Uno scrigno colmo di sventure - Andrea Cassini

7 luglio

L’ affanno delle cicale mi è incomprensibile, stride con la mia esistenza da procrastinatore. Sfregano le ali tutto il giorno, nel poco tempo che hanno per vivere non fanno altro che gridare al mondo che, sì, sono vive. Dovrebbe essere un canto d'amore, o quantomeno un canto di procreazione, ma ho imparato che il loro è invece il canto di un fantasma.

Non le vedi se non quando sono già morte, alla fine di ogni estate. Gusci avvizziti, alieni. Pur di non sentirle, appollaiate sui cornicioni e sui pali tutt'intorno, mi rinchiudo nel mio monolocale e sprango le finestre fino a settembre. Nell’appartamento accanto al mio, numero 74 D, anche stasera, come ogni sera, ascoltavano il giornale radio. Ho sentito tutte le notizie attraverso i muri sottili, ma da lì non ho mai visto uscire nessuno. La 74 E del quinto piano, proprio sopra la mia testa, dopo pranzo ha scosso la tovaglia oltre la ringhiera; mi sono ritrovato il pianerottolo coperto di briciole. Oggi mi sono chiesto se sia colpa delle cicale, questo suono che mi rosicchia il cervello, o se il baco che ho nella testa stia scavando una galleria da un orecchio all’altro.
L'estate non è la mia stagione. Non credo che vivrò tanto a lungo da vederne la fine.

 

15 luglio

La 108 D avrà novant'anni, forse cento. È alta, ossuta, e cammina più dritta di me. Mi ricorda mia nonna.
«Giovanotto!», mi ha chiamato stamattina. È così raro che qualcuno alzi la voce, nel complesso residenziale, che mi sono guardato intorno per assicurarmi che non avesse infastidito nessuno. Sono tutti così silenziosi, qui. A parte il 28 B, che ha ben pensato di darsi alla fisarmonica da autodidatta e da mezzogiorno alle due esegue tutti i giorni le stesse scale.
«Giovanotto, vieni!»
Avevo la fronte grondante per il sudore e stringevo le ascelle per nascondere le chiazze sulla maglietta. M'incamminai piano, ma fece prima lei a raggiungermi. Aveva un buon odore di naftalina. Il mio, invece, era salmastro.
«Ti hanno spiegato cos'è questo posto?» Parlava ancora a voce troppo alta e teneva le mani giunte, come in una preghiera. «Sei troppo giovane per vivere qui. Ci sono soltanto vecchi che muoiono da soli. E in questa stagione, poi... L'estate è la stagione peggiore per noi vecchi».
E anche la stagione migliore per morire da soli. C'è un odore di vita e un odore di morte, qui nel complesso residenziale. La porta del 93 A non si apre da giorni, ma quando ci passi davanti ti pizzica nel naso un bell'aroma asprigno. Un sentore di cibi avanzati, fumo e piscio. Le donne sono più rigorose, ho imparato abitando qui, ma gli uomini, quando invecchiano da soli, si lasciano andare. Quello però è l'odore di un uomo vivo.
«Non si preoccupi», ho risposto. «Sto bene qui».
«Fammi una cortesia, giovanotto». Stringeva i grani di una collana che le cadeva sul petto. La pelle delle nostre dita, notavo, era raggrinzita allo stesso modo. «I nostri appartamenti sono dirimpetto. Apri le tapparelle ogni mattina e controlla che anch'io abbia aperto le mie. Quando muoio, non voglio restare lì dentro per giorni e giorni. Non sarebbe civile».
A quel punto devo aver balbettato qualcosa. Non apro mai le tapparelle. Tengono fuori il caldo e il rumore delle cicale.
«Andiamo, basta qualche secondo. Prima lo chiedevo a una mia amica, quella del 68 B, ma non mi fido più. Ha preso ad andare in giro con gli occhiali da sole e dei cappelli che nemmeno la Regina d'Inghilterra». Le linee squadrate della sua dentiera non combaciavano con quelle della bocca, allungata in un sorriso.
Intanto una cicala cantava stridula, fortissima. Mi passai il dorso della mano sulla fronte, il sudore scivolava senza ostacoli sulla mia testa calva. Ogni goccia era un secondo sull'orologio. Mi sono affrettato a rassicurare la signora. «Va bene, lo farò». Ero sincero. Sono rientrato in casa. Non ricordavo nemmeno per quale motivo fossi uscito.

 

28 luglio

Anche questa mattina la 108 D ha alzato le tapparelle alle sette in punto. Ogni volta che apro la finestra il sole mi ferisce gli occhi e mi pare che il ronzio delle cicale debba infrangere i vetri, ma questa vedetta quotidiana è diventata il punto più alto delle mie giornate. Quando sono uscito di casa, il 150 F trottava per il terrazzo in sandali, pantaloncini e canottiera bianca. È un ometto con due gote rosse, da avvinazzato, e un paio di gambe robuste. Doveva essere un gran camminatore da giovane.
«Guten tag». Mi saluta così ogni volta che mi vede, con l'ultima sillaba giocosamente allungata. Saluta così qualsiasi inquilino del complesso residenziale, a dire il vero. «Guten taaaag» lo sento fare. Dall'altra parte del terrazzo la 108 D si sbracciava per chiamarmi. L'ho raggiunta provando il mio sorriso più cortese. Avevo indossato una maglietta pulita.
«Ha lavorato in Germania da giovane», mi ha detto.
«Quindi sa parlare bene il tedesco».
«No. Ripete solo quelle due parole». Con un'occhiata sembrò volersi rifugiare nel suo appartamento, oltre le tende di pizzo sulla finestra.
«Lo conosce bene, quindi, quel signore?» le ho chiesto.
«Lo vedo passare quasi tutti i giorni».
Il cielo era nuvoloso stamattina, e le cicale emettevano note più acute del solito. Per il pomeriggio mi auguravo una pioggia rinfrescante; non è arrivata.
«Giovanotto», mi ha bloccato lei mentre poggiavo la mano sulla maniglia, per rientrare. Di nuovo, la voce troppo forte. Avrebbe svegliato qualcuno attraverso quei muri sottili. Il 28 B, perlomeno, aveva la buona creanza di aspettare l'ora di pranzo per imbracciare la fisarmonica. «Potresti accompagnarmi fuori, tra un paio di settimane? È quasi tempo. È quasi passato un anno». Con le dita sgranava la collana.
«Non sono abituato a uscire da qui. Non lo so. Vedremo». Col palmo della mano schiacciai una zanzara che mi stava succhiando il sangue dal collo.

 

10 agosto

Quando uno dei vecchi muore in casa ci se ne accorge subito, c'è un odore dolciastro che si spande dappertutto. Risale le scale, s'arrampica sui terrazzi, serpeggia per i corridoi. S'intrufola persino sotto lo stipite della porta, se non la chiudi bene. A me ricorda i frutti tropicali e resto lì ad annusarlo, con le mani sulla ringhiera. Se passa qualche giorno, però, l'odore cambia forma. Diventa terroso, oleoso; mi asciuga la saliva dalla bocca. Certe volte mi fermo a guardare la ditta di pulizie che compie le sue operazioni. La loro calma mi affascina e mi dimentico persino delle cicale. Quando arriva un'ambulanza a sirene spiegate, per acchiappare un vecchietto con un attacco di cuore, corrono e fanno un gran rumore; coi morti, invece, non hanno nessuna fretta. Portano via il cadavere su una barella, chiuso sotto un telo nero; non c'è modo di distinguere un corpo ancora caldo da uno scheletro spolpato dagli scarafaggi. Mi piace immaginare che quel telo sia un sarcofago. Poi, appena i fumi della varechina iniziano a bruciarmi le narici, torno in casa.
«È il 150 F, quello che è morto», mi ha detto la 108 D stamani. Alle sette in punto, me n'ero accertato poco prima, le sue tapparelle si erano alzate.
«Ah. Quello che diceva guten tag a tutti?»
«Lui».
«Mi dispiace, mi sembrava in salute. Come si chiamava?»
«Non lo so».
«Non lo sa?»
«Non gliel'avevo mai chiesto».
Nemmeno io conoscevo il nome della signora, in effetti. Meglio così, non l’avrei ricordato a lungo.
«Speriamo che arrivino presto a portarlo via», mi diceva. «Si sente già il tanfo».
«Già».
«Ma quando qualcuno muore d'agosto, tardano sempre. Sono tutti in ferie».
«Già».
Il caldo mi opprimeva ogni poro della pelle, questa mattina. Una rampa di scale più in basso, la rugosissima 44 C prendeva il sole sul pianerottolo; non riuscii a distogliere lo sguardo prima di vederla in costume da bagno.
«Tra sette giorni?» mi ha chiesto la signora. Teneva la collana tra due dita.
«Tra sette giorni».

 

13 agosto

Il più giovane qua dentro, dopo di me, dev'essere il 27 A. Forse non arriva a sessant'anni, e a giudicare dal grasso che si porta addosso probabilmente non li supererà mai. Ci siamo incrociati a metà strada questa mattina, io scendevo le scale e lui saliva. Per godersi la vista della città dall'ultimo piano, mi ha detto, e io mi sono lasciato convincere e l'ho seguito. Arrivare in cima è stato un grande ansimare, ma lui si ostinava a non voler prendere l'ascensore. Si è sporto dal cornicione e ha preso un respiro a pieni polmoni. Poi ha tossito e si è acceso una sigaretta.
«Che roba, eh? Si vede fino al mare».
Non era vero, ma il 27 A mi sembrava così soddisfatto della scalata che non ho osato contraddirlo. Con la foschia che risaliva dalle strade, era già tanto se si distinguevano le antenne dei palazzi e i cavi della corrente. Da lassù, mezzi abbagliati dal sole, la periferia era una grande prigione color topo. Le cicale facevano il fracasso dei secondini, quando sbattono i manganelli sulle sbarre. Poi il 27 A mi ha passato un giornaletto pornografico. Aveva le mani più sudate delle mie, e le dita appiccicose.
«È un pezzo da collezione. Ne ho altri, se vuoi. Li conservavo per lasciarli ai nipoti».
Mentre sfogliavo le pagine, si alzava l'odore legnoso della carta invecchiata. Le donne avevano qualche pelo di troppo per i miei gusti, ma l'elastico dei pantaloni di colpo si fece teso.
«Dobbiamo pur pensare a qualcosa di positivo mentre si invecchia, no? È l'origine della vita quella lì, diceva un francese». La sua risata compiaciuta si strozzò in un colpo di tosse, mentre mi sputava il fumo in faccia. Alle nostre spalle una signora con la cuffia in testa innaffiava i fiori. Non pensavo che con quel caldo i gerani potessero avere petali così lucidi.
«Potreste dare una mano con quel poveretto che è morto in casa, voi giovanotti, invece che stare qui a perdere tempo. E mi rovinate le piante con quelle sigarette!»
Tra i gambi dei gerani stavano dozzine di cicche consumate, conficcate nel terriccio come lapidi senza nome. Il 27 A mi ha fatto l'occhiolino e mi ha offerto una sigaretta. Io ho rifiutato, ho ringraziato, ho arrotolato il giornaletto e l'ho infilato nei pantaloni. La vecchia sciabattava e bofonchiava, noi sogghignavamo. Domani, se lo incontro, gliene chiederò un altro.

 

17 agosto

Il mondo fuori dal complesso residenziale mi ha disorientato. Mi sono abituato in fretta a leggere ogni faccia come il numero di un appartamento, ogni spazio come una parentesi tra una porta e l'altra. Mentre camminavo sul marciapiede cercavo a tentoni il corrimano delle scale. Per mia fortuna c'era la 108 D a guidarmi. Non ci siamo detti una parola finché non siamo giunti a destinazione, ma il silenzio non mi metteva a disagio. Faticavo a tenere il suo passo, però. La seguivo come un miraggio mentre il resto della scena oscillava. Il calore bolliva l'asfalto e io boccheggiavo. Il motore delle macchine, perlomeno, sovrastava il chiasso delle cicale; mi avevano seguito da casa volando in pattuglia, ne ero certo.
Quando ci siamo fermati l'erba del cimitero era arsa. Mi ero messo una camicia prima di uscire, recuperata come un cimelio dalle profondità dell'armadio. Ero dispiaciuto di averla già inzuppata di sudore, ma sapeva ancora di pulito. Il colletto restava largo di due dita.
Sono rimasto in disparte, non mi sembrava cortese sbirciare i nomi dei suoi morti sulla lapide. La signora disponeva fiori, sostituiva ceri, rastrellava il ghiaino, pregava, tutto con una precisione meccanica.
«Oggi sono passati vent'anni». Mi ha sfiorato un braccio e io ho guardato le sue mani. Aveva lasciato la collana sulla tomba. «Mio figlio. Aveva la tua età quando se n'è andato».
«Temo di dimostrare qualche anno in più di quelli che ho realmente, signora», ho provato a spiegare, ma lei mi ha interrotto.
«Perché sei venuto a vivere lì? Voglio la vera ragione, o mi farai preoccupare. Non è un posto per giovani, quello». C'era una spaccatura nella sua voce. Parlava più piano, adesso che eravamo all'aperto. Io le ho sorriso, ma credo che la bocca si sia sollevata solo da un lato.
«L'ho accompagnata volentieri, signora, ma non si dovrebbe affezionare troppo a me. Ho un baco nella testa. Un modo più lento di morire. Tutto sommato, sono sereno».
Il silenzio che seguì mi schiacciava il cranio tra due sassi. Alle mie spalle qualcuno tentava di mungere un filo d'acqua dal rubinetto asciutto, e la manopola strideva. Le cicale, annidate sui cipressi, ridevano di me.
«Possiamo tornare, adesso?» le ho detto. «Non mi sento molto bene, con questo caldo».

La 108 D ha insistito perché mi fermassi a casa sua, mi ha offerto un bicchiere d'acqua e un panno per asciugarmi il sudore. Mi ha fatto sedere su un divano avvolto nella plastica. Era come stare in una fotografia, là dentro. Un centrino di pizzo sopra la televisione a tubo catodico, un ritratto disegnato male da qualche ciarlatano sulla spiaggia, tre poggiabicchieri sul tavolino, una collezione di santini chiusi dentro un armadio a vetri che mi sembrava la rosa di una squadra di calcio. Mi ha mostrato l’album di famiglia e un quaderno a righe, dove appunta le sue memorie con una penna stilografica.
«Dobbiamo lasciare qualcosa a questo mondo», mi ha detto. «Per chi verrà dopo di noi, sarà come trovare un tesoro sul fondo di questo scrigno colmo di sventure che Dio ci ha riservato». Sul davanzale c'era la polaroid di un bambino sulla spiaggia, stupito ad ammirare il castello di sabbia appena costruito. Accanto, un pothos che stava annegando nel vaso. Avrei voluto dirle di non bagnarlo così spesso, ma ormai le foglie spiovevano dal davanzale, appassite.

 

1 settembre

Ho buttato un'occhiata alle sette spaccate ma le tapparelle del 108 D sono rimaste giù, questa mattina come le precedenti. Non ho ancora avvisato nessuno. Non vorrei disturbare la signora, me la immagino che riposa tra i suoi bicchieri di cristallo sotto lo sguardo vigile dei santi. È finita l'estate, dicono, e anche l'odore zuccherino del signore che salutava con guten tag è svanito; al suo posto, un'eco di varechina. Mi sono messo una giacca leggera per uscire, potrebbero entrarci altre due spalle oltre alle mie. Ho camminato sul terrazzo pestando i gusci delle cicale. Non hanno vergogna di esibire i loro corpi nudi, una volta che l'anima le ha abbandonate. Sono sopravvissuto a un'altra estate, a ogni modo. Nel cortile le gocce di rugiada brillano sui primi fili d'erba verde, e i grilli accennano all'autunno. Cantano una canzone gentile. Penso che mi piacerebbe ascoltarla anche domani.

 

Andrea Cassini

                                                                                                                                                              Illustrazione di Clara Patella

patella cassini