In "Un dramma borghese" Guido Morselli, camuffando una seduta di mescalina da accesso febbrile, si permette alcune considerazioni riguardo l’influenza del cinema (quale spettacolo di massa) sul delirio (quale piacere privato): certi fenomeni di squisita macroscopia, per dire, sarebbero, secondo l’insuperato scrittore, ricalcati sullo zoom. Ma sarebbe piuttosto vero il contrario: è possibile concepire uno zoom solo grazie a generazioni di assuefatti alla mescalina; una dissolvenza incrociata per il duro lavorio di tanti intossicati dall’etere.

L’ombra del destino è, nella sua essenza, il libro che si legge tutto di un fiato. Parlo di essenza perché il fascino di questo romanzo, il suo avvincerci fino all’ultima parola, non risiede solo, e principalmente, nel dispiego di una tecnica retorica ben congegnata. Certo, leggiamo questa storia con l’ansia di vedere come finisce, presi dalle sue vicende come in un’allucinazione, in virtù di una ragionabile serie di strumenti diegetici adoperati con immodesta maestria. L’ombra del destino, possiamo congetturare subito, ci cattura grazie alle strategie messe in atto dal genere letterario in cui si iscrive ottimamente: la spy story.

Io sono un numero, anzi una percentuale.
Quale sia il mio vero nome, la città in cui vivo, chi siano i miei genitori, se ho  una moglie, dei figli e quale il mio lavoro non ha importanza.
Io sono il due percento.
Forse non sarà chiaro, ma è semplice da capire.

Quando il plebiscito è mascherato da libere elezioni, la dittatura deve dimostrare, oltre ad avere una maggioranza schiacciante, anche che il consenso sia basato sulla libera scelta. Il cento per cento delle preferenze risulterebbe dannoso. Il nemico deve essere sì ridicolizzato, ma deve pur sempre esistere: la dittatura per poter sopravvivere ne ha bisogno, per incutere odio e quindi terrore.

Nel "Lamento di Portnoy" di Philip Roth - romanzo del 1969 in cui onanismo e psicanalisi abbattevano le componenti più reazionarie dell'ebraismo - il protagonista Alexander Portnoy confessa al proprio analista che non riusciva a farselo rizzare nello Stato d’Israele; e lo dice con tanto di corsivo e punto esclamativo. Senso di colpa, timore di espiazione, castrazione. Lui, americano di origini ebraiche con una passione per le goym (‘non ebree’, in yiddish), che ammattisce in mezzo al glorioso Popolo Eletto nella ridente Terra Promessa.

Si sa che Platone non ha mai scritto quello che pensava. Era qualcosa di troppo prezioso (quindi risibile per gli altri) che poteva solo affidare, con la propria viva voce, agli amici cari e ai discepoli prediletti. Eppure ha usato la scrittura, e anche congegnandola a perfezione; lo ha fatto intrecciando il mito con il pensiero. In realtà, dal momento che anche il pensiero ha, per lui, una struttura mitologica, si potrebbe dire che Platone ha solo scritto mito, e che è uno dei più grandi poeti epici di tutti i tempi. Platone scriveva consegnando agli uomini, a un suo sogno utopico di popolo, i miti necessari a pensare; a vivere liberamente filosofando. Questo è il senso più puro del mito. E questo è anche Il senso del piombo di Luca Moretti.

AntigoneUn giorno capita che ti ritrovi a piedi scalzi in cucina, sbricioli molliche che avresti dovuto raccogliere e guardi il lavandino mentre sgocciola con il ritmo di un pendolo. Quel giorno modifichi la voce narrante, le dai un ego che riconosci, le molliche espanse come nane giganti.
Voglio un film di fantascienza, quando sto così, voglio ascoltare i bombardamenti interplanetari e fingere che il tizio con le creste di gallina assomigli al mio nemico. Però se ne va la luce. Il vicino dice che stanno facendo i lavori. Così accendo due candele e prendo un libro.

Noi dedichiamo molto spazio alla ri-presentazione di libri che riteniamo in grado di saper parlare nel tempo. Dalla stessa considerazione nasce anche questo reading, dedicato al romanzo di Nanni Balestrini, “Vogliamo tutto”, che parla delle lotte allo stabilimento fiat di Mirafiori e di chi le ha condotte, ossia il c.d. operaio-massa della fine degli Anni Sessanta, che poi non era altro che il bracciante meridionale dell’inizio del decennio, costretto ad emigrare al Nord.

Abbiamo voluto sperimentare sul testo l’uso di linguaggi diversi come l’immagine, soprattutto cinematografica, ma anche pubblicitaria e televisiva, nei video scelti da Simone Bucri, o la riproposizione dal vivo delle atmosfere musicali di quegli anni nelle musiche suonate dai City Lights, per enfatizzare un contesto culturale, sociale, politico ma anche di forte immaginario collettivo che nel libro, a nostro parere, rappresentava una fortissima presenza, seppur rilegata in secondo piano dalla narrazione.

 

Tutto si potrebbe raccontare con uno sguardo. Meglio, tutto il racconto nasce e prende le mosse da uno sguardo. Fugace. Intenso. Difficile da descrivere, pesante da sostenere com’è pesante la storia, non quella ufficiale che sciorina  dati e date, ma quella fatta dagli uomini. Tutto ha inizio da uno sguardo che infuoca la narrazione e crea il mito: un gerarca franchista è in fuga nel bosco inseguito dalle pallottole del plotone d'esecuzione, si lascia cadere tra il fango. La fine si avvicina, arriva un repubblicano con il fucile spianato. I due si guardano, pochi secondi, poco tempo per pensare. Il soldato abbassa il fucile, grida ai compagni che lì non c’e proprio nessuno e si allontana. Rafael Sanchez Mazas, fondatore e ideologo della La Falange Española, è salvo, lo è per mano del suo nemico. Diventato ministro di Franco, scrive la sua storia, ma un buco nero, un mistero non permette di chiudere il libro dei ricordi. Chi era quel soldato? Perché non ha sparato?

"Sono anni che ridi alle nostre spalle. Hai creato un popolo eletto solo per tormentarlo. Io ti maledico, io ti nego, meriti il mio disprezzo."

Rilessi quelle parole non so quante volte. Le trovai tra la posta, un mattino in cui poche nuvole non riuscivano a turbare il sole già pronto per l’estate. La mia cassetta delle lettere è vecchia e in legno, può essere aperta facilmente anche senza chiavi. Questo non mi dava la sicurezza che a recapitarle fosse stato il postino.

La missiva era stata spedita da Teresa.