Una vecchia superstizione della critica letteraria ci ha lasciato a lungo convinti che il giallo fosse il genere positivista per eccellenza. Le deduzioni logiche del signor Dupont, a guardarle bene, hanno qualcosa in realtà di fantastico, e sconfinano sempre nel campo oscuro dei misteri arcani. Del resto è difficile collocare Edgar Allan Poe, malgrado il suo elogio della dama e del pensiero aritmetico, in regioni troppo luminose dell’animo umano. E, allora, se il giallo si presta a un fraintendimento scientista e progressista bisogna sospettare lo possa fare solo in virtù di una zona della psiche non meno fantasiosa e in ombra delle altre: quella che gode nel vedere emergere l’ordine dal caos.


Più di qualcuno potrebbe obiettare che è certamente l’autore a conoscere meglio la sua opera, ma la ferma scelta di presentarsi con definizioni di facile impatto o farsi voce di una  forte tradizione letteraria  potrebbe ingannare e non fare sempre la fortuna del romanzo e dell’autore stesso. È il caso di Riccardo Bacchelli e in particolare del suo Diavolo al Pontelungo.

Il peggior lettore di Bacchelli è stato Bacchelli stesso.

Ciao Saverio,
mi chiamo Roberto Mandracchia e ho lo stesso cognome di un personaggio del tuo romanzo. Cosa vuol dire? Vuol forse dire che - sapendo che tu lavori in una fabbrica e il protagonista del tuo romanzo lavora in una fabbrica - mi crivellerai di proiettili non appena metterò il piede fuori di casa? Non oso pensarci. Bastardo.
Ma non voglio parlare di me perché voglio parlare di te, anzi, di “12:47 Strage in fabbrica”, il tuo nuovo romanzo.

Spesso l'autore viene infilato in una corrente che include altri autori. Succede perché la sintesi è il neutrino della comunicazione. Produce divulgazione, è veloce, arrotonda le differenze e fa comodo agli editori, agli impresari, ai produttori. Dopo decenni, ciò che resta delle correnti sbatte il muso contro la volontà originaria dello scrittore, qualsiasi fosse la sua intenzione, il suo credo, la sua poetica. Questo meccanismo di concrezione ha toccato anche “Ricorda con rabbia”.

Ciò che colpisce, a quasi sessant'anni dalla nascita di questo testo, è invece la sua integrità, la sua ambivalenza nel raccontare con coerenza la storia di un inferno banale della Londra anni '50.

 

 

 

 

 

 

 

 

Nel piccolo paese di Omegna vive un fortunato sfortunato bambino,
che per via del suo esile corpo tutti chiaman Giovannino.
Si può essere fortunati sfortunati bambini?
Giudicate voi stessi, se siete bravini. 

Giovannino ha una famiglia felice che un gran bene gli vuole,
ma suo padre si ammala ai polmoni e in pochi giorni muore.
Giovannino allora studia tanto e alle scuole magistrali sogna di andare,
però la madre lo manda in collegio e gli dice “tu prete devi diventare!”
Dopo qualche anno di sofferta ubbidienza,
Giovannino decide che di sogni non vuole star senza.

Abbandona il collegio e torna a sognare, di poter diventare maestro elementare.

 

Così, in forma di filastrocca biografica, ho deciso d'iniziare a parlare di Gianni Rodari. C'è una morale in questa piccola storia che ricalca la sua infanzia? C'è una morale nelle storie di Rodari? Nelle diverse occasioni in cui è stato sollecitato sull'argomento, lo scrittore novarese ha risposto:

“(nei miei racconti) non c'è morale. O se c'è, arriva dopo”.

 La morale non era mai il motore della sua creazione. La morale non lo interessava. Lo interessava invece la capacità di una figura – suggerita sotto forma di gioco – di far nascere nell'immaginazione del bambino una storia che lo riguardasse direttamente. Nell'apparente paradosso di essere un fortunato sfortunato bambino tutti possono esserlo può infatti nascondersi lo stimolo a prendere possesso dei propri sogni per il futuro.

La morte del padre avviene quando Rodari ha solo nove anni. In diverse fonti si trova l'aneddoto del gattino salvato dal padre durante un temporale. Fatto che avrebbe aggravato ulteriormente la sua polmonite, al punto da portarlo alla morte. Dal mio punto di vista è più importante ragionare su come questo evento luttuoso abbia lavorato progressivamente nella mente del Rodari bambino, poi uomo e scrittore per l'infanzia, portandolo a considerare i bambini con serietà, da pari a pari, anche rispetto a temi complicati come ad esempio la morte. In sostanza, credo che la graduale metabolizzazione di questo episodio abbia sì accresciuto la sua sensibilità quanto fatto nascere in Rodari il desiderio di essere vicino, di essere utile, ad un bambino di nove anni nel momento in cui si trova a confrontarsi con la faccia cruda della vita.

La madre, rimasta vedova, decide di tornare alla sua terra di origine in provincia di Varese, portando con sé il piccolo Gianni e il minore dei suoi fratelli, Cesare. Rodari vivrà a Gavirate per diciassette anni, periodo in cui si sviluppa in lui un particolare duplice senso di appartenenza che lo porterà, in occasioni diverse, a definirsi a volte piemontese, altre lombardo. (Il suo alter ego più famoso, il ragionier Bianchi, raccontatore delle Favole al telefono – dedicate per altro alla figlia Paola, – è proprio di Varese).

Dualità che certa critica ritrova anche nella convivenza tra l'attività di scrittore per l'infanzia con quella di giornalista schierato. Ma si può affermare che Rodari non ha mai segnato il confine del suo impegno, né della sua produzione. Anzi. Egli stesso, ricordando gli inizi in cui si trovò casualemte (casualmente nei fatti ma non nell'attitudine personale e nel percorso fin lì intrapreso) a dover comporre racconti per riempire la pagina umoristica di un noto quotidiano, afferma:

“Non scrivevo per bambini qualunque ma per bambini che avevano per le mani un quotidiano politico (L'Unità). Era quasi obbligatorio trattarli diversamente da come prescrivevano le regole della letteratura per l'infanzia, parlare con loro delle cose d'ogni giorno, del disoccupato, dei morti di Modena, del mondo vero, non di un mondo, anzi, di un mini-mondo di convenzione”.

Una regola che Rodari si dà agli esordi e che non abbandonerà mai: parlare del mondo vero. E mi viene subito in mente il vagone in cui il rettissimo professor Grammaticus, inflessibile patito della lingua italiana protagonista di molti suoi racconti, si trova in compagnia di emigranti meridionali di ritorno dalla Germania, i quali, loro malgrado, fanno un errato uso dei verbi ausiliari. In principio il porfessor Grammaticus reputa questo un errore inammissibile; ma dopo aver sentito le condizioni di vita di quei suoi connazionali dovuti emigrare, s'accorge che ci sono errori ben più gravi nella vita e che, di certo, non riguardano la grammatica.

Non a caso – immagino – il racconto s'intitola Essere e Avere.

Si tratta dunque di una dualità molto teorica. Pare invece che il suo giocare con le parole sia ugualmente serio quando serva ad argomenti di politica quanto alle deduzioni del professor Grammaticus. Inoltre è intuitivo ravvisare come le sue composizioni abbiano molteplici livelli di comunicazione e di come siano destinate anche (in alcuni casi, soprattutto) agli adulti. E, fra questi, agli adulti delle classi subalterne. Leggendo favole ai figli si può infatti migliorare il proprio vocabolario, condizionato da dialettismi e dal basso grado di istruzione. Ma grandi e piccoli, questo è certo, devono imparare divertendosi:

“Vale la pena che un bambino impari piangendo quel che può imparare ridendo?”

La frase è estratta dalla prefazione de Il libro degli errori, a cui lo stesso Rodari dà il titolo emblematico di A noi padri, riferendosi al fatto che “non solo i bambini sbagliano” e – aggiunge in tono complice – “tra noi padri possiamo dircelo.”

Ecco perché gli scritti di uno degli autori italiani più letti e/o tradotti all'estero (assieme a Gramsci, Dante e Collodi), sono innanzitutto divertenti. Perché il divertimento insegna più del rimprovero. Il sorriso più della punizione. E perché sono dei giochi. Anzi, meglio, come lui stesso li definiva: sono dei giocattoli. Giocattoli fatti di una materia prima fantastica, quasi pre-grammaticale, che Rodari manovra spesso alla maniera dei surrealisti utilizzando meccanismi come quello del nonsense o del duello di parole per sprigionare nel bambino tutte le potenzialità creative, e condividendo con lui la conoscenza attraverso il divertimento. Per estrema sintesi si può sostenere che la pedagogia di Rodari non miri alla fantasia, ma inizi dalla fantasia.

“Ho saputo che a Tokio in un vecchio monastero

hanno messo un monumento, ma strano per davvero.

È dedicato, dicono a tre bravi signori

che del fin-riki-sha furono gli inventori.

Questo fin-riki-sha sarebbe poi il riksciò.

Ne sapete come prima? Ve lo descriverò:

È una specie di carrozzino che porta a spasso la gente,

per andare svelto, è comodo, solamente...

c'è tra le stanghe, al posto del cavalo o del somarello,

un uomo, un uomo vero, e questo non è bello.

Era il caso di fare un monumento agli scaltri

che hanno inventato la fatica degli altri?

In conclusione io trovo, dopo averci ben pensato,

che certi monumenti sono marmo sprecato”. (1)

E che l'elemento fantastico sia centrale nella sua idea di letteratura non è certo una scoperta. Ma è utile ritenerlo centrale sia nell'opera di Rodari che nella sua concezione delle relazioni umane e di come queste possano influenzare il mondo. È da più parti riportato il suo discorso tenuto in occasione della consegna del premio Andersen nel 1970 (il maggiore riconosciimento nell'ambito della letteratura per l'infanzia), in cui Rodari racconta l'episodio di Newton e della mela. Dice in sostanza che Newton ha potuto cambiare il mondo non per la sua serietà di scienziato ma per la sua fantasia, vera e propria attitudine a immaginare quello che non è stato ancora detto e che, quindi, ancora non esiste.

Concetto ribadito in chiusura del racconto Guidoberto e gli Etruschi. Dopo aver espresso la sfrenata ed eterna passione del professor Guidoberto Domiziani per il mistero degli Etruschi, che va di pari passo con l'incapacità degli etruscologi di capire quale fosse la provenienza di questo popolo e, soprattutto, l'origine della sua lingua, Rodari scrive:

“Quello che non si sa ancora è sempre più importante di quello che si sa”.

 

Iniziando questo contributo con la filastrocca ho esordito con Nel piccolo paese di Omegna... devo ammettere che non si tratta di un inizio casuale. È infatti – non più implicitamente – un omaggio ad un'altra carta del gioco di Gianni Rodari. Quella che – azzardo, lo so – potrebbe essere definita Bambini di tutta Italia unitevi (ma passatemi la parafrasi della parafrasi per il sottotitolo della sua rubrica Piccolo Mondo Nuovo, che recitava appunto Bambini di tutti i paesi unitevi!). Mi spiego: nelle prime cinquanta pagine del suo Il libro degli errori si trovano citate, riga dopo riga, diciannove località italiane diverse (Cesena, Gallarate, Avellino, Montepulciano, Bari, Mondovì, Venezia, Busto, Firenze, Cosenza, Monza, Forlì, Torino, Como, Battipaglia, Milano, Chiusi, Chianciano, Bologna) e arcinote sono storie come La famosa pioggia di Piombino, La giostra di Cesenatico e Sulla spiaggia di OstiaSembra dire: c'è posto per tutti. 

E infatti sono tutti invitati a giocare coi giocattoli del linguaggio. Giocattoli che cambiano il mondo. Come nel celeberrimo Brif, Braf, Bruf! o ne Il topo dei fumetti nei quali è evidente la convenzione della funzione del linguaggio e la predominanza dei sentimenti per comunicare tra le persone. Ma questi giocattoli cambiano anche le diversità sociali e di potere, come nel caso di uno dei tanti episodi che vedono protagonista Giovannino Perdigiorno, in cui il bambino decide di voler toccare il naso del re, ad ogni costo. Sfruttando una parata regale in strada, Giovannino finge di voler rendere omaggio al re e riesce ad avvicinarlo a tal punto da potergli toccare il naso. Tutti gli altri sudditi avendo visto quel gesto si accorgono che possono anche loro prendere il re per il naso e non si lasciano scappare l'occasione.

Rodari si diploma alla fine degli anni Trenta, e inizia ad insegnare. Dopo essere stato riformato dall'esercito italiano, viene arruolato da quello repubblichino a seguito degli eventi dell' 8 settembre. Fino a quel momento la sua attività politica ha contato esclusivamente alcuni mesi di militanza per l'organizzazione giovanile Azione Cattolica, gruppo con il quale per altro rompe drasticamente. Nel 1941, a poco più di vent'anni, aderisce al partito fascista assumendo incarichi di contabilità e di insegnamento. Rodari ha sempre affermato che lui decise di aderire al PNF per tirare avanti la carretta, viste le misere condizioni familiari e la necessità di mantenere la madre, rimasta sola:

“Un operaio avrebbe reagito in altro modo, io ero un intellettuale piccolo borghese di provincia e avevo i difetti di questa categoria”. 

Poi, durante quei primi mesi di servizio per la Repubblica di Salò avvengono dei fatti che cambiano la sua posizione. Per sempre. Gli giunge notizia della morte in conflitto dei suoi due più cari amici Nino Bianchi e Amedeo Marvelli , e suo fratello Cesare viene internato dal fascio in un campo di concentramento in Germania. Gianni Rodari, stavolta ben più attivamente e senza nessuna convenienza, prende una posizione: abbandona la divisa (nel suo caso quella inoffensiva di assistente ospedaliero nel Reparto Sanità presso la struttura di Baggio, in provincia di Milano) ed entra in contatto con la Resistenza lombarda. La sua dualità, non certo fra rosso e nero, ma tra il rischio di prendere una parte e la convenienza di rimanere nella posizione più comoda, è superata in maniera coraggiosa e drammatica. La sua militanza comunista e antifascista, da qui in poi, durerà tutta la vita.

Nel dopoguerra inizia a lavorare come giornalista. Ho già detto della casualità delle sue prime pubblicazioni per bambini (e dico bambini invece di ragazzi rispettando quanto lo stesso Rodari – quasi programmaticamente – pensava dovesse essere il destino del lettore-adolescente, cioè di dover essere “mandato allo sbaraglio” verso i grandi classici della letteratura). Va riconosciuto, e lo fa ben più autorevolmente di me Marcello Argilli, amico e collega nonché critico di Gianni Rodari, che non ci furono maestri né filoni in cui incanalrsi per il Rodari scrittore per l'infanzia, anche contrastando le innocenti bugie con le quali, per "civetteria" (sempre Argilli), Rodari retrodatava la sua attività di inventore di storie fantastiche e surreali alla fine degli anni Trenta; bugie che studi successivi confermeranno più che innocenti, visto che Rodari già all'inizio del 1940 conosceva i surrealisti francesi grazie alla rivista diretta da Curzio Malaparte. Va riconosciuto, dicevo, che l'innovazione e l'impatto rivoluzonario del Rodari degli anni Cinquanta fu proprio nella capacità di inventare da sé un genere letterario rivolto ai bambini, ai loro desideri e alla loro fantasia, in un ambito lontano e contrapposto alla strumentalizzazione moralistica della Chiesa cattolica (negli anni Cinquanta copie de Il Pionieire diretto da Rodari e Dina Rinaldi venivano bruciate dai parroci o strappate dalla mani dei bambini in oratorio) e del Sistema scuola. Trasporta i soggetti di un mondo reale sommerso, dal mondo degli adulti a quello dei bambini. Lo dice tante volte, ma può bastare la citazione da pagina 14 de La Grammatica della Fantasia, in cui Rodari ammette che

"i mondi degli esclusi chiedono con prepotenza di essere nominati: orfanotrofi, riformatori, ricoveri per i vecchi, manicomi, aule scolastiche (...)"

Avviata l'attività di giornalista, non riprenderà mai quella di maestro (a contrario di quanto lo stereotipo del Rodari-maestro ci spinga a credere, insegnerà solo per un brevissimo arco di tempo, dal 1938 al 1942, ossia tra i diciassette/diciotto e i ventidue anni). Nelle letture che avvenivano presso le scuole elementari (solo negli anni Sessanta, però, anche qui a differenza di quanto lo stesso Rodari tendeva ad ammettere in pubblico) Rodari capiva, osservando le reazioni dei bambini, se alcuni termini potessero essere fuorvianti, non comprensibili. E quali meccanismi lessicali potessero essere in sintonia con il loro sentire. Innesca quindi un circuito di partecipazione e coinvolgimento nelle sue opere. L'esempio maggiore di questo processo è rappresentato dalla creazione de La torta in cielo (1966), scritto con la collaborazione di alunni di una scuola del Trullo, a Roma.

Il grande successo arriva nei primi anni Sessanta. Rodari scrive molto, anche se le pubblicazioni di questi anni spesso rispondono ad esigenze editoriali che lo spingono a ripubblicare scritti del passato, e si concede agli incarichi di partito, dirigendo testate per ragazzi di cui spesso non vorrebbe occuparsi, come lui stesso ammette nel caso de Il giornale dei genitori. Raccolte dei suoi racconti, delle favole e delle filastrocche sono sempre più numerose, in Italia come all'estero. Vengono adottate in grammatiche e sussidiari. In URSS sono libri di testo della scuola primaria dell'Unione. Proprio di ritorno da un viaggio all'est avvenuto nel 1979, Rodari inizia a manifestare preoccupanti problemi circolatori, che lo portano alla morte il 14 aprile del 1980.

Da una prospettiva che qui in TerraNullius ci è cara, mi piace citare che in Tante storie per giocare – frutto editoriale di una trasmissione radiofonica – Rodari propone tre diversi finali per le storie da lui iniziate. Alla radio spesso i racconti venivano terminati dai bambini che intervenivano telefonicamente, dando corpo così a una forma narrativa interattiva. Rodari invitava a “oltraggiare la pagina stampata”, la sua, spingendo i bambini ad entrarci con la propria immaginazione: riscrivendo le sue storie, cambiandole, diffondendole sotto altre forme, proponendo quindi un copyleft primordiale.

E questo ultimo passaggio lo si può capire ancora di più se si riflette sulle definizioni che lo stesso scrittore novarese dava di sé: “fabbricante di giocattoli”, “stimolatore”, l'iniziatore di un gioco, di un meccanismo, di un dialogo che a scuola come in famiglia, avrebbe dovuto generare altri dialoghi. La letteratura per avvicinare le persone e non per celebrare se stessa. Punto di vista che ritengo condivisibile. Come mi sento di condividere la sua visione della Storia Universale, un modo di far capire ai più piccoli il concetto del tempo e l'uguaglianza fra gli uomini:

“In principio la Terra era tutta sbagliata, renderla più abitabile fu una bella faticata. Per passare i fiumi non c'erano ponti. Non c'erano sentieri per salire sui monti. Ti volevi sedere? Neanche l'ombra di un panchetto. Cascavi dal sonno? Non esisteva il letto. Per non pungersi i piedi, né scarpe né stivali. Se ci vedevi poco non trovavi gli occhiali. Per fare una partita non c'erano palloni: mancava la pentola e il fuoco per cuocere maccheroni, anzi a guardare bene mancava anche la pasta. Non c'era nulla di niente. Zero via zero, e basta. C'erano solo gli uomini, con due braccia per lavorare, e agli errori più grossi si poté rimediare. Da correggere, però, ne restano ancora tanti: rimboccatevi le maniche, c'è lavoro per tutti quanti.” (2)

 

 

(1) Il monumento, in Il libro degli errori (Einaudi, 1964)

(2) Storia Universale, in Favole al telefono (Einaudi, 1962)

Le citazioni di Marcello Argilli sono tratte da Gianni Rodari, una biografia (Einaudi, 1990)

 

Lorenzo Iervolino

Il poeta messicano Octavio Paz disse che Rulfo è "l'unico romanziere messicano che ha fornito un'immagine - piuttosto che una pura descrizione - dei nostri dintorni fisici”. La moderazione per Octavio Paz è come il dito puntato per i nani: magnetismo e nausea. Ma le parole del premio Nobel, su questo libro purtroppo ignorato dall'arcipelago dei lettori, sono dattiloscritte negli archivi della letteratura e lasciano filtrare uno spiffero che può scivolare nelle stanze degli ammalati, nelle biblioteche svuotate, nelle carceri dove le storie ammuffiscono sulla pelle.

Se qualcuno avesse tolto l’eroina a Burroughs, forse non l’avremmo mai letto. Questa supposizione è debole e lascia il tempo che trova. Vale lo stesso per quelli che paragonano Pentothal a Pompeo. Per quelli che dicono, Andrea è morto perché in un’ora bruciava l’energia che una persona qualsiasi brucia in un anno. Lascia il tempo che trova. Andrea Pazienza non è il ’77, ma è Frigidaire, Cannibale, Il Male, Tango. Paz è quello che diceva, non voglio fare quadri per poi finire nel salotto di un farmacista. Come Arthur Cravan, il poeta boxeur. La stessa fedeltà dada alla vita, lo stesso corpo allungato. Se è vero che i borghesi hanno una gran paura di Dio e dell’uccello, è anche vero che Pazienza è diventato una reliquia da servizio sottiletta nell’edizione post-prandiale del Tg2. Vincenzo Mollica gli ha rubato l’eroina per farne un eroe da supermercato. L’ho detto.