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leggi l'articolo ascoltando "Notturno Pasolini" (a cura di Radio Teatro 87.9)

Ma il reading non è rievocazione. Non è una seduta spiritica, né una messa nostalgica verso santini di idoli estinti. Seppur laici. È una voce che collettivamente condivide un lungo momento di letteratura. Tamara Bartolini conduce infatti la narrazione accompagnata dai personaggi di Ragazzi di Vita, poi irrompono Carlo e Karl – i due protagonisti di Petrolio, doppi di se stessi. E ci sono le canzoni di Pasolini, parole che si fanno musica, silenzio che genera rumore nelle voci di Michele Baronio e Ilaria Graziano, mentre Cristiano De Fabritiis fa risuonare un tamburo come fosse un battito cardiaco primordiale e tribale, fino a convertirlo in un graffio, su una pelle tesa che lo scorrere del tempo gradualmente deteriora e declina verso l'attesa di una fine che si avvicina. Fine della quale anche Pasolini era conscio, dopo il suo grido di ribellione civile, con il tantrico "Io so", dopo il mastodonte verbale, verboso, sanguigno e oleoso di Petrolio. Prima della fine però, sul palco, altre voci, questa volta digitali, manovrate dal polistrumentista Renato Ciunfrini, capace di far “comparire” Ninetto Davoli e Totò, le loro conversazioni da Uccellacci e Uccellini e da La terra vista dalla Luna.

Un cammino a balzi in un’opera sconfinata, un affondare graduale in una poetica sublime, forse irripetibile, e la consapevolezza di perdersi – in carne e ossa – condividendo la perdita dell’orientamento con il proprio vicino di posto. Questo è Notturno Pasolini. Questo è Red Reading.

L.I.

Ragazzo del popolo che canti (una nota su Pasolini)

Nel corso della serata è stata detta una cosa importante: la vita di Pasolini è stata bella. Meglio sarebbe stato detto così: Pasolini è una vita bella.

Pasolini che ama la realtà, il suo lato fisico: il sole, la terra, il vento, la carne delle cose. In un bellissimo film di Citti, scritto da Pier Paolo Pasolini, è inscenato un giudizio divino nel quale se la cava soltanto un giovane fanciullo dalle belle apparenze caravaggesche, che chiede sfrontatamente al sommo giudice di tornare in vita, perché gli piace tanto. E Dio, soddisfatto, lo manda in paradiso. Questo sarebbe piaciuto a Ibn Arabi, o a Suzuki, che così spiegava quello che noi definiremmo il rapporto tra l’eternità e il temporale.

Pasolini che non ha pace, e non è nemmeno Pasolini, ma tante cose di volta in volta diverse. Malgrado il disperato tentativo del monoteismo occidentale di convincerci di essere ridotti a una sola cosa, alla piccolezza di noi stessi e della nostra funzione sociale (sono un pompiere; sono uno scrittore; sono una brava persona: lei non sa chi sono io!), in molti, metti Schiller o Rimbaud o Jung,  si sono dovuti guardare bene dentro e attorno per vedere che ognuno di noi rimane una repubblica anarchica, e questo è l’ultima speranza che ci rimane. Ognuno ha pensato di trovare la sua formula a salvaguardia di questa repubblica. Per Pasolini, che si è ribellato alla nostra degradazione a macchine che si scontrano; alla dittatura impersonale dei numeri e del nulla finanziario che ci sta soffocando, questa formula stava tutta nella poesia.

Ma bisogna ancora dire cosa intendeva lui per poesia. Per esempio, anche suo padre, Carlo Alberto, amava la poesia. Carlo Albert era un militare. Un giorno Farinacci, uno dei pesi che Mussolini si portò appresso nella presa del potere, decise che non gli andava giù che il dittatore non era diventato lui e organizzò un attentato al duce. Presero un ragazzino di 15 anni, Anteo Zamboni, figlio di anarchici, e gli misero una pistola in mano. Con quella pistola il bambino sparò al Capo d’Italia, ma ferendolo appena, perché Carlo Alberto era lì, al comando delle guardie personali del Cavaliere Mussolini, e arrestò il ragazzino, e poi lo fece linciare e uccidere in mezzo alla piazza. Era di temperamento feroce, Carlo Alberto, e usava la poesia, forse, come un balsamo, cercando in Pascoli, Carducci e D’annunzio buoni sentimenti che lo aiutassero a elevarsi dalle incombenze materiali che lo costringevano a tanta brutalità. Carlo Alberto doveva non sapere che Pascoli era finito in prigione, ai tempi suoi, perché era un ribelle proprio come il ragazzino che aveva fatto linciare. E che Carducci preferiva il diavolo ai buoni sentimenti; e che D’annunzio la sua più bella poesia la scrisse dettando i versi della costituzione anarchica di Fiume. E doveva non sapere che, in genere, la poesia è pericolosa e dinamitarda.

Ma lo sapeva suo figlio, Pier Paolo, che ha fatto poesia proprio come si fa un attentato. Pasolini sapeva tutto della poesia: di Pascoli, che amava; e di Carducci, che non amava. Anche di D’annunzio, che non saprei dire se non lo amasse davvero, o la amasse di nascosto come si fa con qualcuno che ci somiglia. Questo dubbio lo ha suggerito Gene Pampaloni, e, in effetti, il d’Annunzio che fa poesia in mezzo ai portuali anarchici e che inventa per loro parole belle “per persone belle”, somiglia proprio al Pasolini che fa poesia in mezzo al popolo, e inventa la loro lingua, il romano bello, e pagano, e cattolico.  È un articolo di fede di cui uno scrittore non dovrebbe mai privarsi, questo. Un popolo orgoglioso di se stesso è un popolo orgoglioso della sua storia e delle parole che usa per raccontarsela. E un popolo orgoglioso non può finire schiavo di niente e nessuno. È un attentato vivente a qualsiasi regime. Ed è in questo modo e per questo motivo che Pasolini faceva poesia, quando scriveva romanzi, quando componeva liriche, quando girava film, quando dipingeva, quando scriveva una canzone o un saggio, ma soprattutto quando  stava in mezzo alle persone: le sue lunghe serate in pizzeria, le notti in balera, e le partite di calcio, e le semplici passeggiate coi pischelli, quando li divertiva prendendo una mucca per le zampe e la sollevava.

Così si fa poesia.

Quando ero ragazzo, ogni tanto, mi veniva a trovare a casa Stracci, il protagonista della Ricotta. Anch’io mi chiamo Pier Paolo, e Stracci mi faceva: “Paolo (cioè io), lo sai che Paolo (cioè Pasolini) si chiamava come te Pier Paolo”. Trovava, a ragione, un’assurdità questo nome pomposo. Ma la cosa più assurda per Stracci, sempre a ragione, era un’altra. “Lo sai che Paolo, pure lui, scriveva libri” come a dire, la sua poesia, quello che noi vedevamo tutti i giorni, poi faceva questa cosa astrusa: la chiudeva in un libro.

E sì, quella che troviamo nei libri è solo il documento, al chiuso, della poesia di Pasolini, ma il resto, il meglio, l’essenziale, è ovunque. Sta ancora attaccato sui muri di Roma dove si è strusciato con i suoi marchettari, e nelle canzoni e nelle sue interviste, e nel ricordo delle persone che lo hanno conosciuto, e “nei ragazzi del popolo che cantano” come fosse un attentato vivente: nella sua vita.

Perché Pasolini è una vita bella.

P.P.D.M.

 

Lorenzo Iervolino e Pier Paolo Di Mino

Guarda gli scatti di Miriam Di Domenico

icon RedReading #1 - Comunicato Stampa


Prossimo appuntamento:

Lunedì 10 dicembre ore 21.00
Teatro Argot Studio, via Natale del Grande 27 (Piazza San Cosimato, Trastevere) Roma.
“La Rivolta di Piazza Statuto” dal libro di Dario Lanzardo (Feltrinelli, 1979).

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