Le ossa di Philip Lancey - Lorenzo Iervolino

«Faccio entrare?» gli sembrava dicessero gli occhi del Maggiore Walcott, la cui sagoma corta e solida era ben visibile attraverso la finestra ovale della locanda di Ronny Stweart. Il bar, uno stanzone rettangolare di legno scuro sormontato da sei minuscole stanze da letto, era stato tirato a lucido da Ethel e Romilda Stweart, quasi meglio di quella volta in cui ci si aspettava che il neoeletto Presidente Garfield passasse in città per una visita. In realtà, nel suo giro di ringraziamenti, l’ex senatore repubblicano non aveva previsto di scendere più a sud di Pittsburgh, dove per altro non arrivò mai, dato che quell’avvocatucolo francese gli sparò in petto alla stazione di Washington.

«Non ancora, John», sussurrò Lancey, sorseggiando il suo secondo bicchierino di brandy. Il Maggiore Walcott vide la sua mano libera lasciata aperta a mezz’aria, e scosse la testa verso gli uomini in fila. «Non ancora, ragazzi» ripeté.

Robert J. Lancey, una scena così non la vedeva dal tempo in cui dava la caccia a “Lupo Giallo” Barnard nella valle rovente del Guadiana, e passando sotto i portici della Villa di Durango aveva trovato un centinaio di uomini (e anche qualche donna) in fila, ordinati, uno dietro l’altro, in trepidante attesa di poter essere arruolati direttamente dall’Alcalde Gutierrez nella spedizione contro i cugini Mc Arthur. Lancey li aveva conosciuti bene, i Mc Arthur, e sapeva quale crimine atroce avessero commesso quell’estate, ma (anche se non vi aveva mai preso parte), le volte in cui si era trovato a pensare al pelo fradicio di una volpe rossa inseguita da un branco militarizzato di English Foxhound con gli occhi iniettati di sangue, e da cavalieri ingiubbati e armati, sempre, istintivamente (e programmaticamente), aveva parteggiato per la volpe. Inoltre, stavolta, era diverso. Il destinatario di quella spontanea mobilitazione era lui. E sebbene in fila fuori la locanda degli Stweart ci fossero solo una ventina di uomini disarmati, la sproporzione della posta in palio era a dir poco sbalorditiva: non c’era nessuna gloria da andare a conquistare, come con l’impiccagione dei Mc Arthur, avvenuta molto più a nord di Victoria de Durango, sotto una pioggia di sabbia che offuscava la vista e non permetteva di respirare. Stavolta, (e non c’era essere umano dotato di normale intelletto che ne potesse dubitare), si andava a morire.
Lancey fece ondeggiare il bicchiere in piccoli semicerchi, il vetro, a contatto con i polpastrelli, gli diede un brivido di freddo. C’era una testa di alce sulla parete di fronte a lui, e Robert era convinto che l’animale (non la sua estremità mozzata, la rappresentazione impagliata e simbolica, ma lo spirito dell’animale, il condensato di percezioni vissute nell’attimo ultimo di consapevolezza della morte, non appena il sospiro vitale si stacca dal corpo) lo stesse guardando. E giudicando. Le lancette arrugginite a forma di piccole spade della guardia federale si sovrapposero sul grande orologio a parete, scavato in un acero rosso, abbattuto forse nel vicino Colorado: mancavano cinque minuti alle undici. Tra poco più di un’ora Caspar Reutingër (il suo fedele, fedelissimo, inseparabile, e riconoscente fino all’ultimo sangue, Caspar “Reddy” Reutingër, sàssone incapace di sparare ma pronto a mangiare, se necessario, ancora pulsante e caldo, il cuore di un nemico che avesse osato mancare di rispetto a Lancey) sarebbe venuto a prendere la donna, passando dal retro della locanda. Robert chiese un altro brandy. Lo chiese con le dita e con il sopracciglio leggermente incurvato sotto i ciuffi castani rigati di bianco, e Ronny capì. Stavolta prese la bottiglia dalla fila più in alto. Versò senza guardarlo, passò la manica del camice bianco sotto il naso, scompigliando i baffi folti e grigi, e si tappò la bocca per non dire nulla a proposito di ciò su cui lui – come chiunque altro in città, nell’ultimo mese – si stava arrovellando fino a impazzire. Lancey bevve. E per un attimo pensò alla donna. Alla sua pelle nera e lucente, bagnata dal sole che trapelava dalla tenda di panno, e irradiata da un’energia ignota, che Robert credeva di saper riconoscere. Dal collo alla spalla la cicatrice sul corpo di lei sembrava un lombrico gigante, pallido, squamoso. Lancey si concentrò sullo sguardo della donna: l’acqua della tinozza di abete, nella quale era immersa fino alle ginocchia, faceva salire una nebbiolina di vapore, dietro cui gli occhi erano minuscoli e immobili, come quelli di un bisonte ferito e raggiunto dai bracconieri. Ma non era lui la causa di quella ritrosia, di quella paura viscerale. O almeno questo si ripeteva. «Hai tempo fino alle dodici» le aveva detto, indicando le scale che si srotolavano oltre il finestrone a ghigliottina. Lei non aveva detto nulla. Era rimasta in piedi, nuda e splendente, i seni grandi con i capezzoli neri, l’addome perfettamente ovale, le gambe forti come il fronte di un bosco di montagna visibile già a valle. Poi si era calata lentamente nell’acqua bollente, senza smettere di guardarlo. Lancey aveva soffiato via una goccia di sudore che gli stava scivolando sul naso. Ed era sceso giù al bar.

 

 

«Dr. Rodgers… Dr. Rodgers…». Lancey ci teneva a mantenere un tono di voce pacato e a dimostrare, anche durante questo ennesimo colloquio, un certo distacco. Il Dr. Rodgers però non smetteva di parlare. I suoni che emetteva erano striduli, l’unico occhio aperto quasi supplicante. Lancey pensò che a breve Ben Rodgers gli avrebbe preso le mani tra le sue, un contatto che più di ogni altra cosa non avrebbe potuto sopportare. «Dr. Rodge… Ben! Ben, basta, porca puttana, stai zitto!».
Il corpo minuto dell’uomo ricadde sulla sedia, come fosse stato calato giù da un argano dei cantieri della Southern Pacific. Le parti del suo corpo rimpiccolirono in un istante. Il suo gessato blu (caldo per la stagione e fuori misura, ma molto elegante) sembrava d’improvviso non contenere nulla. «Bob, io ti devo la vita. Devi concedermelo» disse il dottore, riprendendo il suo tono da preghiera. «È solo grazie a te che ho potuto vivere altri dodici anni, ho visto Billy diventare un uomo, e prendere il mio posto. Dodici anni, Bob, sono quasi una vita. Posso permettermelo adesso, di venire a…» Lancey non lo aveva interrotto, ma era chiaro che neanche il Dr. Rodgers sapeva come riferirsi a quella cosa che aleggiava al di là delle colline e che sarebbe sicuramente arrivata in città, se qualcuno (e chi meglio del grande Robert J. Lancey?) non fosse intervenuto. Era altrettanto chiaro che non poteva andare da solo. Non stavolta. Per questo, il Maggiore John Walcott aveva dato vita a quell’audizione: un uomo, almeno, lo avrebbe dovuto accompagnare.
«Vattene a casa Ben. Vattene a casa». Lancey non lasciò trapelare neppure un’inflessione di dubbio, uno spiraglio di possibile appello a cui il Dr. Rodgers avrebbe potuto aggrapparsi per ricominciare la sua lagna. Robert lo vide alzarsi con una lentezza snervante, anche se percepiva, nei movimenti del dottore, un qualche odioso, ipocrita, benché comprensibile sollievo. Ma poteva forse negare che anche lui, solo poco prima, si era sentito lusingato dall’ammissione di Rodgers? Gli aveva davvero donato un pezzo di vita? Edificato un prolungamento alla fine, striscia di terra su cui continuare a camminare, al di sopra del fuoco che arde e oltre ogni possibile preghiera? Gli piacque credere di sì.
«Maggiore!» disse Lancey, stavolta alzando la voce. Nella locanda si sentiva solo il respiro profondo di Ronny Stweart che da dietro il bancone faceva di tutto per non fissare Robert, e il tintinnare minimo dei bicchieri e dei pochi piatti che Ethel e Romilda spostavano con la delicatezza che si riserva alla soglia della caverna di un drago, che solo san Giorgio ebbe l’ardire di svegliare. Le due sorelle conservavano una certa misteriosa bellezza, rigida, ma ancora desiderabile, nonostante il tempo e la scelta di non sposarsi l’avesse ricacciata sotto evidenti strati di segni sulla pelle e un’austerità negli abiti che si sarebbe detta maschile. I passi del Maggiore Walcott risuonarono pesanti sul legno del pavimento. «Abbiamo finito?» chiese Lancey. «Tanto lo sa che è tutto inutile. Andrò solo». Le mani tozze del Maggiore si poggiarono sulla giacca leggera, sbottonata, al centro della quale intrecciò le dita corte come proiettili a salve.
«Sei convinto sia la cosa da fare, Bob?» balbettò Walcott, in piedi, accanto al tavolo su cui Lancey era poggiato con i gomiti e che di solito era utilizzato dai più incalliti giocatori di poker. «Hai solo quarantatré anni, non è detto che tu debba per forza…»
«Quarantatré anni sono anche troppi, Samm».
I due si guardarono. E al contempo non guardavano nulla.
«Tu sai bene, Bob, che… se non ci fosse stato mio nipote, io… è il primo maschio… Sai, Bob, lo hanno chiamato Sammuel, come me».
Robert J. Lancey non disse nulla. Né guardò il Maggiore. Guardò invece la testa dell’alce che ancora lo fissava, e chiese nuovamente (forse proprio a quello sguardo di pietra gelida) se avessero finito. Il Maggiore Walcott si voltò verso l’ingresso e fece un ampio cenno con la sua mano larga. Poi, dopo aver abbozzato un saluto, si defilò.
Steven “Baby Dog” Lancey entrò nella locanda come se lì fuori, dove aveva aspettato diligentemente nascosto per tutta la mattina, ogni cosa creata dall’uomo sulla Terra stesse arrostendo, senza rimedio.
«Cristo santo, Stivie!» disse Lancey, e sputò per terra.



«Ascoltami tu, adesso, Bob: se non ti è chiaro, quello è anche il posto dove io sono cresciuto, e quell’uomo rimasto eroicamente là sotto era anche mio padre!». Baby Dog parlava ululando, e agitandosi nel solo spazio che la scena gli riservava: quello del fratello giovane, che non ha mai avuto voce in capitolo su nulla. Lancey si sporse in avanti. Conosceva quella situazione perfettamente, avrebbe potuto descriverla in anticipo, istante dopo istante, per quanto la sentiva, senza sforzo, al centro esatto del suo lobo frontale. Aveva tutte le parole che era necessario dire, compresse tra denti e labbra. Però masticò saliva per qualche secondo. Poi sorrise. «Stevie, alle dodici Caspar verrà qui e tu andrai con lui. Deve portare una schiava da Cunningham, ma ti lascerà alla stazione di Warlock. Alle cinque arriverà Melanie Goldwhite, una mia amica e socia in affari; dovrai andare con lei a Boston. Melanie e io abbiamo rilevato il Circo Sommersey e il loro maneggio». Qui si concesse un respiro, profondo. «E siccome io non ci sarò, Stevie, toccherà a te fare da addestratore e gestore. Non sei sempre stato tu il più bravo in sella, Stevie? Non sei sempre stato tu il migliore tra noi due?»
Lancey allungò il braccio per stringere quello di suo fratello. Quando le sue dita erano ormai sicure di afferrarne il polso, Steven “Baby Dog” Lancey si ritrasse, e gridò: «Mi avete sempre voluto dire cosa dovevo fare, tu e papà. Per tutta la vita! Se ci fosse ancora nostra madre, lei capirebbe che il nostro nome va onorato da tutti e due. Io verrò con te Bob, perché quello lì sotto a… quello, Bobby… quello era mio padre».
«Vuoi parlare di papà, Steven? Vuoi parlare del vecchio per davvero?» la calma e il controllo si dispersero come carovanieri investiti dai mulinelli di sabbia sul confine di Sonora.
«Forse hai dimenticato di quando ti teneva la testa immersa nell’abbeveratoio delle vacche finché non stavi per annegare? O di quando ha marchiato a fuoco sulla coscia nostra madre perché fosse chiaro che gli apparteneva? E devo andare avanti? Vuoi che vada avanti, Steven? Devo ricordarti cosa ha fatto ad Albert Taylor?». I pochi presenti si erano nascosti, o si erano dissolti come alcol evaporato da una bottiglia aperta. Lancey poteva infatti vedere solo il volto di suo fratello, la bocca spalancata, gli occhi stravolti, e poi l’alce, sopra di loro, nel suo persistente giudizio. Robert adesso era in piedi, sempre più alto di suo fratello, anche se questi lo aveva raggiunto, in altezza, ormai da anni, o forse persino superato. Ma quella era stata (e ancora sarebbe stata, se il tempo a sua disposizione non fosse ormai pressoché terminato) la postura con cui gli aveva sempre parlato.
«Tu, allora, Bobby… perché ci vai?»
La voce di Steven era quella di uno sconfitto. Ma Lancey, l’unico Lancey che sarebbe partito per quella spedizione, in quel momento, davanti al tremore che risaliva dalla gola di suo fratello, si sentiva tutto fuorché un vincitore.

 

 

Il vestito della donna era lacerato sul lato sinistro, il suo color turchese lo rendeva però troppo appariscente. Lancey ebbe un sussulto, ma ormai era tardi. Il viso e i capelli di lei, almeno, erano nascosti da una coperta di cotone chiaro. Oltre la finestra le sagome erano piccole e distorte dal caldo che trasudava dalla terra, l’espressione di Caspar Reutingër era comunque netta, e chiara: quella di chi vede per l’ultima volta in vita sua la cosa più bella capitatagli davanti agli occhi, svanire via, per sempre. «Vai Reddy. Vai!» disse Lancey da dentro la locanda. Steven e la donna salirono sulla carrozza, lui senza voltarsi indietro, lei comandata per un braccio come fosse un’ingombrante refurtiva. Caspar attese un altro cenno di Lancey, prima di sancire quell’addio.
«Bob! Ma dove vuoi andare, Bobby-boy?»
Lancey ebbe l’istinto di voltarsi. Di cercare (seppure fosse ben conscio dell’assurdità della cosa), certezze materiali. Quella voce sapeva penetrargli il petto come il trapano di un intraprendente mormone. I ricci biondi, il corpo dinoccolato, le spalle larghe: era, nell’immediato, per lui, il quadro esatto del piacere.
«Al… Al, che ci fai qui?» disse rimanendo a guardare in direzione della carrozza, che ancora esitava a lasciare il piazzale. Ebbe il desiderio – viscerale, carnale – che Albert fosse davvero una decina di piedi dietro di lui, là, a portata di stretta di mano. Di abbraccio. Forse non sarebbe stato il più intenso. Sicuramente l’ultimo. Il pensiero gli si cancellò dalla mente; forse era il brandy, o questo sudore che gli si attaccava al collo, alla schiena. Non sapeva come, ma adesso stava pensando a quella famiglia di neri. Al fatto che lui e Caspar avessero atteso così tanto, e portato via solo la donna. Non poteva negare che per alcuni istanti aveva pensato di non intervenire affatto, di non immischiarsi o, ancora più difficile da dirsi senza mentire, che avrebbe voluto spogliarsi e sfogare il suo cazzo anche lui. Ma poi avevano sparato a Berger e Simmons, e Caspar aveva spinto la canna del fucile nella bocca di padre Gustav: «Un movimento e vai a salutare il tuo superiore da molto, molto vicino!». Forse la cosa migliore sarebbe stata saltare su quella carrozza e sparire assieme all’uomo che si sarebbe fatto spellare vivo per lui, con suo fratello e con quella donna, ormai sola, che aveva visto l’orrore e che sarebbe stata sola e con il marchio dell’orrore anche da liberata. Andare a Boston con Miss Goldwhite, trattenere con sé Steven e voltare le spalle per la seconda volta all’intera città, a suo padre, al suo passato.
Invece alzò e riabbassò il braccio con vigore. Tornò sui suoi passi e scansò il bicchiere vuoto. Arrotolò una sigaretta con dentro pessimo tabacco messicano. «Ciao Albert» disse, sfregando un fiammifero sotto lo stivale, senza riuscire ad accenderlo. «So che tu non sei qui, Al, non fregarmi».
Lancey si guardò per un attimo intorno. Ronny Stweart stavolta lo stava osservando e lo osservavano le sue figlie, così come la testa dell’alce cieco e morto e pieno di quella vita che continuava a scorrere, in qualche modo, dentro di lui, come sempre continua a scorrere al di là delle nostre spoglie. Tentò nuovamente di accendere, fallendo.
«Vuoi saperlo anche tu, Al? Ma tu lo sai meglio di me» disse Lancey mentre vedeva svanire, oltre la finestra, gli ultimi sbuffi della polvere sollevata dalla carrozza. «Tocca a tutti pagare. Tocca a tutti, prima o poi». La fiamma divampò improvvisa, poi si ridusse alle dimensioni necessarie a far bruciare la testa della sigaretta. Lancey respirò un paio di volte. Poi uscì dalla locanda degli Stweart.

 

 

Robert J. Lancey teneva lo Spencer a ripetizione ricaricabile poggiato contro il fianco del cavallo, e la pistola inglese a canna lunga modificata, stretta nella mano sinistra. Galoppò oltre le rovine di Fort Kensey, dove da ragazzo per un anno intero aveva badato ai cumuli di teschi di bisonte alti come montagne appartenuti a Donald Taylor. Il padre di Albert li vendeva come materiale da concime, per rendere forti e fruttuose quelle terre nuove, che però già puzzavano di pellame di coniglio secco e marcio. Appena intravide all’orizzonte la massa arancione e violacea gli mancò per un attimo il respiro. Sembrava di vedere il tramonto di Oaxaca, o l’incendio che in tre giorni e tre notti aveva divorato Santa Fe. Ma non era così. Non era simile a niente a cui si potesse dare un nome. Adesso che la vedeva con i suoi occhi, ebbe la certezza che quella cosa si trovasse proprio sopra il loro vecchio ranch, e sulla proprietà dei Brown, ma soprattutto su quella che era stata per mezzo secolo la tenuta Lancey. Suo padre non era voluto andare via. Era rimasto a sparare alla nuvola di sale, (così come aveva sparato a uomini e donne Navaho e Tohone assieme a nonno Cornelius e agli altri, che si facevano chiamare pionieri), fino al momento in cui questa massa ignota e fumosa lo aveva incenerito, o inghiottito, o qualsiasi cosa facesse alla carne viva.
«Yuhaa! Yuha-ah!»
Il Reverendo Morrison aveva gettato il cappello sulle spalle, il cordino di cuoio gli batteva ritmicamente sul gozzo arrossato. I suoi pochi capelli bianchi e scompigliati fluttuavano nel vento, la sua presa sulle redini era agile e sicura. Sembrava un ragazzo in qualche rodeo a El Paso del Norte, e invece era un vecchio decrepito che cavalcava con la forza delle ossa, dei nervi, delle cartilagini: non aveva più muscoli né pelle. Ma i fulmini gli lampeggiavano negli occhi e imprecava dio, minacciandolo così come si minaccia qualcuno che si muove nel buio. Non si era neppure presentato all’audizione, a quella messinscena di buoni propositi nella locanda degli Stweart: era comparso, già a cavallo e armato, con il suo ghigno di pochi denti grigi, accanto al posto di cambio in cui sapeva sarebbe venuto Robert J. Lancey. Non si erano detti nulla. Erano solo partiti puntuali rispetto all’annuncio appeso fuori l’ufficio del Maggiore Walcott. Ore 4 del pomeriggio: inizio spedizione.
Il terzo cavallo, che Morrison colpiva di tanto in tanto con una frusta messicana, trascinava un carretto pieno di dinamite. Lancey li precedeva di una cinquantina di yard. Rallentò il galoppo prima di Skinny Hill. Là, tantissimi anni prima, si rifugiava con Albert a fumare, imbracciare la vecchia carabina rubata a suo padre e a sparare verso inesistenti assalitori. Proprio lì si erano spogliati per la prima volta, e si erano guardati, in maniera diversa da quando andavano al piccolo Horse Lake con Steven, le figlie di Ronny Stweart, Thomas Auckland e gli altri ragazzi, figli di bovari e coloni come loro. Gli occhi di Lancey si riempirono del volto di Al sfigurato dal taglio, il sangue colato sulle sue mani. Gli bruciarono, gli occhi, e ancora una volta si rifugiò altrove: lo sguardo della donna adesso gli si prefigurava come quello del bisonte quando carica, dritto per dritto, e il tuo Winchester non si decide a sparare. Robert avrebbe almeno potuto salvare quel colosso con gli occhi gialli e i capelli di lana bruciata, molto probabilmente il suo uomo, e forse anche la sorella di lui, una ragazzina tutta ossa, con la schiena curva come quella di una vecchia bracciante haitiana. Ma era rimasto a guardare. Aveva lasciato Caspar inerte e con la bava alla bocca, bloccato nell’istinto che Lancey conosceva benissimo, ovvero uscire da dietro il separé e uccidere quei due uomini a mani nude. Ma forse Robert – si diceva ora tra sé – non era così diverso da Simmons, né da Berger che lo aveva guardato incredulo puntargli la colt al centro della gola.
«Eh-oh! Eh-oh! Eccola, quella montagna di merda, Bob».
La nube era a tre miglia, ma dava l’impressione di potergli piombare addosso in ogni istante. A ovest, l’altopiano continuava a essere solcato dalle carovane di carrozze dirette in California, con i loro tettucci bianchi che le facevano sembrare vertebre nude di lunghi rettili scuoiati. I pianti dei nuovi figli d’America si sentivano fin là, come se quei convogli fossero immobili, perenni, parte stessa del paesaggio. Lo sferraglio della Southern Pacific pungeva l’aria oltre le colline. La vita scorreva attorno a loro, come il ruscello sacro a cui si erano abbeverati i Sioux, che continuavano a crederlo eterno. Qualcuno sarebbe venuto a chiedergli conto della morte di Simmons e Berger, che Lancey, senza doversi troppo sforzare, poteva vedere davanti ai suoi occhi, rantolanti sul pavimento di quel magazzino. Sarebbero state la tacca numero quattordici e quindici sul calcio del suo fucile, ma aveva smesso da un pezzo di aggiornare quel conto. Da quando se ne andava in giro esibendo il documento rilasciato dalla Repubblica del Texas, su cui, sotto al suo nome, campeggiava la qualifica ufficiale di mercante di pelli. Forse era quella la fine che meritavano Simmons e Berger, essere scotennati e venduti. Ma se la meritavano loro, allora, si diceva, era la fine che meritava anche lui.
«È arrivato il momento, Bob?» chiese il Reverendo Morrison, fischiando tra i denti, e agitando la frusta. «L’inferno è là fuori che ci chiama, ragazzo», sembrava uno scheletro pazzo e incendiario.
Lancey rimase in silenzio. Cercò di percepire qualche suono famigliare. Cercò perfino qualche ricordo (si disse, in maniera del tutto incomprensibile anche per lui), “da portare con sé”.
«Voglio confessarmi, George».
«Dio di un cane!» scoppiò a ridere Morrison, con il ghigno di un coyote morente. «È da quando era una bambina tua madre che non parlo più con il Grande padre celeste!»
«Ma sicuramente sei più vicino a lui di me».
Il tonfo del mucchio di cacca del cavallo di Morrison sollevò uno sbuffo di polvere. Lancey era un bagno di sudore. Spinse con decisione i piedi dentro gli stivali. Bevve acqua dalla borraccia di stomaco di capra. Sapeva che a breve sarebbero usciti da dietro la protezione di Skinny Hill. Che Morrison si sarebbe lanciato con i due cavalli e il carretto imbottito, per poi staccarne uno e fermarsi. Lancey avrebbe allora avuto dodici colpi per centrare l’innesco, una botte su cui avevano dipinto una grande ics con la vernice rossa. Poi sarebbero rimasti a guardare.
«Dio, chiedo perdono…» iniziò.
«Cristo santo, ragazzo, fai sul serio».
«Chiedo perdono per quei negri tuoi figli che…».
Morrison si affrettò a tirare fuori dalla borsa sfrangiata un crocefisso arrugginito e incrostato.
«… chiedo perdono per quei tuoi figli che ho fatto ammazzare». Lancey sapeva che non si sarebbero fermati. Che avrebbero continuato a cavalcare e sparare e non avrebbero avuto paura, o se l’avessero avuta avrebbero gridato e guardato dio negli occhi, «Chiedo perdono per le sofferenze che da me si sono rivolte ai tuoi figli», e così Lancey avrebbe potuto smettere di mentire e ammettere che non c’entrava la donna, né gli altri schiavi stuprati e ammazzati da Simmons, Berger e da padre Gustav. Che non c’entravano i suoi impulsi. «Chiedo perdono per le sofferenze che da me si sono rivolte ai miei cari». Avrebbe potuto dirsi che a Boston non ci sarebbe mai andato e se adesso era qui, come un alce in trappola, o come lo spirito di un alce decapitato che continuava ad accusare il genere umano, era perché aveva vissuto come aveva potuto. «Chiedo perdono, e nel giorno della fine saprò accettare il tuo giudizio». E avrebbe dovuto ammettere di non rinnegare nulla, e che se era lì, pronto a sparare all’ignoto, non c’entravano i rimorsi, ma era per un solo e unico motivo: perché quelle ossa polverizzate, inscurite da questa nube di sale che già gli mozzava il respiro, quella cenere defraudata e cancellata dalla terra ansimante, quello, era stato (e in un certo senso era ancora), Philip J. Lancey. Suo padre.
«Amen» disse il Reverendo Morrison.
«Amen».

 

Lorenzo Iervolino

[foto: time.com]