Il nastro bianco 1150x300

«Siamo forse pazzi, poiché non siamo impazziti?» si chiede Broch. Sono forse pazzi coloro che si difesero dicendo che eseguivano degli ordini? C’è una logica spietata nella banalità del male. Un incanto dialettico, e pur tuttavia incanto. E allora come si può accettare l’ideologia della morte senza essere pazzi?

 

2003 - 2013

Dieci anni dalla morte di Roberto Bolaño. Dieci anni di TerraNullius. Per la nostra Biblioteca Essenziale, Luciano Funetta su I detective selvaggi, sull'amore, sulle generazioni, sulla poesia e sulla sconfitta, sul ridicolo dell'immortalità e lo splendore della fine, sull'eredità dello scrittore cileno, un'eredità dolorosa, una mancanza infinita, un'Odissea senza re.

Non sono molte le fotografie che raccontano il terremoto calabro-siculo del 1908. Ma esistono medaglie commemorative, litografie, illustrazioni, e parlano una lingua terrestre che dice cose terribili in un tempo assurdamente breve: trentasette secondi per uccidere centoventimila persone, meno di un minuto per generare un'onda che arriva quando il silenzio raggiunge un apice sconosciuto; accade che il mare prima sospira e poi aspira, e spazza via le città e livella il suolo come se fosse un frigorifero lanciato su un'aiuola di margherite. Le fotografie aiutano a capire la sottrazione improvvisa, e dimostrano che ogni volta è la stessa tragedia a far tremare la terra e a lanciarle contro acqua che pesa come piombo.

Come forma di questo molteplice lavoro ho dinnanzi agli occhi
una di quelle cavità che talvolta si scorgono sui passi alpini,
in letti di ruscelli disseccati. Là troviamo frammenti grezzi, ciottoli levigati,
schegge scintillanti e sabbia […] forse un cristallo di rocca, o un
guscio rotto di chiocciola di cui ci sorprende la struttura interna
a scala, o una punta di stalattite dal pallore lunare giunta qui
dalle grotte sconosciute in cui il pipistrello traccia i suoi cerchi silenziosi.

Ernst Jünger

“We few. We happy few. We bunch of brothers.”
Shakespeare

“Our dead bodies must tell the tale.”
Robert F. Scott

In un saggio etnografico sull'oggetto, Anne Vitart-Fardoulis racconta la storia del nipote di uno degli indiani arrivati a Parigi al seguito di Buffalo Bill. Il nipote dell'indiano sapeva che suo nonno aveva dovuto vendere la sua tunica, quando il circo fallì, per tornare nella sua riserva dall'altra parte dell'oceano. La ricercatrice gli mostrò le tuniche che facevano parte di una ricca collezione e il ragazzo si emozionò quando riconobbe l'abito indossato dal padre di suo padre. Non importa a nessuno sapere se quella fosse veramente la tunica dell'indiano arruolato da Buffalo Bill. Ciò che importa è che esista una storia di quella tunica, che qualcuno ne abbia descritto il colore, l'odore della stoffa, e che la descrizione del suo ritrovamento possa suggerire la lunga marcia che l'ha portata in un luogo estraneo, alieno.

Che La nube purpurea, pubblicata nel 1901, sia un capolavoro, continuamente più riuscito e trascendente di un qualsiasi romanzo di Ėmile Zola – per nominare a caso un grande famoso sull’orlo del secolo – sembra non solo accertabile in sede di lettura, ma anche dimostrabile in sede critica. Se si paragonano gli argomenti profferti, nel romanzo di Zola troveremo probabilmente una famiglia torbida, un padre ubriaco, una figlia prostituta, la differita constatazione che i poveri sono poveri, che gli avari sono avari e che i parigini abitano a Parigi: se a un tratto apparissero tra i personaggi un egizio, o semplicemente un pesce volante, ho l’impressione che il romanzo barcollerebbe, a dimostrare la fragilità della sua struttura”.

La malora Beppe Fenoglio

Nel 1852 uscì un libro del russo Ivan Sergeevič Turgenev, Memorie di un cacciatore, che rese l'autore amico di Flaubert e di Tolstoj un nome importante nel panorama della letteratura mondiale. Tra le cose che si dicono di quella pubblicazione ce n'è una in particolare che colpisce: lo zar Alessandro, tre giorni dopo averla letta, decretò l'emancipazione dei servi della gleba. Quella voce potrebbe aver esercitato il suo diritto di immaginare che un libro potesse cambiare qualcosa nel mondo della miseria nera. Di fatto la decretazione non servì a nulla, ma la voce fece il giro del mondo. Centodue anni dopo Carlo Lizzani incassava il Prix International alla settima edizione del Festival di Cannes con il film Cronache di poveri amanti sceneggiato dal romanzo di Vasco Pratolini: il presidente della giuria, Jean Cocteau, raccontò che una delegazione italiana gli chiese di non far vincere il film perché avrebbe favorito l'avanzata dei comunisti in Italia. In quegli anni, tra il 1951 e il 1954, fu istituita la “Commissione parlamentare d'inchiesta sulla miseria in Italia e sui mezzi per combatterla” e allo scadere dei lavori, sulla langa bassa tra Benevello e Trezzo o forse sul tratto di langa tra Sant'Antonio e Cigliè, Beppe Fenoglio chiuse il romanzo breve o racconto lungo La malora.

In un tempo eroico e grandioso, il poeta che osò abbandonare lo scudo venne scacciato. Fu costretto a costruirsi una baracca di lamiera al limitare del bosco, a lato di un sentiero secondario che veniva usato dai carrettieri per trasportare gli orci pieni d’acqua dal fiume alla città di Paro. Nella capanna, alla luce dell’olio combustibile, il poeta beveva birra Urquell sintetica e componeva giambi che mandava a memoria. I suoi versi si scagliavano contro ogni cosa, deridevano l’industria, ghignavano sul sacerdozio, si burlavano degli eroi e della kalokagathìa, della bellezza virtuosa dell’ideale del suo tempo. «Non vedo più gli amici» scriveva nel suo diario «Tra di loro ci sono poeti migliori di me. Per vivere sono costretti a lavorare e questo è assurdo, perché il lavoro toglie loro il tempo per comporre versi. Uno fa il cameriere, un altro il postino, uno il guardiano in un museo, uno vende abbonamenti telefonici, un altro lavora in un albergo per turisti. Il loro destino è per me causa di sconfinato dolore. Ormai il mondo appartiene alla molteplicità e lo spazio per noi sembra non esserci. Ho abbandonato Paro perché mi sono trasformato in qualcosa che gli uomini non accettano. Sono un invalido. Un giorno il signor Egon Bondy da Praga scriverà di questo meglio di me».

Nel 1901 H.P. Lovecraft viveva a Providence, veniva istruito da tutori privati, aveva un padre internato in manicomio, trascorreva gran parte delle sue giornate rinchiuso nel piccolo laboratorio chimico che aveva allestito nel seminterrato di casa e impiegava il resto del tempo a scrivere racconti acerbi e versi illeggibili. Di notte sognava di visitare luoghi raggiungibili solo a bordo di navi d’avorio, di navi fantasma, di navi maledette dalla sventura o di navi d’acciaio lanciate nello spazio dall’esplosione di quarantamila cariche di liddite. Quando non dormiva, in preda a slanci infantili che lo ripugnavano, il giovane Howard Phillips immaginava di essere un diretto discendente di Sir Arthur Gordon Pym.