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GTI #5 - Mio padre

1982. Mio padre serviva pizze in un ristorante italiano nel centro storico di Heidelberg. I clienti erano quasi tutti studenti universitari, gente che faceva tardi con un bicchiere di Chianti, gente a cui piaceva parlare di politica con la lingua impastata. Mio padre tornava a casa all'alba, si spogliava facendo attenzione a non svegliare mia madre, si infilava nel letto, le baciava il pancione e chiudeva gli occhi.

1983. Gattonavo sulla moquette verde pisello di un appartamento delle case popolari di Handschuhsheim. Nevicava sulla Repubblica Federale Tedesca e nevicava sulla Repubblica Democratica Tedesca. Mio padre, in soggiorno, batteva a macchina una lettera per mio nonno. Hanno ammazzato Rocco Chinnici, scriveva.

1984. Mia madre e mio padre avevano inaugurato la parete delle tacche: la mappa verticale della crescita, incisa con un coltello, indicava i centimetri del primogenito che cresceva. Non è finita, scriveva mio nonno nella lettera di Natale. Parlava della strage sul treno Napoli-Milano.

2012. Mio padre batte a macchina una serie di appunti. Non lo faceva da anni. Il primogenito ha compiuto trent'anni e gli ha chiesto un regalo particolare: sta scrivendo un romanzo e ha bisogno di di testimonianze dirette sulla Rote Armee Fraktion. L'appunto nove dice: “(...) eravamo giovani, alcuni di noi avevano figli e altri stavano per averne. Sapevamo che Richard von Weizsäcker era il figlio di un nazista, e che alcuni tra i tedeschi temevano più di ogni altro il ritorno alla barbarie. Perciò ascoltavamo quei ragazzi. C'era il vino rosso, qualche pezzo di pizza, la città fredda e addormentata. E noi parlavamo del tempo, di ciò che avremmo insegnato ai nostri figli. Nessuno di loro ebbe il tempo per farlo. Furono tutti suicidati in carcere. Tutti. Oggi mio figlio ha trent'anni. Una fotografia ricorda le tacche che incidevamo. Trent'anni. Sono pochi e sono molti, perché nessuno ci ha spiegato il cuore di quei decenni, nessuno si è fatto avanti per raccontare la sua verità. Sono rimasti tutti dov'erano. Alcuni morti. Certi con il pugno alzato. Altri con il gladio appuntato sul petto. Molti con il capo chino”.

Marco Lupo



GTI # 6 - M
olto in alto
Mio figlio si mette a letto con me. Ho tre cuscini dietro la schiena e il portatile sulla pancia. Dovrei scrivere, ma ho sonno. Sono di umore amaro, per così dire. Sono tre notti che sogno di morire. Non sono sonni riposanti, questi.


Diventerò ipocondriaco. È una malattia che gli psicologi non sanno curare. Non hanno letto Leopardi, e quindi non sanno che uno che teme di morire è uno già morto. Gli psicologici leggono solo libri di psicologia, mai Leopardi. Sono già morti. Un morto non cura un morto.

“Che fai?”, mi chiede Matteo, appoggiandosi sul mio petto.

Guardo delle foto di Aldo Moro. Devo scrivere qualcosa su quegli anni, e, penso, mio figlio appartiene a una generazione che non sarà in grado di leggere qualcosa come una narrazione. Del resto, io non sto facendo niente per impedire che questo avvenga, e gli rispondo: “niente”.

Continuo a guardare le foto di Moro sullo schermo del computer. Quando era più piccolo mettevo Matteo sempre accanto a me mentre lavoravo a un film o a un documentario, e lui si divertiva. Il prossimo anno andrà alle medie. Come passa il tempo quando ci si diverte! Sta per diventare un ragazzo e ha altri modi di passare il tempo, ora.

“Chi è?”, mi domanda. Ed io: “Uno”. Poi aggiungo: “Uno morto”.

Lui alza le spalle. Forse gli dovrei dire che è uno che forse è morto per un complotto.

“Sì, ma come è morto?”, mi fa.

Guardo la foto con tutti i dirigenti della Democrazia Cristiana al funerale di Moro. Questo è il punto. Non il complotto, o altro. I suoi amici, i suoi compagni, i suoi discepoli che lo hanno lasciato morire. Moro che gli dà degli infami, e loro che vanno comunque al suo funerale. E metà degli italiani li voteranno. Metà degli italiani diventati infami. L’altra metà? L’altra metà voterà gente che ha fatto carriera in nome di ragazzi morti per la rivoluzione comunista. Gente che, arrivata al potere, dirà: mai stato comunista, però. E l’altra metà degli italiani pure si ricoprirà di infamia. Per pietruzze colorate, per un frigorifero e Dallas la sera. Lotte sindacali, contratto unico, il diritto al lavoro e alla vita in cambio di pietruzze colorate.

“Vuoi sapere come è morto?... I suoi compagni lo hanno abbandonato”, gli dico.

Matteo ci pensa un po’ su. Spengo il computer.

“Quindi era un guerriero”, mi dice Matteo. Chissà come gli è venuta in mente una cosa del genere. Ha fatto tutto da solo. Non lo sto più a sentire, e invece penso: i guerrieri non hanno paura di morire. Se sognano la morte, sanno prendere la cosa per il verso giusto.

“ Era buono?”, mi domanda.

“Non lo so”, gli rispondo.

Matteo si mette a riflettere.

“E i suoi nemici?"

“Neanche questo so”, gli dico, ma poi, non so perché, aggiungo: “Non lo so. Non importa. Importa che la guerra è bella, e che nella vita bisogna combattere per qualcosa. Sennò c’è la pace. E la pace è un deserto”.

Sto per addormentarmi, ma mio figlio mi sveglia.

“Secondo me Moro era un aviere, e pure i suoi nemici”, dice, e io non gli rispondo. Mi sto addormentando, e vedo che Matteo si alza, allarga le braccia e, uscendo in volo dal letto, sale molto in alto nel cielo. Il cielo è azzurro scuro. Sembra finto. Da qualche parte, in basso, combattono, e il sogno mi fa tremare i polsi.

Pier Paolo Di Mino



GTI #7 - Il ricordo di chi non c'era


Miriam Di Domenico


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