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Premessa
Alcuni anni fa ci eravamo scritti per i diritti e la traduzione del suo “Visiorama” (l’unica edizione italiana è a mia cura). Eravamo rimasti in questo modo: “facciamo così, che se riesci a guadagnarci ti pago da bere appena ti vedo”; per la traduzione: “fai quello che ti pare, basta che la cosa arrivi dove deve arrivare come meglio pare a lei”.
Dopo la pubblicazione della mia traduzione, abbiamo continuato a scriverci per alcuni anni (a quei tempi ancora si usavano solo le lettere cartacee, se non sbaglio). Poi il silenzio per molto tempo. Quindi, alcune settimane fa mi arriva una cartolina: “sono a Roma. Ananda”.
La breve missiva era completata dall’indirizzo di una casa di Centocelle, dove Sunya, a quanto pare, ha deciso di abitare alcuni mesi all’anno. Lo vado a trovare. E poi ci diamo appuntamento per una cena. “Porto anche un po’ di amici”, gli dico. TN si presenta più o meno al completo, con il chiaro obiettivo di chiedergli se vuole inaugurare “Atlante” con la sua nuova serie di illustrazioni “Gran Garabagna”.  Vino e cibo da discount. Un po’ di cibo da discount, molto vino. Ad Ananda piace raccontare qualsiasi cosa: basta che si ride.
Ridiamo molto. Disegniamo qualche cadavre exquis. Gli facciamo un sacco di domande su di lui. Poi su qualsiasi cosa. A un certo punto era lui, inoltre, a farci le domande. Qualcuno, mi sa, parlava anche da solo. Sarebbe difficile fare la cronaca di questa serata, che non è mancata dei più profondi piaceri spirituali, e, per questo motivo, rimane nella memoria impalpabile. Così, per raccontare Ananda, che non è molto noto al pubblico italiano, ho diviso il mio ritratto in due capitoli.Nel primo troverete la ricostruzione di quello che negli anni ho saputo di lui da alcuni suoi scarni accenni; ciò che la mia immaginazione ha fatto diventare una stabile memoria; quante delle cose dette quella sera che non sono riuscito a far entrare nell’intervista. Il corpo delle notizie è però tratto di peso dal catalogo curato dalla Dottoressa Luminitza Gregoriu per la mostra di “The Others and me” , che rimane a tutt’oggi la biografia più completa su Ananda. Nel secondo capitolo è riproposta nella sua forma meno probabile (un’intervista) la sua stessa voce, nella speranza che sia possibile godere di alcune sue considerazioni sulla vita e sull’arte date così, nel miglior modo, come per distrazione.

Capitolo 1

Ananda Sunya

Ananda Sunya è lo pseudonimo di nessuno sa chi, perché l’artista americano, da sempre, mantiene il più stretto riserbo sul suo vero nome. “Il mio non è un anonimato. Potrei dire di avere smarrito il nome che mi hanno dato i miei genitori in una bettola o in un ashram, e che una bettola o un ashram sono la stessa cosa, e che sono la stessa cosa perché entrambe sono sante o entrambe piene di gente e quindi puzzolenti, ma la verità è che questo è il nome che sento mio. È il nome con cui firmo i miei lavori, e il lavoro è l’unica cosa che fa capire a un uomo chi è. A questo serve il lavoro”; “parlo una lingua che non è mia, abito da sempre in paesi non miei, posso pure portare un nome che non mi appartiene”; “sono timido ma anche vanitoso. E poi mi dà fastidio la gente, ma mi piace essere riconosciuto e avere successo. Ogni tanto mi è capitato di fare danni alla cosa pubblica, ma non sopporto che tocchino le mie cose: andare in giro con un nome falso è utile”.

È nato a Medan, nell’isola di Sumatra, l’11 aprile del 1940. “Papà era di lingua minangkabau ed era un intellettuale, cioè un perditempo. Non so in quali maniere nonno avesse accumulato ricchezze, ma so come mio padre le ha sperperate. Niente di che: alcol e puttane. Un suo lontano cugino, Chairil Anwar, con questo metodo è diventato un famoso poeta. Adoravo e adoro ancora le sue poesie, così piene di vita e quindi così tristi. Mamma invece era la figlia di un commerciante ebreo. Era bionda e parlava sia il malese che l’inglese. Da parte di papà eravamo musulmani, da parte di mamma niente”.

Nel 1953, a 13 anni, si trasferisce con sua madre a New York a seguito del tracollo finanziario del padre e del suo suicidio. Vivono ospiti di alcuni parenti materni che si prendono cura di loro. “Mia madre era una scroccona. Dicono che i maschi assomiglino alle madri”.

Qui Ananda frequenta una scuola di illustrazione nella quale insegna Jerry Robinson, il disegnatore di Batman. “Fin da piccolo ho sempre disegnato come un matto. Mi mettevo là a testa china e stavo ore e ore a copiare quello che mi trovavo davanti agli occhi. Prima di arrivare in America non avevo mai visto un fumetto, e quando li vidi non mi piacquero. Non mi piacciono, non mi sono mai piaciuti. Ma volevo sentirmi americano, penso”. Nel contempo, però, trova lavoro negli uffici di una fabbrica di tessuti. “Dovevo arrotondare per le sigarette e la birra. Io a 13 anni ero già un duro”. Fa il venditore porta a porta, e la sera studia nella scuola. “È così che ho conosciuto un sacco di gente, compreso il vecchio Julien Levy che aveva una galleria d’arte e che mi diceva: ti tengo sott’occhio a te. Sei la mia pensione”. Presto si propone alla fabbrica dove lavorava come disegnatore di tessuti. Inoltre, grazie a Levy, si impiega come designer freelance per Vogue. Robinson, inoltre, gli fa inchiostrare alcune sue tavole. “Per un ragazzo di quindici anni era la pacchia. Guadagnavo lo stipendio di due operai.”

Ben presto abbandona sia la sua collaborazione con Vogue che la sua attività di disegnatore di tessuti, e per dieci anni consecutivi si dedica in maniera esclusiva al fumetto. Pubblica tutta la serie di Amazing Adventures. “Anche allora mi firmavo con un nome falso. Ma lo facevo per vergogna. Era un nome americano, e io mi vergognavo di non essere americano. Ora mi vergogno di essere stato americano. Ma solo un po’. Mi vergogno di più di avere fatto fumetti. Sono snob, lo so, ma la colpa è stata di Levy”. Alla chiusura della testata, a 25 anni, con un bel gruzzolo in tasca, si trasferisce a Hollywood diventa scenografo. “Dalla merda alla merda dorata”. Frequenta il mondo cinematografico. “Il wild party che mi ha ridotto i nervi a pezzi”. Soffre di inquietudine. È alla ricerca di qualcosa. Comincia a bere e consumare cocaina. “Mi dicevo: hai il tuo successo, e i soldi, e ti scopi una bionda a sera brutto mezzo indiano mezzo ebreo come sei. E non capivo perché stavo così male. Una sera, ubriaco perso, telefonai a Levy e cominciai a dirgli: come stai?, come te la passi?, dico, per essere un ebreo di merda scampato ai campi di concentramento. Non ti vergogni di essere scampato? Lo sai che ti odio? Non ci vuole mica Freud per capire che Julien era l’unica mezza specie di padre che avevo avuto, e che mi sarebbe piaciuto che mi avesse preso a schiaffi per farmi fare l’artista e procurargli la sua pensione. Due giorni dopo mi sono fatto beccare con un ragazzo dentro un cesso pubblico, e mi hanno arrestato”

Nel 1962, dopo un anno di esperienza hollywoodiana e qualche mese di reclusione in carcere, si trasferisce a Boston. “volevo fare qualcosa per me, darmi un’istruzione e tutte queste cose. I soldi li avevo e mi sono iscritto a Harvard”. Qui conobbe Alpert e Leary. “Alpert ora si fa chiamare Ram Dass, vero? Sempre stato un coglione. Quello sinistro. Il destro lo faceva Timothy” . Si presta con loro a provare L.S.D. “lo feci nella speranza di perdere la dipendenza dall’alcool e dalla cocaina. In questo senso non fu un successo pieno. Ma L.S.D., questo lo devo ammettere, fu un’esperienza importante. E non per tutte le allucinazioni e gli effetti speciali a basso costo. E che mi tenne impegnato. In quel periodo studiai molto. Ed entrai in contatto con molte persone. Disegnavo dei piccoli fumetti alla moda, con tutte le persone deformate dagli allucinogeni. Storie hippy, delle schifezze, ma guadagnavo il sufficiente. Mi sembrava tutto molto bello. Feci un viaggio in Messico con Alpert e partii pure per l’Europa. Ho conosciuto Jodorowsky, al quale piacquero molto le cose che disegnavo. Badate che erano bruttissime, ma Jodorowsky è così: ha cattivo gusto, scrive male, ed è un cialtrone convinto che avere cattivo gusto, scrivere male ed essere cialtroni sia una gran bella cosa. Ho conosciuto anche Henri Michaux. Volevo confrontare le mie visioni con le sue. Mi cacciò di casa. E fu come essere illuminato: non valevo niente, nulla valeva niente. Come tanti, me ne andai in India”

Trascorre più di dieci anni in India, passando da un guru a un altro. “Turismo spirituale. Una facile moda. Una gran perdita di tempo. Quindi, feci bene. Più di dieci anni senza bere e sniffare. Mi sono salvato la vita. Dieci anni a cercare il paradiso con maestri che entravano in samadhi, e cioè gli prendeva sonno dopo aver mangiato e si mettevano a russare, gente che litiga per chi deve comandare; gente che ti dà il culo per un pezzo di carne da mangiare di nascosto. E il paradiso alla fine l’ho visto. E pensare che è così facile: basta aprire solo bene gli occhi”. Apprende con successo diverse tecniche yoga e presto diventa swami dell’ordine di amakrishna sotto la guida di Ashokananda. Riceve il nome di Ananda Sunya e viene iniziato al Kriya Yoga, avanzando rapidamente nel conseguimento di questa tecnica, fino a essere invitato da Daja Mata a diventare insegnante nella sua scuola. “In California. Alla SRF di Los Angeles. La scuola di santità e superpoteri per gli americani in cerca di svaghi esotici. Ma io non aspettavo altro. Ero stanco di galleggiare nell’aria come uno stronzo lo fa sull’acqua”. Il viaggio di ritorno è in aereo. “un viaggio tranquillo, finché una hostess, alla quale avevo solo rifiutato un bicchiere di whiskey che mi offriva gentilmente, mi disse, se la smetti di fare lo stronzo e mi offri una sigaretta ti devo parlare. Capirete il mio stupore, ma non potete avere idea di come ci rimasi quando con un gesto l’hostess fece fermare l’aereo e tutti quelli che c’erano dentro e mi disse: sono dio”.

Torna in America, ma non si reca in California, ma a New York, dove trova un lavoro come cameriere. “ero contento di faticare così. E poi c’erano un sacco di schifezze da mangiare. E la sera ero libero. Non so perché mi misi a scrivere.” Nasce così un piccolo libro, “Visiorama”. “Il senso del libricino, non so quanto capito, era quello di mostrare che le grandi visioni non stanno dentro gli allucinogeni e dentro la testa dei rashi, ma sono quelle cose che per caso dicono i poeti, tristi e imperfetti come sono. Pure Dante diceva: mica sono San Paolo io! Pure un poeta (e il poeta lo può fare  proprio chiunque) può parlare con dio, o gli dei o quello che ti pare. Era un mio timido tentativo di avvicinarmi al mio destino. Subito dopo averlo scritto, ricordo, mi sono preso una sbronza e mi sono messo a fare poesia nell’unico modo in cui lo so fare, disegnando. Da allora non ho più smesso. Né di disegnare né di bere”.

Comincia un’attività come pittore e illustratore. Espone in piccole gallerie. Pubblica su riviste specializzate, e in quarant’anni di costante attività guadagna una stimata notorietà e un pubblico che lo venera come un culto. Nessuna delle definizioni con cui si è cercato di catalogare variamente la sua arte, da postmoderno e post-psichedelico, può dare la misura di un’arte che sta  tutta nel piacere di disegnare e tracciare linee, “trovarle sulla carta” come ha detto Ananda. “Non so se devo di più al dadaismo o all’arte rinascimentale. In entrambe queste avanguardie ho trovato la libertà, sensoria e mentale insieme, di evocare immagini”. Immagini di quel mondo di mezzo che visitiamo nei sogni o nelle nostre angosce quotidiane. Quelle piccole paure che, nella loro perseveranza, ci proteggono. Un mondo allucinato e carnale, quello di Ananda, dove è possibile trovare, come disse Zolla, “il senso sacro e terribile della psilocibina”.

 

Capitolo 2

Ananda parla.

Parlaci dei tuoi esordi, Ananda.

Ho cominciato poco prima dei 40 anni. Cioè già prima disegnavo, fumetti e queste cose. Ma non lego mai quell’esperienza alla mia carriera artistica. Magari lì ho imparato un bel po’ di tecnica, che non fa mai male. Molte altre cose provengono anche dalle mie letture. Pure la cultura male non fa, specie se assunta all’accesso, perché avere una misura di quante e quali sono le idee che riempiono le teste umane è divertente. In genere è stato importante vivere. Se devo essere più esatto, più che la vita è stato importante tutto quello che mi è successo vivendo. E, ancora più esattamente il fatto che per me tutto questo è diventato un’esperienza e poi un ricordo, infine un racconto fantasioso. Penso che gli alchimisti quando vantavano la lentezza dei loro processi e l’importanza della pazienza accennassero sotto molti veli a questa possibilità molto importante che è data di vivere per davvero.

Di vivere per davvero?

Sì. Allora, adesso ti cito un altro alchimista. Paracelso diceva che l’uomo vive schiavo delle proprie fantasie. Diceva più o meno così, non ricordo le parole esatte. Però poi proseguiva che l’unica cura possibile ai mali che ci vengono dalle nostre fantasie, quelle che ci dicono sei questo, devi fare questo, i soldi, il lavoro, arrivare a fine mese, la carriera, la fama, il successo… insomma che l’unica cura a tutte le fantasie di cui viviamo illusi e schiavi è l’immaginazione. Che differenza c’è allora tra la fantasia e l’immaginazione? Ecco, io penso che l’immaginazione è una fantasia di cui ci siamo presi cura. Grazie a questa cura i soldi non ci sembrano più necessari, ma belli. Dico proprio le monete sbalzate o le banconote vergate. A me piacciono molto. Alla maggior parte delle persone fanno schifo, li odiano, pensano che tutto il loro male viene da lì, li chiamano sporchi o maledetti e una volta si diceva che venivano dal demonio. E più pensano questo e più li vogliono e non ne possono fare a meno. E certo, hanno evocato il demonio e ora ne sono posseduti. E invece i soldi sono belli. Pensa a una collana di biglietti da cento dollari trapuntati da lire turche! Meravigliosa. Uno cura la fantasia e, allora, i soldi non sono più brutti e, anzi, diventa bello trovare modi ingegnosi per accaparrarli. E bello spenderli. E belli averli sempre attorno. Via le banche. Tutti i soldi colorati da tutte le parti.

Ti pensavo più ascetico. Tu hai fatto l’asceta, no?

No, l’asceta mai. Non so se l’ascesi è una fantasia che possa essere curata. Con l’ascesi che ci puoi fare? Stai tutto il giorno a guardarti i chakra per vedere se ti si aprono. Ma metti che ti si aprono, e poi? Sì, magari il lato pigro e un po’ animalesco dell’ascesi è bello. Assomiglia alle scimmie che si controllano le zecche o ai guerrieri Masai che fanno tutto il giorno la toletta. Ecco l’ascesi potrebbe essere bella se ci vedi un modo per capire il tuo lato scimmiesco e violento, e farci qualcosa di figo. Comunque io non ho mai fatto l’asceta. Ho avuto gravi problemi personali che mi hanno quasi portato alla morte fisica, e, come si usava a quei tempi, sono andato in India. Qui ho studiato varie discipline spirituali. Cercavo un contenitore per la mia anima turbata. Alla fine ho imparato una tecnica yoga e ne sono diventato molto esperto.

L’hai insegnata per anni. Sei stato un importante guru. Non dico bugie, no?

E, anche fosse, a chi gliene importerebbe? Comunque no, parli bene. Sono diventato uno swami, un monaco, e ho insegnato per dieci anni yoga.

Niente di sensazionale, dunque, tipo voli o miracoli?

No, in realtà, voli e miracoli tantissimi. Queste cose sono facili da ottenere, anche perché se non fai altro tutto il tempo… anche l’orologio rotto due volte al giorno segna l’ora giusta. Ma non mi sembra una cosa importante. Cioè lo è, ma come il fatto del disegno o delle letture di cui ti dicevo prima. Fare il fumettista mi ha insegnato il mestiere, le letture mi hanno fatto capire tante cose, fare il santo mi ha salvato la vita. Inoltre da tutte queste cose ho ricavato il racconto della mia vita, e quando sono stato abbastanza vecchio per farlo ho cominciato a metterlo su carta, disegnandolo e colorandolo.

Quindi questa è la tua arte? Vorresti parlarcene?

Sì questa è la mia arte, ma non c’è niente da dire. Oddio, spero che ci sia tanto da dire, ma io non sono quello a cui devi fare questa domanda. Tu che ci vedi? Io cerco di rappresentare al meglio questa strana mescolanza di idee e fantasie e ricordi. Di più non so. Sono cose che trovo in giro e metto insieme. Mi diverto, ci soffro, mi impensierisco, angoscio, ammazzo dalle risate. Se anche agli altri, vedendo le mie immagini, succede la stessa cosa, significa che quella volta ci ho azzeccato.

Pier Paolo Di Mino

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