I commissari e i loro boschi - Alessio Mosca

Lo sa, Ortese, che i referti sono freddi e distaccati per nascondere la disperazione degli uomini di legge?
Che non esiste fascicolo della polizia che sia leggibile, che le lacrime hanno increspato la carta e sbavato l’inchiostro?

 

Il cielo è così morbido.

Radura. Betulla stesa a terra in posizione orizzontale distante ventri metri dal ceppo decapitato. La chioma quasi del tutto spoglia rivolta a est, rami spezzati e frammenti di legno, schegge.
Sottobosco che si fa prato, prato d’erba gramigna e artemisia; vinca e cardi; prato imbrattato di linfa; frammenti di ritidoma e corteccia lungo i solchi lasciati dal trascinamento. Vista la compatibilità tra le due estremità si può concludere con buona approssimazione che il tronco sia stato segato quasi nelle sua interezza per poi cedere sotto al proprio peso spezzandosi sulla parte non recisa. Successivamente trasportato al centro della piana, evidenti segni di accanimento.

Odore di clorofilla e terra bagnata.

Polvere lignea, trucioli di xilema, brandelli e segatura sparpagliati ai piedi del ceppo, foglie stracciate, impregnate e mescolate alla terra nerissima.
Bordi frastagliati da evidenti colpi compatibili con un’accetta, fendenti a fondo cieco, trapassanti, mutilanti, 136 colpi in tutto, recisione del fusto alla base con esposizione di anelli di crescita e midollo, fuoriuscita di parenchima vegetale e recisione di floema.

Ortese piange. Nell’incertezza di una virgola di troppo, nei caratteri battuti con troppo vigore sulla macchina da scrivere, nelle apatiche formule dei rapporti di polizia, sono nascoste le tristissime poesie dei commissari.

La polvere disegnava sull’erba la sagoma della betulla, quel rito che imprimeva al suolo l’anima delle vittime con una saliera di gesso e un uomo disposto a fare un giro intorno a un cadavere.

Ortese tirò un’altra boccata, il led si accese illuminandogli il viso, spirò ed era come se fosse lui stesso ad alimentare la foschia. Foschia celeste e d’argento come le squame della brace viva o il fumo della terra.
Si avvicinò lentamente, i passi fluttuavano sull’erba azzurra prima di sprofondare nelle dolcissime zolle e la radura pareva una palude pronta a borbogliare da un momento all’altro.

– È ancora lui. – fece Girolami, poi deglutì.

Ortese danzava piano stando attendo a non urtare i cartelli numerati che segnavano la presenza delle prove. I commissari hanno il piede del funambolo per camminare negli spazi liberi tra impronte e cadaveri, i loro occhi sono quelli del cartomante che leggono il passato in una sequenza di indizi e predicono il futuro nel susseguirsi dei tarocchi.
Notò qualcosa, si piegò, scostò una zolla e raccolse con delle pinzette una fogliolina umida marchiata dall’ombra nera della ticchiolatura.

– È malata. – disse.

– Come le altre.

Impronte di piedi scalzi si dipanano dal ceppo al luogo del rinvenimento, numero 38, impronta profonda, piede piccolo e lesto su corpo pesante, piede podalico, cavo, calcagno in varo. Si ipotizza un trascinamento famelico e barcollante.
I passi si interrompono nella radura dove si rinvengono due impronte più profonde ai lati opposti del tronco, come lo avesse cavalcato. Come lo avesse posseduto.

A un’analisi superficiale la corteccia presenta contusioni in più punti e abrasioni da sfregamento fino a esserne completamente priva sulla superficie ventrale. Sulla dorsale, a circa un terzo della sua lunghezza, si rileva la presenza di un pertugio naturale delle dimensioni di un pugno, i bordi del foro appaiono consumati, logori, sfregati. Presenza di materiale organico estraneo.

Ortese alzò la testa verso il cielo per prendere fiato. Le nubi vorticavano spinte dalle correnti e sembrava che l’orizzonte le filasse senza sosta rinnovando il cielo di continuo.

– Lo sai Girolami perché quando un albero muore bisogna guardare il cielo? Lo sai cosa mormorano i saccenti pollini?

– No, commissario.

– Dicono della morte delle piante. Del loro spirito che si gonfia salendo in alto nutrendosi dell’umidità dell’aria. Dicono della nascita delle nuvole. Ed è quando un uomo guarda il cielo e vi riconosce una forma che queste vivono di nuovo nell’attimo di quell’effimera sembianza.

Tutto sembrava preannunciare la neve, il silenzio dell’altopiano ingiallito rotto dal fischio dello scricciolo, l’odore gelato di montagna che si fissava dietro gli occhi e sapeva di bruciato in fondo ai polmoni, la desolazione del prato vetrificato dalla brina.

Il commissario Ortese passeggiava fra gli alberi sfiorandoli col dorso della mano, accarezzandone le cortecce, seguendone le nervature e i solchi con i polpastrelli, come se le dita fossero baffi di un pesce gatto o radici di un tubero. I cerchi concentrici nascondono i misteri dell’età delle cose e del loro destino, come le impronte digitali o gli anelli dei tronchi, materiale per botanici chiromantici.
Leggere come un cieco le poesie del sughero e del pino, poggiare l’orecchio contro il legno per sentire l’imbarazzo del muschio e l’eco del bosco, succhiare via la resina con un bacio.
Li abbracciava e sussurrava:

– Povere creature, cosa avete dovuto subire.

Immerso in una pozza di linfa. Linfa colata dal ceppo, dai tagli, linfa densa e appiccicosa, grumosa, linfa mischiata a resina e clorofilla, a fluidi corporei, linfa sporca di lussuria e sangue, lacrime d’albero e pudenda, linfa che gonfia la terra affranta.

Ortese sentiva che tutto era pronto. Poggiò la schiena contro un fusto e si lasciò scivolare nel sottobosco mentre un leggero vento soffiato dalla cascata, respirato dalla montagna, iniziò a muovere le fronde.
Le foglie erano squame e i fruscii sibili. Sibili lenti che erano spirali e stridii che erano musica, musica in grado di manipolare un uomo, renderlo bello o simile ai cacciatori di miele.
A volte le foreste sono bestie sacre e guardandole dall’alto si possono seguire le spire di una scolopendra che affonda le zampette nella terra succhiandone il nutrimento.
Gli alberi sono grotte e i rami orizzonti. Hanno occhi fatti di bacche e sorrisi di legno, lingue di foglia che impastano il vento che sbatte contro l’elice delle orecchie, che si incanala nelle conche e nei meati, che tocca i timpani. La musica è una voce e la voce la liturgia delle fronde.

– Beati i funghi, perché di essi è il regno dei cieli.

Occhi sbarrati come l’involucro dell’astrantia per la follia morale, la caparbietà del pioppo per l’accanimento, la foglia dell’aloe nella lingua e nell’eccitazione, per leccare le labbra carnose come i boccioli della magnolia.
Barba ispida come gli aghi del pino per aver trasformato il pensiero in ossessione, laido come lo sfagno, violento come le radici.

Curvo come un olivo secolare, nelle cui nodosità si riconoscono le giunture artrosiche e la fermezza, la fermezza nella mano per colpire forte, per colpire lesta come l’efedra. Denti seghettati come le foglie d’ortica per gli impulsi bestiali, il rigore del guscio nell’aver covato la perversione, la solerzia del picciolo.
Ciocche brune che spuntano come cedracca dalla roccia, filanti come il salice, oleose come semi.
Pelle ruvida come la mandorla o il ciliegio, pelle indurita dagli appostamenti fra i cespugli, dalle nottate passate in ginocchio fra i rovi e il pungitopo mentre mani carnivore palpano ciuffi d’erba e trifoglio, premono il binocolo sugli occhi o danno piacere.

Pupille profonde come i pori dell’abete per la depravazione, per spiare le betulle nella loro solitudine, godere della fornicazione della clorofilla e ammirare l’ebbrezza della fotosintesi, cibarsi del voluttuoso spettacolo dei pollini portati dal vento notturno, dei semi scivolati dai rami per copulare col terriccio.

Quando Ortese riemerse dal bosco erano passati tre giorni. Era scalzo e logoro, uno sciamano col distintivo e la beretta. La barba e i capelli cresciuti a dismisura intrappolavano rametti e foglie secche, il doppiopetto posato sulle spalle come un mantello mentre edera e cuscuta gli trangugiavano la camicia a brandelli.

– Commissario sta bene? –   chiese Girolami andandolo a sostenere. Ortese con un filo di voce rispose:

– Adesso so chi è.

 

 

Epilogo

 

Quando le forze dell’ordine gli irruppero in casa era seduto su un divano rotto, abbracciava un vaso di camelie che carezzava davanti alla televisione.

La stanza era cosparsa di terriccio umido, i vermi facevano tremolare il pavimento impastando e scivolando nell’humus. I piedi e le caviglie erano completamente sepolti da mezzo metro di terra che altro non era che un modo come un altro di bere e mangiare, di sentire. Fissava i poliziotti muto con uno sguardo allucinato e in quell’immagine perversa che faceva salire i conati e barcollare gli agenti, si palesava il delirio dell’uomo che non odiava gli alberi ma che si sentiva uno di essi.

Gli angoli della bocca erano incrostati da licheni ocra e azzurri che si diffondevano sul resto della pelle come cozze pelose attaccate al fondo delle boe. Processionarie annidate nei peli ascellari, falene zuppe che agonizzavano al suolo, fumaggine: il sortilegio delle malattie veneree.
Due agenti puntandogli contro la pistola gli intimarono di non muoversi. Altri due lo estirparono dal pavimento prima di atterrarlo e infilargli le manette.

Girolami gli afferrò il mento e cominciò a studiarne il volto.

Sembrava che i pistilli delle camelie e di tutti i fiori della terra fremessero, che tutte le bestie all’interno di quelle mura dovessero fermentare sotto al peso del suo sguardo e il loro zucchero ubriacare finalmente le selve e i petali. Nessuno poteva sfuggirgli e una volta capito questo, Girolami lo guardò negli occhi. Occhi spiraliformi come i germogli di felce o il profumo del tiglio, occhi incantatori che gli parlavano di una quercia succulenta, un cactus secolare che sbuffava come una balena morente, di uomini che possedevano l’albero in un girotondo voluttuoso incuranti delle spine che ne scarnificavano i corpi ad ogni spinta del bacino, ad ogni abbraccio o sfregamento amoroso. E un bambino nato dal seme, dal sangue e dalla linfa, nutrito dalle radici, incubato nel legno, un bambino nato quando gli alberi grattavano i cieli e gli uomini malvagi dovevano camminare nascondendo la loro faccia.

E allora gli fu chiaro quello che Ortese cercava nei lineamenti dei volti e nei singhiozzi delle radici, capì che ogni delitto è indicibile e incontemplabile, che il bene non è nient’altro che la scelta di non compatire il male, che la comprensione è un sortilegio che affligge i poliziotti destinandoli a disperare in silenzio avvolti nei loro cappotti neri, a nascondere la voce rotta dietro modi bruschi e protocolli, a piangere di nascosto negli anfratti delle questure, a essere condannati a farsi chiamare commissari e ispettori.

– Portatelo via. – disse Girolami con le lacrime agli occhi.

Due agenti lo ammanettarono e lo trascinarono verso l’uscita. Lo avrebbero condannato a morte. I suoi piedi scalzi erano ancora lerci di terra fin sopra il polpaccio, il suo corpo massiccio come la quercia. Non oppose la minima resistenza, solo quando fu sulla soglia della porta piantò i piedi e lanciò un grido:

– Guardate il cielo! Guardate il cielo.

 

Alessio Mosca