Talvolta vorrei... - TerraNullius

Secondo appuntamento del programma RedReading, secondo pienone per il Teatro Argot, si scomodano infatti le sedie, di nuovo, per accogliere tutti. Fuori piove, fa freddo, dentro c’è il calore della presenza. Della vicinanza dei corpi.

Corpi in rivolta da piazza Statuto all’ILVA di Taranto, recita il sottotitolo di questo RedReading, tanti sono gli spettatori, dicevamo, ma anche tante le persone sedute attorno al grande tavolo che ingombra il palco, mette insieme facce, storie, presenze diverse fra loro, vicine, maschili e femminili. Presenti.

 

Tamara Bartolini e Michele Baronio, ideatori di questo formato di condivisione dell’intimità, timonieri di un viaggio che parte dalle parole, scritte, dette, registrate, filmate, e spazia nelle vite raccontate, testimoniate, dei corpi e delle voci, danno il loro benvenuto musicale, teatrale, accogliente.

Attorno al tavolo ora è seduto anche il pubblico non solo gli ospiti. È a loro che si rivolge Pier Paolo Di Mino, scrittore e sceneggiatore, redattore della nostra rivista, una delle voci del collettivo TerraNullius Narrazioni Popolari.


Qui sopra, l’audio della trasmissione ci e vi riconsegna le sue parole, quelle di Daniele Vicari, Ornella Bellucci, Alfonso Natella, Miriam Dubini, Federico Raponi, le musiche pensate e create da Baronio con Sebastiano Forte, le voci degli operai FIAT scesi in piazza Statuto nel 1962 e rievocate da Tamara Bartolini, un piccolo squarcio da un altro pezzo di mondo di letteratura operaia con il nostro Lorenzo Iervolino, e infine una lettura di Marco Lupo, scrittore tarantino, anche lui corpo stabile nel cosmo di TerraNullius.


NESTORE QUERELATO testo della lettura di Marco Lupo in RedReading #2 “Talvolta vorrei. Corpi in rivolta da piazza Statuto all’ILVA di Taranto”

Buona sera.

Mi chiamo Marco Lupo.

Sul manifesto che avete letto prima di scegliere se restare a casa o infilarvi le scarpe c'è scritto “Marco Lupo, scrittore tarantino”. Lo dice il sangue. Lo dice la pelle.

Lo dico subito. Sono nato lontano dal porto, a migliaia di chilometri dai quintali di mercurio disciolti nel mare che bagna la città. Sono nato in una città tedesca, Heidelberg il nome della città. Figlio di immigrati pugliesi che hanno scelto la terza via. A Taranto c'erano due vie, per dirla tutta. L'Arsenale della Marina militare o l'ILVA. I miei hanno scelto quell'altra via, il treno. Sono cresciuto come un Amal, un Islam, un Mohammed qualsiasi. Sangue e pelle sempre in primo piano. La mia madre lingua era una sfera di suoni ruvidi. E con strane eccezioni. Penso alla parola “Arbeiten”. Ha un suono dolce. “Arbeiten” è dolce. Come “mangiare”, come “dormire”. La lingua è l'unico impermeabile che ti permette di assecondare il cambiamento. La indossi e lei ti protegge. “Arbeiten” significa “lavorare”.

Mio padre si flette dolcemente ogni giorno, per anni. E si ammala. Dicono “grave insufficienza respiratoria”, dicono “patologia”, dicono centinaia di milligrammi di cortisone in poche settimane.

Te ne devi andare, dicono. Mio padre e mia padre scelgono la via del ritorno. A quattordici anni mi ritrovo nella casa del sangue, della pelle. Taranto è una terra dove il verde degli ulivi macchia le strade che uniscono il mare alla città. Il sole, mentre scendo dalla scaletta dell'aereo, me lo ricordo come un ovale fluorescente, caldo, appiccicoso.

Come un'epifania.

Ciao Daniele. Ho visto “Diaz” e ho pianto. Te lo volevo dire. E ti volevo dire che nel 2001, nell'estate terribile che ha prima asciugato coscienze, poi suturato coscienze, poi riaperto coscienze con cannoni di sale che bruciano il sangue, in quel mese di quell'estate bastarda ero addetto alla pressa in una fabbrica a Bergamo. Terza via, anche per me. Ma per studiare, per raccogliere i soldi per il primo anno di università. Quell'estate ho capito la parola “Arbeiten”. Ho capito la parola “fabbrica”. Ho capito che quella sarebbe stata la mia iniziazione. Gli amici facevano il viaggio studio a Londra. Io mi iniziavo alla lotta.

La lotta inizia con la parola.

Per esempio mi ricordo che mio zio Antonio detto Tonino è andato in prepensionamento per amianto. Lavorava all'ILVA. E noi lo abbiamo festeggiato, come i fessi. Era un pomeriggio caldo, me lo ricordo. Zia aveva preparato una crostata alle pesche. Poi, poco prima di andare via, avevo tirato fuori il libro che gli volevo regalare. Zio Antonio detto Tonino pianse sulla quarta di copertina de Le ceneri di Gramsci.

La lotta inizia con la parola.

Per esempio la breve storia di due uomini che indicono una conferenza stampa per invertire la tendenza in ossequio alle norme ufficiose delle conferenze stampa. Dare un'informazione. Dire ciò che in pochi sanno, che in pochissimi dicono. Dire che la parola fabbrica a Taranto, in Italia, nel 2007, significa 665 chilogrammi di mercurio disciolti nelle acque dei pescatori, dei bambini con le labbra sempre livide, dei pesci che ignorano la parola. Che 1385 chilogrammi di mercurio sono dispersi nell'atmosfera, che è di tutti, dei bambini con il moccio incrostato come degli assassini. Dicono, questi due uomini con le loro salive scintillanti, che il 62,5% di tutto il mercurio proveniente dalla grande industria in Italia è un marchio DOC tarantino.

Giulio Farella, biologo marino e attivista del Comitato contro il rigassificatore, Alessio Marescotti, presidente di Peacelink.

Querelati.

Subito.

Un mese dopo la conferenza stampa accade che il presidente del Gruppo Riva, che giustamente si chiama Emilio Riva, dice ad uno dei suoi avvocati che questa cosa della conferenza stampa non va bene. Immaginate il presidente della più grande acciaieria d'Europa che dice, non va bene. Immaginate il suono più ruvido che vi viene in mente e una parola per accompagnarlo. Querela.

Ora immaginate le dita di Egidio Albanese, l'avvocato di Riva, mentre redige l'atto per la querela: “la portata esagerata e tendenziosa delle notizie divulgate il 31 maggio. Ed invero, i dati diffusi

come effettivi sono solo dati di stima. Non si può addebitare allo stabilimento Ilva di Taranto il ruolo di attore di una presunta catastrofe ambientale, destando inevitabilmente pubblico allarme ed un diffuso turbamento nella comunità cittadina”.

Scrive tre parole, l'avvocato di Riva, che sono degne di nota: catastrofe; pubblico; comunità.

La catastrofe va resa pubblica di fronte alla comunità. Non lo sta dicendo l'avvocato di Riva e non lo sta dicendo neanche Riva. Lo dice il sostituto Procuratore della Repubblica Francesco De Giorgi nel dicembre del 2007. E lo dice, due mesi dopo, il giudice per le indagini preliminari presso il Tribunale di Taranto, Pio Guarna.

Archiviazione, insomma.

Per l'art. 656: pubblicazione o diffusione di notizie false, esagerate o tendenziose, atte a turbare l'ordine pubblico.

Per l'art. 658: procurato allarme presso l'Autorità.

Per l'art. 595: diffamazione.

Sono passati cinque anni. Centinaia di bambini sono nati senza padre, cresciuti senza madre, senza fratello, senza sorella. Sono nati i germi della cognizione. La comunità ha preso atto della verità. La comunità ha capito che la parola lavoro associata alla parola tumore diventa un'altra parola, anzi, diventa una domanda. La comunità si è organizzata. Pescatori, operai, impiegati, badanti, donne e uomini e studenti e lavoratori e gente presa per il culo per anni, per decenni, è scesa nelle strade, ha invaso le piazze, ha proclamato l'unica forma di protesta ancora possibile: la querela dei corpi.

Vorrei che il ministro Clini si infilasse le scarpe come avete fatto voi questa sera, e vorrei che lo facesse in una mattina di un paio di anni fa. Vorrei che Clini avesse la barba e il pensiero di tagliarla. Vorrei vederlo allo specchio, in piedi, nel bagno di una delle palazzine del Rione Tamburi. Vorrei sentirlo “iastemare”: una parola dolce che significa bestemmiare. Vorrei vedere Clini in Piazza Vittoria, mentre passano donne, uomini, bambini e vecchi con candele e silenzio. Vorrei che Clini capisse l'urgenza della parola “umano”, il suo sapore antico, e vorrei che il ministro fosse in grado di pronunciare le lettere della parola “umano” senza censurarne l'odore. Che è odore di sangue, di obitorio. Odore di cimiteri. Odore di fiori, di gente che se ne va perché l'amico del ministro Clini, tale Emilio Riva, ha il potere di prolungare l'agonia. Vorrei che Clini capisse queste parole. Ma Clini è un uomo. E solo alcuni uomini, in determinate circostanze, sanno cosa è giusto fare.

Perciò dimentico Clini, dimentico i vorrei che sono solo parola. E ricordo quelli che qualcosa hanno fatto. Quelli che hanno rischiato. Querelati, si diceva. Ricordo anche quelli che sono morti. E i vivi, ricordo. Ricordo mio cugino Francesco, vivo. Ricordo Davide, morto. Ricordo Angelo, morto. Ricordo Tonino, vivo.

E ricordo Nèstore, figlio di Nelèo e di Clori. La storia è breve e fa più o meno così: Apollo uccise i suoi zii e le sue zie; poi gli concesse di vivere per un numero di anni uguale a quello di cui i suoi zii e le sue zie erano stati privati, cioè per tre generazioni


UN EPILOGO di Pier Paolo Di Mino

Cosa è successo questa sera? È successo che abbiamo dialogato alla ricerca della verità. Abbiamo ascoltato e ragionato sulle rivolte di piazza Statuto, sulle lotte alla Fiat, su quelle che si combattono oggi all’Ilva. Abbiamo sentito la voce di Lorenzo Iervolino ridare corpo alle lotte per il contratto unico nazionale. Quella di Marco Lupo raccontare il veleno della sua città, Taranto. Quella di Tamara Bartolini e di Michele Baronio volare sull’ala dei decenni e liberare il canto perenne della ribellione.

E abbiamo pensato alle generazioni future con Miriam Dubini.
Non tutto è perduto, forse, perché questa sera ci siamo sottratti alla dittatura senza volto che ci domina, dove i soldi producono soldi e non c’è spazio per altro: siamo numeri, e l’economia è separata dalla produzione e dal lavoro, dal diritto al lavoro e alla vita. Dove il diritto è scollegato dalla giustizia. Una dittatura senza giustizia dove siamo solo i supporti meccanici di un flusso senza fine di informazioni che ci impongono la fede in cose che non esistono: guerre sante, guerre fra i poveri, debito pubblico, spread.
Tutte cose che non esistono, come ci ha mostrato Alfonso Natella con il suo sorriso acuminato (“il prezzo di una macchina, che è sui trecento euro, non lo fa più il produttore, ma se lo inventa il banchiere: questo è lo spread”).

Abbiamo ragionato su come siamo entrati in questa dittatura. Come al solito: in nome del bene e di ciò che è meglio. Questo ce lo ha raccontato Daniele Vicari, che ci ha raccontato dei Centri di Accoglienza nostrali suggerendo forse somiglianze con altri lager. Ma stasera abbiamo fatto come fanno gli uomini e le donne libere: abbiamo cercato di usare un altro modo di raccontare, quello meno attento a dire qualcosa di precostituito e ideologico, è più vivo nella ricerca di qualcosa. Di qualcosa di umano, pieno di desideri. Desideri nel fondo dei quali si trova un’ansia di giustizia e libertà, quella che ti spinge a lottare. Si deve lottare, perché non ci si può lamentare che chi ci governa sia peggio di noi se non ci ribelliamo.

Questo lo diceva pure Platone, ché anche lui è vissuto in un’epoca come la nostra, sotto una dittatura, la Tirannia dei Trenta Tiranni, che non si era instaurata per un Colpo di Stato, ma perché la gente era stata convinta che l’uomo è la misura di tutte le cose e che quindi può manipolare tutto, pure la giustizia e la libertà, e chi è più forte e ha più potere, manipolando le persone, può inquinare, fare guerre, tenere tutti schiavi. In un regime del genere, dice Platone, pochi hanno tutto il potere e le ricchezze, e tutti gli altri sono poveri e tenuti schiavi a causa della mancanza di istruzione e cultura. Platone, lottando contro questo, ha fatto molte cose, compreso farsi mettere in prigione due o tre volte, ma soprattutto ha lottato attraverso la cultura. Per lui la cultura, però, non era scrivere un libro (odiava la scrittura) o salire in cattedra, ma aprire un dialogo con gli altri per cercare insieme la verità e il bene. Spesso si riuniva in un banchetto come questo e versava da bere, affinché ognuno, bevendo, dicesse la sua. Come hanno sempre fatto i lavoratori in osteria; o gli operai nei consigli di fabbrica, dove si parla (quello è l’importante), e a dialogare non sono solo le parole, ma anche il corpo delle persone e i loro volti.
Talvolta vorrei vederli ancora quei volti.

 


>> Guarda gli scatti di Miriam Di Domenico

icon Talvolta vorrei - RedReading #2 - comunicato stampa (36.9 kB)

 



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