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GTI # 8 - Non somiglia più a Sandokan

Ho quattro, forse cinque anni, sono davanti allo specchio e con la faccia deformata da una stretta calza mi intimo di stare fermo, di non fare scherzi perché quella che sta avvenendo è una rapina, a nessuno verrà fatto alcun male. Io, dico a voce alta, sono Vallanzasca. Lo ripeto due, tre volte, anche se quel nome ancora non lo so pronunciare bene. Vorrei tenerla sempre quella calza in volto, ma mia madre dice che non sono giochi da fare in pubblico. Così quando la accompagno nelle sue commissioni, ora al mercato, poi in banca, me la sfila da sopra la testa e mi dice: "Andiamo mio bel Renè, accompagna la mamma.".

Anche mio padre mi chiede di stare attento a mia madre, dice che quando lui non c’è, sono io l’uomo di casa; vorrei rassicurarlo, dirgli, figuriamoci chi tocca la mamma di Vallanzasca. Mio padre esce la mattina presto e torna la sera e non somiglia per niente a Vallanzasca, lui ha capelli lunghi e la barba nera, lui è come Sandokan. Quando ceniamo, non vuole che la televisione sia accesa, solo brutte notizie, dice. Mentre mia madre finisce di asciugare i piatti, giochiamo insieme alle tabelline o alle targhe delle auto, oramai le conosco quasi tutte. In palio ci sono minuti in più che posso rimanere in piedi, ma quando alla fine mi accompagnano a letto, io faccio solo finta di dormire e ascolto quello che nell’altra stanza si dicono. Mio padre inizia, "Non potresti mai immaginare cosa mi è successo oggi.", poi prosegue il racconto: una vecchia, una pazza, una barbona con tutti i capelli scarmigliati l’ha inseguito per insultarlo e sputargli addosso e poi ha preso a tirargli le cartacce che raccoglieva a terra gridandogli assassino, brigatista, terrorista. E mia madre si mette a ridere, "E’ solo una pazza.", dice. E’ bella mia madre quando ride, ma il giorno dopo mio padre dice che ha rivista la pazza e questa volta l’ha seguito fino a sotto la metro e quando questa si è messa ad urlare terrorista! La gente era passata veloce vicino a mio padre e lo aveva guardato male, forse credeva alla barbona. Io questa vecchia me la immagino come Gargamella. La mattina seguente e così i giorni dopo, mio padre prova a cambiare strada, anche se ci mette di più ad arrivare a lavoro, ma lei lo ritrova sempre; gli urla e gli sputa addosso, vorrebbe affrontarla, ma è solo una pazza dice mio padre. " Forse dovresti avvertire la polizia.", lo consiglia mamma. "Non lo so, non lo so.", risponde papà.

Un sabato mio padre torna a casa molto presto, mia madre lancia un urlo, ha i capelli corti e non ha più la barba. Quasi non lo riconosco. Non somiglia più a Sandokan.  Quel giorno la tv rimane accesa dalla mattina alla sera, i miei sono davanti allo schermo con le mani in volto. Suonano anche i vicini per sapere se abbiamo sentito cosa è successo. Un treno è esploso, una bomba sembra: morti, feriti, anche bambini. Tutte vittime innocenti dicono, la gente piange e il fumo riempie lo schermo. Torno a giocare e mentre infilo la calza penso, anzi sono certo, che non è stato Vallanzasca.

Massimiliano Di Mino


GTI # 9 - Quattro foto che non ho

Immagine numero uno. Baffi al volante
Qualcuno glielo diceva già allora, a mio padre, e io vedendo oggi le foto dei suoi ventisette anni, non posso di certo dissentire. Il suo aspetto, i suoi baffi marroni e gialli come l’autunno, i capelli un po’ troppo lunghi per essere un uomo, sono identici a quelli del brigatista che consegnò a Caselli e Dalla Chiesa il rifugio delle BR di Genova. Anche l’espressione, seria, è davvero identica. Ma nel 1978 nessun brigatista si è ancora pentito, le scissioni sono lontane, e mio padre guida la fiat 850 di mio nonno dentro una notte deserta, e assediata da ogni tipo di uniforme. Sono le ore ventiquattro. Il giorno è un venerdì. Il mese è marzo. Il diciassette, marzo.

Immagine numero due. Cocomero in marcia
Accanto a lui mia madre soffia ritmicamente dentro l’abitacolo. Le sue spalle sul sedile reclinato sono contratte e impegnate. I suoi occhi fissi verso l’interno di tela del tettino. Mia madre non pensa alla notte che scorre oltre il vetro, né ai mitra dei militari, accorsi per dar man forte a carabinieri e polizia. Mia madre pensa alla sua pancia grande più di un cocomero, dentro la quale mio fratello nuota come un pesce gatto. Anche mia madre ha ventisette anni, i capelli un po’ troppo corti per essere una donna. Nelle foto di qualche anno prima invece ce li ha lunghi, trattenuti in una coda o attorcigliati in una treccia che le ricade sulle spalle. Anche quando si è laureata, li aveva lunghi. Un giorno ho ritrovato assieme alle foto un librone blu, pesante ma ben tenuto. “Il concetto di Osceno in diritto privato” c’era scritto dietro il mantello della copertina. Poi sulla prima pagina il nome di mia madre e quello del suo relatore. Il professore di Diritto Privato. Aldo Moro.

Immagine numero tre. Rosso luminoso rosso
Mio padre me l’ha raccontato due volte. La seconda volta mi è venuto in mente che già me lo aveva raccontato, ma è stata una fortuna perché me ne ero dimenticato. E certe immagini non si dovrebbero dimenticare. Fanno parte del proprio album fotografico emozionale. È ora di pranzo, mio padre si lascia alle spalle la banca dove da un paio d’anni lavora come impiegato. Era un’epoca in cui si sparava, in cui si moriva, ma nella quale a ventisette anni avevi il tuo lavoro per tutta la vita. Prima di arrivare a un bar, lo sguardo di mio padre e il suo volto baffuto incrociano una vetrina. Una decina di monitor sono esposti uno sopra l’altro, tipo una piramide di figure in movimento. In ogni quadrante la stessa immagine. Auto ferme nel mezzo di una strada. Corpi inermi dentro camice bianche macchiate di sangue. Tanto sangue. Rosso, come non si era mai visto. I monitor in vendita sono infatti i primi tv-color. Quel giorno è un giovedì. Il mese sempre marzo. Il sedici, marzo. Aldo Moro è stato rapito.

Immagine numero quattro. Il Buio intorno
Mio padre sta per diventare padre. I suoi occhi s’incrociano con quelli dei militari, dei poliziotti, dei carabinieri. Suoi coetanei, forse già diventati padri. Come forse lo sono anche quelli che si nascondono, che combattono, che sparano e che non avranno mai un lavoro per tutta la vita. Da Monteverde a via Tiberina nove posti di blocco. Mia madre con le acque rotte e il sudore sulle guance, mio padre nel maglione grigio dolcevita guida attraverso la via olimpica. Nessuno oltre a loro si sposta dentro Roma. Roma infatti è un intestino vuoto. Roma ha paura. Ma nessuno li ferma.
Mio fratello nasce solo grazie a un taglio su una pancia. Mio padre ha detto di sì, e questo oggi mi stupisce: perché sono andati a chiederlo a lui? Mia madre stava così male da non poter rispondere? Ci vuole veramente il consenso dell’uomo per il cesareo? Dopo ore di fatiche la testa di mio fratello è uscita fuori che pare una pera. Mio nonno, arrivato in ospedale che era già nonno, consola la disperazione di mio padre. Tutto si aggiusterà, dice. Devi solo aspettare domani. Sono le prime ore del mattino di sabato. Il mese è inevitabilmente marzo. Il diciotto, marzo. E in quel momento Aldo Moro è nascosto dentro l’intercapedine buia di un Gran Teatro chiamato Italia.

Lorenzo Iervolino


 

GTI # 10 - La buca reprise (instrumental)


Miriam Di Domenico - Veronica Leffe


GTI - Gran Teatro Italia - Vai al secondo capitolo >>


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