I confini di casa - Gianluca Cataldo

Fuori le domande sono diventate tutte retoriche, si domanda per inerzia senza sottostare al miserabile rituale della risposta. Si chiede, e tanto basta. A tutti. Per strada si è soliti camminare senza volti, un’avanzata di semplici espressioni d’urti continui, tediati, ansiosi, felici o vacui, intagliati nei solchi attorno agli occhi, alla bocca, per scavare un tunnel senza comunicazione. Hanno tutti perso il senso dell’umorismo. Ma se chiudo gli occhi, se li strizzo, il mercato è pieno di coniglietti bianchi.


A casa invece c'è mia madre, con quel suo bel vestitino azzurro che le stringe troppo in vita, ricordo esausto di quando aveva vent’anni. «Avresti dovuto conoscermi undici anni fa, prima che nascessi tu», mi dice, e io non capisco come interpretare la frase, se essere curioso o contrariato. Se è stata bella non lo so, ma che la bellezza finisca non riesco a crederlo. Se non lo sei più non lo sei mai stato, la tua bellezza era un bluff.
Guardo mia madre e lei si arrabbia pacatamente, di quell’arrabbiatura che le viene quando non le rimane che far valere il suo ruolo. Come ogni volta che litiga con Andreina, la signora del piano di sotto, per le briciole che le buttiamo sul balcone.
«Signora Nunzia, ma perché non se le scopa in casa le briciole?»
«Perché non si fa i cazzi suoi, lei, se non vuole che chiami mio marito».
Oltre che con me sembra funzionare pure con la signora Andreina, anche se poi mio padre si arrabbia e dice che non deve dirle queste cose, mai, a nessuno.
Metto via il sussidiario e penso che mia madre tiri in ballo mio padre solo quando le conviene. Certo, si prende cura di lui, ma è come se a farlo fosse un’altra donna, una specie di doppione. Sotto questo ennesimo ruolo c’è un’altra piccola donna, più libera e opportunista, che disprezza di più, e che non può fare a meno di odiarlo. Io mi trovo meglio con quest’altra mamma, e la aiuto ad apparecchiare. Non so quanto sia consapevole di sé, in fondo mi è sempre sembrata un animale semplice che agisce per istinto, di una sensibilità materiale. È cresciuta in una famiglia «povera ma onorata», come se un onore non ben identificato potesse redimere la povertà. Ammesso che si tratti di un peccato. Noi non siamo poveri, non lo siamo più, e mio nonno, che sbarazzava cantine, non viene più a trovarci proprio da quando abbiamo smesso di esserlo. Una volta mi ha detto che se fosse dipeso da lui «Con la minchia!» che avrebbe dato sua figlia a mio padre. «Che è un poco di buono», diceva, «Si vedeva già allora, prima che si immischiasse con certa gente. Noi eravamo gente povera ma onorata…» e continuava e continuava...
Finiamo di impiattare quando arriva papà. A casa capiamo che è lui dal rumore del motore dell’auto, una vecchia Panda verde, e dai latrati del cane del cortile di fianco con il quale, a quanto pare, ha un conto in sospeso. Wof fa il cane e Bau gli risponde lui, «Io più cane i mannara i tia sugnu!», gli dice di buon umore. E ride. Poi parcheggia sotto casa e lascia la macchina aperta, tanto nessuno gliela ruberà, e si affretta sulle scale con la bava alla bocca, affamato come ogni sera. Quando entra getta le chiavi sul piatto all’ingresso, come sempre, e sento il lieve rumore della porcellana che si spizzica, mentre mia madre storce la bocca e deforma il riflesso di un sorriso nel solito rimprovero. «Quel piatto della buonanima di mia madre era, e tu me lo stai rovinando!», gli dice piccata. Quando disapprova qualcosa si sforza di parlare in italiano, relega il dialetto alla minaccia, e in bocca a lei ogni parola sembra rimasticata e sputata fuori come bolo alimentare, qualcosa di indistinto. Rimprovera mio padre che però sembra non farci caso, è davvero sereno e mi lancia un’occhiata complice che mi trapassa le pupille, prima di sedersi a capotavola e immergersi nella zuppa. Io guardo il suo piatto, il pane che galleggia tra i broccoli, e ci immagino alla deriva su quella zattera di glutine, io e lui a schivare cucchiai e broccoli mentre la mano pesante di mamma vuole affondarci. Siamo mozzo e marinaio, e io cerco la sua approvazione pescando carote, remando con la fagiolina mentre lui si riposa, difendendo il nostro tozzo di pane come fosse l’ultimo.
Perso nella mia fantasticheria non mio accorgo che con la coda dell’occhio papà l’ha notato. Nascosto dietro una scatola lo vede, è un disegno sul muro, e sento la sua rabbia che monta mentre ne scorre le linee senza capirle. È una splendida zattera che si infrange contro un mare verticale, ma lui ci vede solo degli scarabocchi senza senso, che sfidano la sua autorità e i suoi divieti. È convinto che non debba disegnare sui muri, che sia una cosa da femminucce, mentre io dovrei giocare per strada con gli altri bambini, cattivi come la cicoria. Una volta mi hanno messo contro un muro con un gesso in mano, «Disegna una minchia, femminuccia!», e io l’ho disegnata, perché mi fanno paura quei bambini così uguali ai loro padri, al mio.  
Si alza e corre in corridoio. Dalla cucina mi accorgo delle narici che gli si allargano su quella faccia dura, dai lineamenti netti, accentuati da una cicatrice sul sopracciglio destro. «Sai comu m’ha fici?!», mi ha chiesto una volta, «Di picciriddu, rannu na tistata a n’autru picciriddu c’avia fattu u sbirru!», mi ha spiegato ridendo, parlando in quel suo dialetto esclamativo che non riesco a fuggire, che mi insegue come un destino cacofonico. Io non ce la faccio a sfidarlo, se non disegnando sui muri quadri bellissimi, che prendono vita sui corridoi di casa, cavalli alati che corrono sulle pareti inseguendo terre più alte, bianchi e immacolati, diversi da quelli che vedo per strada appesantiti dalle botte e dalla biada mischiata a segatura, carcasse lasciate a marcire quando una gara clandestina non va come dovrebbe. Il corridoio si anima mentre mio padre insegue quel branco libero per cancellarlo dalla parete che è sua, come la mia fantasia che deve essere sua. Come il quartiere che gli appartiene, e mia madre che è sua e di nessun altro, neanche di suo padre, come la porta di casa sempre sbarrata e le tende della cucina chiuse perché nessuno da fuori possa vedere lui e tutta la gente che parla parla e parla attorno al tavolo. Sono sue anche quelle persone ben vestite che vengono ogni tanto, che si sforzano di parlare in dialetto con mio padre che la lingua non la capisce, l’unica cosa che sua non sarà mai.
Prende una spugna abrasiva e sfrega il muro, forte, con rabbia. Poi si alza e viene a cercarmi in camera, dove mi sono nascosto sotto il letto. «Unni si?!», lo sento gridare, mentre mia madre si è seduta in cucina e fissa la minestra di broccoli fumare dal piatto, in catalessi. «Unni si, femminuccia? Comu ti l’ha ddiri ca sti cosi un l’ha ffari!». Io capisco tutto e non vorrei, vorrei che tutte le parole di mio padre saltassero fuori dalla mia testa, come tanti animaletti ringhiosi, quel dialetto minaccioso che mi sfonda i timpani. Vorrei non capirlo, non capire niente del suo mondo, poterlo fissare con aria interrogativa ma imbattibile. E invece comprendo fin troppo bene i confini di mio padre, e sotto al letto sento il suo fiato mentre mi tira fuori per un piede e mi mette in mano la spugna. Mi trascina davanti al disegno e mi costringe a pulirlo, mi intima di non farlo più, mi dice che le mie dita gli appartengono e che se vuole me le stacca, che sono sue. Poi mi chiude in camera e se ne va a mangiare.

L’indomani mia madre bussa alla porta, cautamente, con una premura che non le appartiene, mi chiede se può entrare. Io non sono abituato a questa domanda, rimango in silenzio. Vedo le ombre dei suoi piedi al di là della porta, si muovono lentamente di pochi centimetri, poi, come sorpresi, ritornano sulla loro posizione come piccoli eserciti di dita, disciplinati, rispettosi. «Allora, io entro», e apre la porta. Viene verso di me evitando il Voltron di guardia, inutile vedetta di plastica, e si siede sul bordo del letto. Ha uno sguardo strano, intimorito e arrabbiato, e non capisco se dipenda da me o cosa, se c’entra con quello che è successo ieri, l’altro ieri e il giorno prima ancora e ancora, oppure se è una forma nuova di interazione. È più forte di me, domando «Che c’è?», ma mia madre scoppia a piangere, si alza e va in cucina. Lì si sente al sicuro, riacquista quella sicurezza che fuori casa, o persino nelle altre stanze, perde come un ombrello lasciato su un autobus. La porta di camera mia è socchiusa e mi accorgo che dove c’era il mio disegno non c’è niente, che dove c’era muro, adesso, miracolosamente, c’è un buco. Mio padre ha abbattuto il muro su cui avevo disegnato, ha disintegrato la materia sulla quale le mie onde si alzavano libere e ha costretto mia madre a non coprire quello squarcio, a lasciarlo visibile perché io capissi che contro di lui non ho speranze, che il suo potere di distruzione è più grande. Senza pensare, con un pennarello nero, disegno accanto al buco una grande X ricca di ghirigori arabeggianti, per indicargli meglio il punto in cui stasera dovrà picconare. Non so se pagherò cara questa sbruffonata, lui mi ha sempre detto che apprezza la gente che osa ancora sfidarlo, e io vorrei sapere cosa ne sarà di me domani, nel futuro, stasera.
Fantasticando, non mi sono accorto che è venuta nonna. Ha portato i biscotti dei morti, che adoro, e mi seggo in cucina a mangiare mentre lei e mamma chiacchierano del più e del meno, di quanto sia diventato caro mantenere una tomba, e del sovraffollamento del cimitero dei Rotoli.
«E dove li tengono?», chiedo un po’ ingenuamente.
«Nca dunni li mettono...? Li ammassano!»
Immagino una pila di cadaveri uno sull’altro, indistinti, in attesa di sepoltura, di una bara e di un onore che in vita non gli è stato tributato. Nonna ha la pelle gialla, rugosa e asciutta. Non suda mai. E mi piace che mi baci perché non lascia saliva, come nonno Ciccio. Anche lui aveva le labbra secche, e bianche come se tutto il colore fosse stato risucchiato dai suoi occhi e non ne fosse rimasto per altro. Era mezzo sordo, e io trovavo entusiasmante che con il suo Amplifon potesse decidere di non sentire niente, di scollegare le parole che non voleva ascoltare. Prima di morire, quando mio padre incontrava gente a casa, lui si piazzava in cucina e se ne stava immobile a fissare il vuoto. Io, da dietro la porta, osservavo quegli uomini guardarsi negli occhi, spostando la testa da un volto all’altro, interdetti, finché mio padre tranquillizzava tutti esplodendo in un «Non ci sente una minchia!». Non ho mai saputo se spegnesse l’Amplifon o no.
«Buoni questi biscotti, nonna».
«Mancia, accussi addiventi ranni e 'a finisci di ingrasciare i mura!». Anche mia nonna è contro di me, forse per amor della pace, forse per amor mio o di suo figlio. Resta il fatto che mi è contro, nonostante i biscotti. Mi alzo e vado in camera a immaginare un altro presente. Prendo il futuro e lo accantono in un angolo, mi concentro sulla casa piccola di un quartiere oltre il popolare, il mercato all’aperto più grande d’Europa, un’accozzaglia profumosa di cibi sott’olio, fritti, e masse di randagi, stranieri ossequiosi e vecchi incattiviti. Sostituirei solo i cani randagi con tanti piccoli coniglietti bianchi, e cambierei anche gli altri bambini, gli toglierei i genitori.
Intanto incorporo il futuro nel mio presente, così sarò più preparato, e so già come andrà: mio padre entra, getta le chiavi sul piatto di porcellana che stavolta va in frantumi e si fionda verso la X. Io sono lì, col suo piccone in mano. Glielo porgo, e rimango a guardare un altro pezzo di mercato comparire sul muro.


Gianluca Cataldo