Ècfrasi IV - Mattia Leo

Tutto tace nell’edificio dal civico obliterato. Scale stroncate al sesto piano. Eternit e calcinacci sedimento del quinto pianerottolo. Il soffitto ferito del settimo è cielocerotto. Lampadine morte d’aneurisma nelle plafoniere. Con doppie mandate porte segregano, favorite dalla complicità di spioncini omertosi. Erose in un rogo le vene di rame dell’impianto elettrico.

Un condotto è scavato verticalmente nel torace dell’edificio. Un ascensore sa bene che il suo spazio è il vano corsa. La cabina, sostenuta da legamenti precari, appartata nell’esofago, in equilibrio contempla 

intercapedine
camera d’aria
interstizio
interruzione
iato
vano
vuoto
Fuori la pioggia disinfetta. Giace sospeso a due metri dal pozzo l’elevatore come nottola ibernata. Nel letargico distacco dal presente il tempo che resta è il piucchesofferto. All’interno del pendolo immoto un dìttero unge, con l’acquasanta della sua saliva, le pareti graffiate da iscrizioni oscene. Sulla lavagna di tutti, il glossario della punta di coltello ha inciso i tanti nomi di nessuno e nefandezze. L’ottone della pulsantiera cattura per un attimo il passaggio del dìttero che va a posarsi su un otto nero in gettone avorio. Ronza plana e rozzo si appiana sul tasto rosso ALT. Ivi si addormenta.
Poco più su una targhetta metallica segnala la portata in chilogrammi — Trecentotrentatré —, ma la capienza è Zero. In alto un bocchettone di ricircolo dai cui fori filtra l’aria. Proprio in quei pertugi si incanala un lamentoso refolo. Fischiano le canne d’organo, orchestra di marmitte. D’un tratto un tuono baritono, poi un barrito fa tremare i muscoli che sorreggono la grande cassa e le membra sembra sciogliere.
Una scintilla d’elettricità. Scossa gemella secondogenita. Terzo spasmo. Stridori di giunture suggeriscono movimento. Nel torpore dell’obsolescenza — che è l’età anziana delle macchine — giunge una coercizione ad elevarsi. Tra i meccanismi arrugginiti rugge rugginella. Insofferenti i cavi astenici. Il montacarichi garrisce con vagitirigurgiti. Il congegno repelle qualsivoglia montanza; eppure, fedele a un antico patto, non osa opporsi al saliscendi quadrisillabo di contrappeso e piattaforma. È anche questa una forma di compromesso.
Si sale, si sale, di mala lena, costretti da un riflesso involontario. Sforzi e scosse e brividi e guizzi e tremebonda mobilità ascensionale. L’ascensore va come TAC verticale, il motore in trance con fremiti vibra tran tran e scricchiola tra trac e crac d’ingranaggi. La cabina è ora in anabasi nel cavo condotto. Sibilano nella tensione filo, trefolo, anima e fune
lifta lifta lifta
oh issa! oh issa!
Lacci lacerti incerti di malleabile lega, blenorragia dai bisunti colli d’idra, fatale flato d’ernia iatale, strumento a corde immusicale, cetra eccetera. La fune di sicurezza si allenta ogniqualvolta abbandoniamo i nostri intenti di verticalità. Stagnano sul pavimento dell'abitacolo le striature convesse di una suola, impronta di scarpa zuppa. È fresca e si consuma. A chi è appartenuta? Aria esausta, stantio odorancido di rigetto nella cella. Tanfo, tanfo, indecifrato puzzolezzo. È forse quanto resta della presenza? Che sia il fantasma del passeggero, nonché rutto evaporato del ricordo? Ecco a dar lume, in cabina, una lampadina zafferana calda e sinistra. Assurge la bara sgraziata e le pareti dell’edificio infiamma, con ignea indignazione da indigestione.
Stomaco, diaframma, esofago e gola: queste le stazioni del rifiuto.
Nel condominio gastrite
ulcera per la scala
A
degenererà
bile, conati, cirrosi
giorni scalini contati
e tumultuosi. I medici leniscono e non guariscono. Avanzano rimedi al reflusso. Placidi prescrivono farmaci atti a ridurre la secrezione acida gastrica:

Amenprazolo inibitore, in capsule rigide, da assumere a stomaco vuoto e a testa bassa, mortifica l’invettiva;
Maalex menos, compresse masticabili, per smorzare la sublimazione da rogo interiore;
Graviscont, applica una sostanziale detrazione al senso di rifiuto;
Omopanzer, reprime ogni tentativo di liberazione;
Pantorcio, compresse gastroresistenti, adatte a chi tira avanti raccontandosi storie: uso orale;
Riopan riverrun, per la laringe infiammata, dice l’otorino-laringoiatra: basta pronunciare parole di fuoco;

La puleggia si inceppa — nessuno più in alto di così —, l’allarme suona a vuoto, campanella a morte, campata in aria, diffonde il lutto per la tromba psicopompa delle scale, scale minori, oscillando su due note note che sbatacchiate annunciano vomito indomito, vomito indomito, vomito indomito, vomito indomito.

 

Mattia Leo