Caligola un giorno disse che i senatori erano tutti asini, e tempo qualche ora tutta Roma seppe che aveva nominato senatore un asino: Caligola era nato per creare leggende e diventare un mito, e Camus, con il suo occhio lungo di uomo abituato al deserto e alle riflessioni che sconfinano, dietro il suo mito scorse coscienziosamente quello del Dioniso nicciano. Lo scrittore svilupperà questa riflessione mitologica nel corso di un travagliato lavoro di riscrittura che, dal 1937 al 1958, lo porterà a redigere tre diverse versioni della sua opera teatrale. È un lavoro tormentato, gravato dai dubbi etici dell’autore, che coincide con le vicissitudine tragiche della seconda guerra mondiale.

Jorge Luis Borges - FinzioniI miei occhi riconobbero le strade percorse come conosciute solo quando mi accorsi di essere morto, anzi quando presi coscienza di esserlo. Capitai nelle maglie del labirinto ormai adulto, quando, per conquistare quello che sarebbe stato il mio più grande amore terreno, la mia bocca citò in maniera errata le parole del maestro. Sophia, che come è noto tutto conosce, mi ammonì. “Borges non ha mai detto ciò, ti consiglio di rileggerlo meglio”. Da allora fui perso nel dedalo. Pensai a un labirinto di labirinti, a un labirinto sinuoso e crescente che abbracciasse il passato e l’avvenire, e che implicasse in qualche modo anche gli astri

Nell’aprile del 1999 riscaldavo panini sulla piastra e cuocevo hamburger al microonde in un locale nel centro di Roma. La mia ragazza annusava l’aria, quando tornavo a casa alle tre di notte, e mi diceva sempre di farmi una doccia. Era il mio secondo anno a Roma. Lavoravo per studiare e studiavo per lavorare. A giugno il barman si licenziò. L’uomo che gestiva i turni, quello che ti chiamava alle 5 di notte per avvisarti che probabilmente ti avrebbero licenziato il giorno dopo, quello che ti sorrideva quando entravi in quel posto, e che subito dopo ti elencava tutti i difetti del tuo servizio, quello che ti sussurrava paroline dolci a fine turno, quando c’era da lavare il pavimento, quell’uomo era lo stesso che cercava di darti meno del dovuto, anche solo duemila lire bastavano a farlo stare meglio. Quell’uomo era argentino, e a giugno mi promosse a barman.

Se una notte d’inverno un viaggiatore è più romanzi nel romanzo, è una decostruzione del romanzo classico  e la costruzione del romanzo puro. Appellandomi al buon cuore del lettore chiedo venia per la perentorietà del primo periodo, ma esso è generato da un’impressione, o meglio da una sensazione che ho avuto non appena scoperto il gioco che stava alle spalle della narrazione. E devo pure ammettere di non sapere bene spiegare cosa intendo con romanzo puro. Ma forse, se il lettore oltre al buon cuore è provvisto anche di curiosità, posso esporre alcuni dei motivi che hanno generato in me tale percezione.

La letteratura è una malattia. Scrivere è una malattia. Non si parla dello scrittore maledetto, del martirio, dell’ascetismo o altri metodi per arrivare in cielo, ma più semplicemente di un destino o un demonio che puoi o meno seguire, o al contrario decidere di combattere o raggirare (mettendo su per esempio una tua casa editrice); le lettere, prendendo forma e forza con ogni nuovo libercolo, non si accontentano di tracciare una via, ma tracciano le esistenze, le incidono come solo può fare una grande gioia, un dolore, qualcosa a cui non avevi mai pensato o alla quale non sai dare una spiegazione.

IL VENTO E I NODI Somigli a García Román, mi dice quest’estate un amico. A chi, chiedo. Un poeta spagnolo, Juan Andrés García Román, ti somiglia parecchio, e non tanto fisicamente, ma come tipo. L’ariata, direbbero dalle mie parti.

Qualche mese dopo mi capita fra le mani un libretto di poesie che fa parte di una collana chiamata Valigie Rosse (le valigie rosse di una canzone di Piero Ciampi, il livornese che una volta era andato a Parigi e aveva parlato con Céline) e legata al premio nazionale musicale Premio Ciampi. Questa collana nasce da un’idea di Valerio Nardoni e Riccardo Bargellini e si propone di pubblicare voci poetiche nazionali e internazionali. L’associazione culturale che ne cura gli aspetti esecutivi si chiama Il cane di Zorro che, devo dire, è un gran bel nome.
Leggo chi è l’autore delle poesie di questo libretto: Juan Andrés García Román. Ah, quello che dicono abbia la mia stessa ariata, penso fra me e me.

 

‘Quaderno del suggeritore’, si intitola il libretto; anche se il titolo originale sarebbe ‘El fósforo astillado’ che significa il fiammifero scheggiato che significa il momento in cui il fiammifero prende fuoco (‘Cuore selvaggio’ di Lynch, artista citato anche in epigrafe al libro), come quelle foto bellissime in cui un proiettile taglia in due una carta da poker o una bottiglia di vetro: quel preciso istante e nessun’altro. L’istante dell’innesco di una bomba o di qualcosa che spesso è altrettanto esplosivo: un’idea; e quindi la lampadina che compare sulla testa dei personaggi dei fumetti e quindi l’eureka e quindi l’epifania. Un gran bel titolo, devo dire, quello originale.


Juan Andrés García Román per scrivere queste sue poesie è come se avesse acceso un gigantesco frullatore infilandovi Platone ed Eraclito, Santa Lucia, le fragole, Lady Macbeth, le teste di cervo (di nuovo Lynch), Gesù Cristo e la Maddalena, le ovaie, i cavalli di Franz Marc e le giraffe di Lamarck, Tolstoj, il roveto di Mosè (il fiammifero acceso e l’istante che si protrae), Gilgamesh, il pagliaccio di Macdonalds e la melodia di Windows, Robespierre e Marat, Roma e Palermo, Claire Boom, Cicerone, Dante, gli orsi e i camaleonti. Non si fa mancare niente, devo dire, García Román. Ma la frusta centrale del frullatore prima o poi smette di girare e qualcosa deve pur rimanerere nel recipiente e, nel caso di questo libretto, quel che resta nel recipiente è il movimento, l’ascendere e il discendere, lo svolazzare, il roteare e di conseguenza tutto ciò che si muove, ascende e discende, svolazza o che provoca movimento e quindi le bolle, i veli del tempio di Gerusalemme, gabbiani e corvi e colombe e passerotti e rondinelle, le nuvole, le gocce di pioggia e i fiocchi di neve, i pop corn, la corrente del fiume o del mare, i palloncini, la Terra che “farà il definitivo giro”, le mosche, le tende e il vento (il poeta arriva ad immaginare una prigione composta soltanto da una successione di tende - di nuovo Lynch: avete presente il finale di Twin Peaks? la Loggia Nera e le sue tende rosse? - e libertà per i prigionieri è il vento). E quindi è come se a restare nel recipiente fosse il moto stesso del frullatore un istante prima di essere spento. Il riverbero del frullatore acceso e quindi del fiammifero che prende fuoco.
Ma c’è qualcos’altro che rimane nel recipiente ed è l’antitesi a tutto questo muoversi, a tutto questo svolazzare, ed è il nodo: le poesie di García Román sono piene di nodi e di cose che vengono annodate e di zavorre. Come i ganci di cui dicono siano piene le strade di Trieste a causa della bora.

 

A questo punto, perché si intitola ‘Quaderno del suggeritore’ e niente fiammiferi scheggiati? La raccolta di poesie è divisa in tre atti come un’opera teatrale (le poesie non sono nient’altro che il recitato alternato di un tenore e di una soprano), ma tutto il resto è sbilenco: la soprano è indisposta sin dal secondo atto, il regista si addormenta su una poltrona, il tenore va in bagno a rasarsi, i musicisti escono a comprare le sigarette. E poi c’è il suggeritore (i cui appunti sono le frasi o le storielle in calce alle poesie) che è il più sbilenco di tutti ed è come un calciatore: rispetto a ciò che viene proclamato nelle poesie scarta spesso di lato, superando significati, dribblando concetti.

 

Il poeta è come un calciatore che si fa il mazzo per arrivare dalla propria metà campo a quell’avversaria e poi non riesce a segnare, mi disse una volta un amico.

Forse perché non gli importa di segnare, risposi.

Curzio Malaparte “Coppi e Bartali” - Massimiliano Di MinoIl ciclismo è uno sport che non appartiene alle nuove generazioni (a ben vedere non appartiene neanche a tante precedenti), ma ci sono stati anni nei quali la bicicletta, che fa parte, secondo Curzio Malaparte, del patrimonio artistico nazionale, era tutto, e tutto simboleggiava. Anni, nei quali il ciclismo è stato lo sport più popolare, e soprattutto nell’Italia del dopoguerra divenne il simbolo del riscatto di un paese, che con abnegazione e pedalando ce l’avrebbe poi comunque fatta.

L'ultima estate in città«Del resto è sempre così. Uno fa di tutto per starsene in disparte e poi un bel giorno, senza sapere come, si trova dentro una storia che lo porta dritto alla fine.»

La prima di 179 pagine inizia così, con un incipit che è un capolavoro. “L’ultima estate in città” è la voce di Leo Gazzarra, trentenne, che guarda una bellissima baia mentre alle sue spalle una superstrada a tre corsie fora la roccia della montagna.

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