L’evidenza dei fatti se non la nuda statistica, però, afferma il contrario. Esiste in Italia, ed è il caso di sottolinearlo, un serio problema di violenza della polizia: corollario di una più generale crisi del rispetto dei diritti umani. Le stesse politiche dell’ordine pubblico implementate nelle ultime legislature – e ormai estese a ogni ambito della vita civile come testimoniato dai continui provvedimenti presi, di volta in volta, per intensificare i controlli di polizia per le strade, sorvegliare gli stadi o «respingere» gli extracomunitari privi di permesso di soggiorno – (mal)celano la precisa volontà di erodere le garanzie democratiche a tutela del cittadino in nome di un pericoloso concetto di “sicurezza”. Si tratta di un processo involutivo enormemente pericoloso, foriero di sventure inconcepibili come quella in cui è incappato un altro ragazzino di nome Rumesh Rajgama Achrige, un writer diciottenne di Como che, il 29 marzo del 2006, nel corso di un banale controllo, si è ritrovato ridotto in fin di vita da un colpo di pistola sparato contro di lui da uno dei vigili urbani che, negli ultimi anni, si è pensato bene di armare.

Come affermato nell’interrogazione parlamentare degli onorevoli Locatelli e Giordano, i fatti di Como rappresentano: «Il fallimento di una classe politica che, non solo non cerca il dialogo anche attraverso la necessaria e legittima convocazione di un consiglio comunale straordinario, ma utilizza metodi repressivi per affrontare i presunti problemi della città».

Il discorso, più ampio, ha a che fare con un governo centrale particolarmente abile nello scambiare il concetto di “giustizia” con un’ambigua esigenza di legalità, criminalizzando categorie sempre più ampie di soggetti. Persone che la profonda crisi economica in corso rende incompatibili rispetto alle regole non scritte di un “sistema-Paese” ben disposto soltanto nei confronti di chi è pronto ad accettare una vita-coprifuoco, fatta di lavoro (in genere precario e mal pagato) e televisione. Ecco allora che i piccoli spacciatori, i ragazzi dei centri sociali, i migranti, i poveri, i tifosi di calcio e persino i malati psichici si ritrovano, tutti insieme, a vestire la maglia del “nemico”: individui nei confronti dei quali le forze di polizia sembrano combattere anziché, come in ogni caso sarebbe loro compito istituzionale, assistere nel rispetto delle garanzie istituzionali. Stefano Cucchi, massacrato senza pietà, è solo l’ennesimo anello di questa catena: una trama dove le “mele marce” non si trovano soltanto tra gli individui responsabili dei vari reati ma sopratutto nei gangli del potere legislativo, dove non si fa altro che legittimare una cultura della paura, dell’intolleranza e del sospetto in un contesto di progressiva e inesorabile erosione di ogni garanzia sociale.

Ora che le orbite tumefatte ed incavate di Cucchi gridano vendetta al cospetto di ogni residuo di coscienza collettiva sarà possibile operare un cambiamento e rivedere radicalmente le procedure di ordine pubblico in vigore in Italia? Sarà possibile, almeno per una volta, dare un senso a quegli slogan di «verità e giustizia» che comitati sparsi in tutto il Paese chiedono per le numerose vittime innocenti?


(Cristiano Armati - una versione ridotta e rivista di questo articolo è stata pubblicata su "Il Fatto Quotidiano" del 1 novembre 2009)