Strano, estraneo, straniero - Irene Barbero Beerwald

Non scrivo nella mia lingua madre. Tuttavia scrivo nella mia lingua, giacché ogni cosa e ogni pensiero, ogni sogno e ogni numero si affacciano alla mia mente così. Anche il groviglio indistinto del lamento, anche la risata. È una lunga storia, è la risposta alla domanda che s’insinua, come una piccola trappola, in ogni nuovo incontro e ne spegne la magia: «Lei, di dov’è?».

Ecco la scatola buia, confezionata con cura, o improvvisata con due cartoni di preconcetti da ricupero, ma sempre dotata di un solido coperchio e sopra il coperchio un’etichetta!
Tu vedi il coperchio chiudersi sopra la tua testa, e lì rimani. E ogni tentativo di fuga ti porta a un nuovo fallimento. E tu resti entro quelle sei pareti come dentro a un mondo che per te si è fatto angusto.
Eppure talvolta ti riesce di sollevare il coperchio, quando sul viso di chi ti sta di fronte si apre il varco di un'incertezza e il dubbio di aver forse sbrigato le formalità di smistamento con troppa sollecitudine. Quando la curiosità vince ogni impeto classificatorio, allora vedo un bagliore di luce e sorrido e posso raccontare.
Mio bisnonno, Joseph, lasciò Koenigsberg per San Pietroburgo, dove si convertì all'ortodossia, fece fortuna, ma dove non morì. Mia bisnonna, nobildonna russa, pianista, fuggì dalla violenza verso ovest. I suoi figli parlarono lingue diverse da quella materna. Mio padre abbandonò le rive anseatiche del Mar Baltico, si lasciò alle spalle Riga, divenne tedesco, migrò in Germania, studiò chimica, e sopravisse. Si guadagnò la vita in Brasile e Spagna, dove io sono cresciuta. Tornò in Germania per dare una patria alle sue figlie e fallì. Nessuno morì dove era nato.
Sono partita a vent'anni con la mia “500” bianca, sul sedile posteriore una valigia, un cartone con i libri, i più cari, qualche disco a trentatré giri, la cartella delle mie poesie, una borsa di studi in tasca e, accanto, un ragazzo bruno che conoscevo dalle tante lettere.

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A Torino era fine luglio, la calura grigia avvolgeva strade e piazze in chiusura per ferie e ogni cosa mi sembrava bella.
Lasciammo la città per un paesino del Monferrato dove i più vecchi non avevano mai visto il mare, di cui però sentivano talvolta l'aria muovere i filari. Io ero astemia. Mi parlavano in dialetto, non per spregio, ma perché si sentivano strani a parlare in italiano e così imparai. Mi chiedevano se il loro paese mi sembrasse più bello di Francoforte e io rispondevo di sì.
A sei anni, scendendo dalla Conte Biancamano sulla banchina del porto di Rio, vidi i colori delle cose. Non parlavo una parola di portoghese. La mia nuova casa era di tredici piani; misi in un fagotto le due bambole e scesi in ascensore, da sola. Disposi i miei giochi sui gradini dell'ingresso: arrivarono altri bambini, e trovai, non so come, il sorriso che sicuramente aveva illuminato il viso dei miei nonni migranti, e dissi il mio nome. Quei gradini furono la mia spiaggia d'approdo e la mia terra di pacifica conquista, e la lingua di quei bambini carioca divenne la mia lingua, tanto che con mia sorella non parlammo più tedesco.
Torino era molto diversa allora, angusta e nebbiosa in quel mio primo autunno. Agli occhi di tutti ero fortunata! Sorridevo molto, studiavo senza risparmio. La rinuncia alla mia lingua, quella lingua magnifica, aprì una ferita segreta, un piccolo rivolo sanguinoso di cui provavo vergogna. Corsi incontro a tutto come andare in battaglia, ignorando pericoli e tranelli. Torino era difficile nel '70: vi erano codici complessi, linguaggi ermetici, fatti di nulla o quasi, ineffabili, e io correvo sempre, forte della storia di padri e nonni, dei sette anni di Francoforte, del ricordo di altre conquiste, forte di amore e di desiderio di dire “casa”. Gli altri erano a casa.
Come era stato più semplice a Flix, nella riarsa valle dell’Ebro, che mi aveva accolta, bambina di dieci anni, come una culla dorata. Gli aspri canyon di quel remoto paese catalano che fiancheggiano la valle accesero la mia fantasia di bambina a cui nessuno badava troppo. Tanto la mia vita si era assimilata a quei luoghi che sentii una forte nostalgia per il fresco bagliore delle chiese, unico baluardo che mi era vietato. Quel “prendere messa” dei miei compagni di giochi a me sembrava bellissimo, la cenere sui capelli, le rinunce del venerdì, segni di distinzione, mentre mio padre, lasciatosi alle spalle i lacci dell'ortodossia, temeva per la libertà della mia mente. Tuttavia, in segreto, in un luogo inaccessibile del cuore, avevo dismesso il rigore luterano di mia madre ed ero diventata cattolica e quindi spagnola e sapevo che solo così, indistinta dai miei compagni, potevo essere felice.
Nacque Stella e con inflessibile tenacia mi prese per mano e mi condusse, guida sicura, nei luoghi dell'infanzia di cui non potevo avere ricordo, ed era un'infanzia italiana. La ripagai donandole una lingua madre, unica e inviolabile, rifugio di ogni pensiero e sentimento. Imparai filastrocche, fiabe e scioglilingua coll'impeto un po' ridicolo di chi s'impadronisce di imprescindibili competenze. Quando pochi anni dopo arrivò Annina, la questione della lingua si era ormai definita. Torino era la loro città, l'Italia la loro patria, e su questo sentiero, che a me pareva solido e privo di dirupi franosi, s’incamminarono.
In quegli anni ci fu un'osmosi, un sottile riversarsi di parole di Carducci e Leopardi, insieme a pezzi di storia compattata nei libri scolastici, di “Giovine Italia” e guerre di indipendenza, che accolsi come la tessera mancante, e impercettibilmente si asciugò la mia ferita. Leggevo solo libri italiani, la poesia mi suggeriva il senso più profondo delle parole. Qualche volta cantavo in tedesco: piaceva a Guido.

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Nell'estate del 1950 mia madre infilò i documenti sotto il materasso della mia carrozzina, mi appoggiò sopra, vestì mia sorella e con il pretesto delle fragole mature mio padre condusse il piccolo barcollante convoglio per i boschi verso ovest, evitando con cura le torri di controllo lungo quella frontiera che da lì a poco sarebbe diventata impermeabile. Mio padre, nato in Russia, fu sospettato di essere una spia. Chiarì la sua posizione. Da responsabile di uno stabilimento chimico si trovò con la giovane moglie e due bambine in un campo profughi. Gli diedero quaranta marchi e con quel denaro lui ci portò al circo. Io avevo solo sei mesi, tuttavia, quando negli anni dell'infanzia mi raccontarono la storia del circo, mi sembrò insensata: non sapevo ancora nulla della fiducia in sé e nelle proprie capacità che ispiravano mio padre e fu proprio questo che mi insegnò. Ad ogni nuovo paese, ad ogni ritorno nella sua Germania, ho sempre visto mio padre chino sui libri, studiare nuove lingue, impianti nuovi, fondamenti di chimica industriale, economia: tutto ci possono togliere le circostanze avverse, sicuro è solamente quello che abbiamo in testa.
Del cuore non parlava mai, né degli affanni. Molto più tardi mi sono resa conto quanto fosse difficile raccontare il dolore e la separazione: proprio quando tutto sembra andare per il meglio, quando hai un lavoro, una casa, amici, un gesto inconsapevole ti rigetta tra gli estranei. Ti parlano di infanzie comuni quando tu eri altrove, di persone che non puoi aver conosciuto. Ne frequentavi altre che sono prive di volto e di parole, come se non fossero mai esistite. E ti senti in colpa perché li hai inutilmente abbandonati. Sennonché, si risveglia ancora una volta l'antico impeto di conquista, il sorriso, la ricerca di consenso accompagnata da quella totale mancanza di indifferenza che distingue te, ormai solo un po' strana, dagli altri. E così, in contesti innocenti e un poco banali, quando vieni rigettata senza alcuna intenzione, senza un progetto malevolo, senti il peso dei tuoi abbandoni come una condanna.
Sono passati quarant'anni da quando sono arrivata qui. Nella mia trasmigrazione non vi erano barconi stipati. Tuttavia, il piccolo quotidiano massacro perpetrato con noncuranza contro chi viene d'altrove, questo lo conosco bene. Ho camminato in un solco tracciato per me da generazioni di migranti sospinti a lasciare dietro alle spalle un mondo per conquistarne uno nuovo. Le strade degli uomini si snodano come i fragili ricami dei sentieri alpini: tu vai dove altri sono andati, e precedi altri ancora. Ho approfondito il solco, ho viaggiato leggera e strada facendo ho abbandonato pezzi di bagaglio. Ho fatto spazio per questo paese: il mio.


Irene Barbero Beerwald



*Questo racconto ha vinto l'edizione 2011 del concorso Lingua Madre: è stato pubblicato nell'omonima antologia dalle edizioni Seb27.