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Che si possa nascere morti è cosa affatto strana, di cui diffidare. Oppure per la quale trovare altre perifrasi, impregnare la lingua di parole nuove, non nato, giàmorto o quasinato, ma non «nato morto». O forse, inconsciamente, per secoli di filosofia introiettata nel solco della memoria collettiva, «nato morto» è espressione di monito, come a ricordarci che la questione è meno lineare di quanto ci appare, come a dire che se il tempo è «un’immagine mobile dell’eternità», e nella sua mobilità ci è impossibile distinguere il prima dal dopo, magari il tempo da adottare non è quello cronologico, ma quello biologico. E allora scopriamo che nasciamo su una scala di facimento e sfacimento, che la morte non è altro che dissoluzione funzionale delle cellule, e che tra i due estremi non c’è poi tutta questa distanza. D’altronde, anche il nato vivo vive in una contraddizione, come pigliato in controtempo dall’ovvietà.

Volete ora voi veramente camminare a fianco di Dio? Farvi complici? Obbedire ai suoi capricci? Sentire lui con il vostro cuore umano? Dio è pur sempre un dio.

 

Volete farvi pazzi per divertire la sua vista? Volete esser traditi e tradire i vostri figli, la vostra gente?

 

A Dio non bastava più far lavorare con fatica e partorire con dolore questa creatura, che (diceva lui) aveva fatto a sua immagine e somiglianza, no, lui il signore,“disponeva di innumerevoli mezzi per perdere l’umanità”.

Questo all’incirca doveva pensare, o meglio ricordare il Noè che ci presenta Mario Brelich nel suo Il navigatore del diluvio .

 

Esistono città di cui non conosciamo altro che i nomi e le leggende. Nel corso di alcune notti di particolare dolcezza, quelle città ci appaiono in sogno, si srotolano davanti ai nostri occhi in tutta la loro estensione, le vediamo cavalcare l’orizzonte notturno e l’aria si riempie di musica, parole e intere frasi in lingue straniere si fanno udibili, sussurri ci assalgono dagli angoli in penombra, ombre spettrali sorridono nel buio dei loro nascondigli.

Chiunque qui dentro cerchi un assassino è pregato di andarsene.
Due poliziotti della omicidi sulle tracce di un maniaco, un assassino di donne, una furia che si nasconde nei boschi, un’indagine che si trasforma in un’ossessione privata. Ci troviamo in Louisiana, non molti anni fa. Ci troviamo davanti agli schermi dei nostri televisori, dei nostri computer, e seguiamo lo svolgersi di quell’indagine. Allo stesso tempo proviamo una strana, torbida affezione per quegli sbirri che portano, ovunque vadano, l'incontrovertibile aura del fallimento.