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GTI #1 - La buca
Quel parco ora non c'è più. Ci andavo sempre con mia madre, era uno spiraglio tra gli abusi edilizi della nostra periferia, c'erano i pini e le aiuole, i vecchi e un campo di bocce. I vecchi sono rimasti e il parco non c'è più: un’enorme buca l’ha inghiottito portandosi appresso l'infanzia e i pensieri scoscesi del bimbo che ero.
Con una paletta di plastica avevo cominciato a scavare una buca di quelle che poi non si possono più riempire, una buca grande, pensavo, che ci avrei potuto seppellire tutti i miei incubi e le mie perversioni di bambino. 
Sara passeggiava disinvolta, credo, e io con la mia paletta in mano la osservavo; con ogni probabilità la mia buca era più importante di quella ragazza che passeggiava, eppure quel vestito a fiori, la tolfa che ciondolava, i suoi capelli, avevano attratto la mia attenzione.
L’afferrarono da dietro per le braccia, erano in due, la tolfa smise di ciondolare: io continuavo a scavare e vedevo le loro gambe, erano a poca distanza dalla mia buca.
Sara cominciò a urlare, chiedeva aiuto, la stavano portando via, ora cadono nella mia buca, pensavo.
Aveva i capelli lunghi e lisci, era bellissima, avrei voluto aiutarla, sollevarmi da terra e correre in suo soccorso; mia madre fu più svelta, mi afferrò per un braccio e mi trascinò via mentre altri uomini si avvicinavano alla ragazza circondandola e strappandole di dosso la tolfa.
Era il 18 giugno 1985, la paletta cadeva e mia madre mi portava lontano. Ormai la buca era fatta: una buca grande, che avrebbe poi ingoiato tutto, una buca dorata, qualcosa di simile all'età adulta.
Sara scomparve così, non intervenne nessuno ad aiutarla e io ero troppo piccolo per capire i suoi lamenti, infinitamente minuscolo davanti alla tragedia di un intero paese.
Oggi quel parco non c'è più. Vi hanno costruito un parcheggio. La mia buca però è rimasta, la porto sempre con me. Questo racconto a mia figlia che mi guarda con gli stessi occhi che avevo io, quelli della purezza, e con la sua paletta in mano cerca una buca ove seppellire tutti i cattivi pensieri, tutte le richieste di aiuto che d’ora in poi non riuscirà ad ascoltare.

Luca Moretti



GTI#2 - Mattanza
Il vuoto dentro il vetro sottile di una lampadina da sessanta watt. Un filo di tungsteno che non si staccava mai del tutto.
Quel giorno la maestra ci guardò negli occhi e non fece l’appello. Non solo gli autunni, ma anche le primavere e gli inverni erano caldi. D’estate poi si moriva ancora di più. Le sale giochi, i bar, le strade, i circoli per anziani, le campagne e anche le spiagge, tutto era color del piombo attorno a noi, tranne che il cielo.
Era la fine del 1979 quando i miei genitori si sposarono; l’isola era in guerra: Totò ‘u curtu e Binnu ‘u tratturi fecero più di mille morti ammazzati in cinque anni. Erano tempi di mattanza. Le immagini in bianco e nero di una Renault 4 dal cofano spalancato erano già repertorio. Del conflitto nazionale, fatto di sequestri, gambizzazioni, omicidi, stragi, bombe, comunicati e rivendicazioni, arrivavano echi lontani, di cui si ricordavano solo le sigle più famose e i nomi più importanti. Spettatori postumi di uno spettacolo che al di là dello Stretto non è mai andato in scena.
Nel 1990 facevo la quinta elementare, nel continente si costruivano stadi per il mondiale estivo e si decideva il nome della mascotte più brutta che l’umanità abbia conosciuto. Quel giorno, in cui la maestra non chiamò l'appello, nella mia classe l’ultimo banco era vuoto. Tutti sapevamo cosa fosse successo. Nuovi capi che non accettavano più ordini dai vecchi, equilibri che si destabilizzavano, la Stiddra contro Cosa Nostra. Ancora morti nelle strade e nelle piazze, gente che avevi visto, con cui avevi parlato, vicini di casa, il padre di un tuo compagno di classe. La patina grigio piombo, che il resto d’Italia si era scrollata di dosso da tempo, calava di nuovo sull’isola. La mattanza era ricominciata. Quel giorno, in cui io non dissi “presente”, tornai a casa e nella mia stanza cercai di riagganciare un filo di tungsteno che non si staccava mai del tutto.

Giacchino Lonobile



GTI #3 - Sentinelle
Roma, 2 aprile 2077.
Un'altra giornata. Ne avevamo viste molte e l’impressione era che ne avremmo viste ancora, fino alla fine dell’epidemia. Per noi l’epidemia era una speranza. Per i vertici della Sezione Informativa della Repubblica, una minaccia per l’Equilibrio. I superstiti del pomeriggio stavano nel mio letto, nel mio bagno, nella mia cucina, seduti sul pavimento o in piedi, appoggiati con la schiena ai muri del mio corridoio. Avevano gli occhi e le ginocchia doloranti. Insieme ad alcuni di loro ero tra quelli che in via della Conciliazione avevano ripiegato quando era arrivata la quinta carica. Prima di loro, nelle ultime tre settimane, altri avevano bussato alla nostra porta, tutti superstiti che sapevano che a casa mia avrebbero potuto nascondersi e restare, in attesa della fine dei rastrellamenti. Guardai Giuseppe che aiutava i nuovi a medicarsi. Io distribuivo le coperte, i maglioni, le giacche e tutto quello che poteva essere utile per la notte. A quelli che me lo chiedevano portavo dei libri. Quello era il quinto gruppo. In tutto lì dentro, compresi Giuseppe, Orazio e io, saremo stati una trentina. Giuseppe era schedato. Un centimetro di pelle fuori dalla porta e lo avrebbero preso. Io facevo la spola tra le riunioni, gli scontri e il supermercato. Bastava che mi vedessero in giro perché si sapesse che il rifugio era ancora sicuro. Orazio non aveva una scheda negli uffici della Sezione Informativa. Al lavoro aveva dato un nome falso. Qualcosa sul suo conto aveva cominciato a trapelare, così doveva muoversi con più attenzione, uscire di notte e portarsi a casa il lavoro. Qualche volta arrivava con la sua ragazza, prendeva un sacco a pelo e tutti e due se ne andavano a dormire in terrazzo per stare tranquilli. Per fortuna i vicini ci conoscevano e non ci denunciavano. Anche loro avevano paura della Sezione Informativa, perché era capitato che chi denunciava venisse messo anche lui sotto controllo. Chi non denunciava era un traditore dello Stato, ma chi denunciava era informato sui fatti, e questo era un pericolo per l’Equilibrio. A volte qualcuno dei superstiti ci raccontava di aver perso di vista un familiare o un amico, di aver assistito all'arresto o di essere andato ai carabinieri per segnalare la scomparsa. I carabinieri non avevano niente a che fare con quelli della Sezione Informativa. I carabinieri erano la faccia dell’Equilibrio. La mente era la Sezione. Per la notte avevamo messo a punto un sistema di turni di guardia. Sei persone, una per finestra, restavano sveglie per due ore e tenevano d’occhio la strada. Nel caso in cui un blindato, una berlina o un gruppo di uomini a piedi si fossero fermati davanti al portone, l’ordine per tutti era di raccogliere quello che potevano, correre in terrazzo e disperdersi sui tetti. Avevamo fatto delle esercitazioni con i primi superstiti che erano arrivati. In dieci avremmo impiegato meno di due minuti a sgomberare. In trenta la faccenda diventava più complicata. La notte in cui accogliemmo il quinto gruppo Orazio tornò verso le due. Io ero sveglio in cucina. A parte quelli di guardia, gli altri dormivano tutti. Orazio mi disse che nelle ultime ventiquattro ore le Forze Speciali avevano fatto due morti e i carabinieri uno. Il Presidente aveva pronunciato un discorso sull'unità dello Stato. Il capo della Sezione Informativa aveva dato rassicurazioni sulla situazione sanitaria e sulla stabilità politica. L’epidemia, aveva detto, era sotto controllo. L’unica preoccupazione della Sezione era la resistenza di alcuni gruppuscoli che operavano in clandestinità, sempre più isolati e allo sbando. «Domani ne ammazzano uno grosso» disse Orazio guardandosi intorno. La casa odorava di corpi umani e risuonava del respiro di trenta persone esauste. «E noi faremo la fine dei topi. Ormai manca poco». Ci avvicinammo entrambi alla finestra. La notte oscurava i vicoli e gli angoli della capitale facendoli somigliare a nuovi nascondigli. Insieme a noi molti altri, anche loro barricati, osservavano la notte da altri punti della città. Da qualche parte arrivò l’eco di un’esplosione.
Nove anni dopo, mentre mi trovavo a Stoccolma, venni a sapere che Orazio aveva avuto un figlio.

Luciano Funetta


GTI #4 - Gran Teatro Italia

Veronica Leffe


 

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