I corvi di Galana - Vanni Lai

Scesi dalla montagna perché qualcuno mi disse che Zusepe Crobe si nascondeva dalle parti di Galana. Avevamo un conto in sospeso con lui, o qualcosa del genere, così salutai gli altri e assicurai che sarei tornato presto. «Oltrepassa la piana senza roccia» mi dissero «là dove un tempo non si vedeva altro che fumo. Quando lo trovi, a Zusepe, portacelo qui. E se non vuole venire digli che verremo noi a prenderlo».

Così feci il solito cenno di assenso e mi misi in cammino. Pensavo di trovarlo subito quel maledetto posto, ma ci vollero molti giorni prima di giungere a Galana. Quando vidi che l’erba era nera, e così gli alberi, capii di essere vicino. La strada che dalla piana saliva verso me portava sussurri e cantilene antiche. Io proseguii a scendere il declivio e a guardarmi attorno fino a quando mi trovai di fronte quello che mi sembrò essere un fantasma. Saliva lento e fluttuante nella polvere, poi si mise a sedere su un muro che costeggiava la strada bianca. Voltò la testa e attese che arrivassi più vicino a lui. Infine si sfilò il lenzuolo senza dire una parola, lo ripiegò e lo nascose nella bisaccia. Era un vecchio.
«Carabiniere?» mi chiese.
«Ho la faccia da carabiniere?» risposi.
«No, per niente».
«Vado giusto per Galana?»
«Segui il vecchio incendio» disse il vecchio «non puoi sbagliare».
«Cerco un uomo che si chiama Zusepe Crobe. Mi hanno detto che abita da quelle parti».
«Puoi provare, ma non c’è più nessuno a Galana. Oppure… potrebbero esserci ancora Proto Melis e Tettedda, se non sono morti».
«Voi venite con me?» chiesi.
«Non posso» rispose «devo fare il fantasma».
Entrambi proseguimmo il cammino in direzione opposte e non mi voltai più verso il vecchio. Presto vidi lo scorrere lento dei cespugli grigi e un albero di quercia solitario, riparo di un gregge disperso in mezzo a un campo. Per ore attraversai la piana bruciata, sotto il volo di uccelli neri e il canto dei grilli nascosti nella calura del pomeriggio.
Finalmente giunsi a Galana, bella come il sogno di un viaggiatore assetato. Stava su un promontorio, come ce ne sono tanti qui e altrove, forse, ma questo era fatto di rocce aguzze, rosse sotto i raggi del sole. Erano così possenti e alte che sembravano chiudere un panorama senza orizzonte, e davano al luogo un tono selvatico, poco propenso ad accogliere nuovi arrivati. Ma poco più in là si vedeva il mare blu e incantato come nelle mattine di maggio.
Più mi avvicinavo e più le campagne erano annerite e desolate, regno degli ultimi corvi rimasti a comandare su quelle terre. Pensai che Zusepe Crobe avesse scelto proprio un bel posto per andare a nascondersi.
Entrai in paese a tarda sera. Una nebbia scesa all’improvviso lo avvolgeva. Le bandierine scolorite, mangiucchiate dalle intemperie, ricordavano una festa ormai passata e dondolavano con lentezza sui fili all’ingresso di Galana. Le case erano così basse che quasi si potevano toccare i tetti e, dentro la nebbia, sentivo delle voci che ripetevano il mio nome e si perdevano negli echi delle vie più anguste. «...teu ...ortes ...teu ...ortes». Qualcuno mi chiamava. Era un’ombra in fondo alla strada, avvolta da quella coltre che pareva venire fuori dall’inferno. Alzò un braccio e sparì dentro una delle ultime case. Io andai verso quella direzione.

«Di Zusepe Crobe qui si sapeva poco» mi disse Proto Melis di fronte a un bicchiere di vino. «È venuto giù dalla montagna in un giorno di nebbia, da quella strada che non ci passa mai un’anima, né ad andare né a tornare. La vedete? È proprio lì. Da queste parti girava come un’ombra, e si faceva vedere solo per comprare pane e formaggio, poi se ne rientrava in quel tugurio dove erano andati ad abitare. Già, perché mica era solo, si era tirato dietro pure lei, che aveva una pancia che non finiva più. E pure un bambinetto di cinque o sei anni. Io li ho visti, il giorno che sono venuti. Poi è sparita anche lei nella grotta. Alene si chiama. O si chiamava. E il bambino era Cosma, cuddu colzu. Ma quando faceva qualche raggio di sole la vedevi seduta fuori, Alene, su quella pietra vecchia e muschiosa dell’ingresso. E sarà stato il caldo e la luce che correva sotto le nuvole e finiva proprio nella baracca, ma lei non si riusciva mai a vederla in faccia. I capelli lunghi aveva, e un vestito a fiori, largo che sembrava la madonna nera degli zingari. Non si poteva dire se fosse bella o brutta».
L’uomo guardò fuori dalla finestra. Qualcuno passò in strada, e pareva che stesse portando il buio nelle dimore del circondario. Una donna in gramaglie entrò in casa con un altro fiasco di vino.
«Io sono qui da tanto tempo ormai, disse l’uomo, insieme a mia moglie Tettedda».
«E a me mi ha presentato lui», disse lei, togliendosi lo scialle.
«Sembrate affaticato per il viaggio», proseguì Proto Melis. «Sicuro che non volete da mangiare?»
«No, grazie».
«Avete fatto tanta strada».
«È così», risposi.
«Mangiate, disse Tettedda, «mangiate perché questo posto è l’ideale per il riposo. Mangiate e poi andrete a dormire».
Non potei rifiutare la zuppa che mi servirono. Guardai ancora fuori dalla finestra e vidi soltanto il buio. I cani abbaiavano lontani ma non si sentiva altro al di fuori di quel latrare.
«Zusepe Crobe non c’è riuscito nessuno ad agganciarlo», continuò Tettedda. «Non ha fatto amicizia neanche con il cane del maniscalco, lo dicevano anche i bambini, quando ce n’erano ancora in questo posto. Se passava Zusepe Crobe in strada, il cane gli abbaiava contro e se ne rientrava subito in officina. È passato così tanto tempo che non siamo sicuri neanche che si chiamasse in quel modo. Ma mi pare che si chiamasse Zusepe Crobe. La gente da queste parti diceva che lei era sua sorella», proseguì la donna, «e che se n’erano scappati dalla montagna perché lui giocava e aveva debiti. Altri dicevano che il bambino che lei portava in grembo era l’obbrobrio che doveva nascere da quella unione. Quando lo seppe, il medico di Galana andò a trovarli, in quel buco, ma non gli aprì nessuno. La casa sembrava chiusa come quando era sfitta. Abitata da ombre... Ma adesso è meglio che andiamo a dormire, ché sono stanca, e questi non sono argomenti da trattare di notte. Guarda, anche Proto se ne è già andato a letto».

«Respiri e passi, la pioggia ha iniziato a battere e sembra coprire i bisbigli, voci lontane trasportate dentro il tubo della stufa. Odore di muffa e fuliggine. Tac tac sulle pozzanghere di fango nella strada. Ascoltala. Ecco che aumenta».
«Dov’è ora Zusepe Crobe?»
«È morto, credo».
«Da quanto?»
«Non me ne ricordo».
«Sono venuto per nulla?»
«Da là non viene mai nessuno. Tranne loro. Loro verranno».

Riesco a sentire ancora i sussurri e il lieve incedere sui mattoni di questa grande casa. Una trottola, e ancora passi. Vanno e vengono, forse dal tugurio qui a fianco. Ma non riesco a distinguere quei suoni. Ho gli occhi pesti e credo d’aver dormito troppo. Fuori si è fatta sera. La sagoma dell’uomo si allunga nella stanza, guarda verso il campo desolato che dall’altra parte della strada sembra estendersi fino al mare. Poi si gira verso il mio letto.
«Usciamo», mi dice.
Sento qualcosa come un tumulto lontano, nella campagna, e nell’aria l’odore di cavalli. Ora Galana si è fatta silenziosa e fredda, e nella distesa dal blu intenso sopra di noi Venere e tutte le stelle luminose brillano fisse e ancora più silenti della notte stessa. Camminiamo per un po’ tra le case basse, poi Proto Melis si ferma in una via, su in alto. Per riprendere fiato si siede su un muraglione che dà sul costone di roccia che guarda al resto del paese. Da qualche parte giunge l’eco di qualcuno che suona. Una fisarmonica, forse. È un suono vecchio, dimenticato.
«Questa musica… Arriva forse dalla piazza?»
Proto Melis non disse niente.
«Io lo sento. Come se ci fosse una festa».
«C’è sempre una festa giù in piazza, come tutte le notti. È una festa antica, di quelle con canti e balli e la gente profumata, con i suonatori fino all’ora più tarda».
«Vorrei vederli», dissi.
«Oh, io non li vedo da molti anni».
L’uomo si alzò e con pochi passi si allontanò dal muro. «Quella è la montagna» disse alzando il braccio verso est. «E Zusepe Crobe è lì da qualche parte, che si nasconde».
«Mi sento stanco» dissi, «vorrei tornare a casa».

Ancora il vociare della gente e i rumori della festa. Mi alzai e uscii di nuovo. Non sentivo più freddo. Attraversai la strada ritrovandomi sotto gli alberi che frusciavano nel vento caldo. Poi mi voltai verso la casupola abbandonata, la catapecchia di Zusepe Crobe. Le finestre erano nere come due occhi malvagi nella notte. Ebbi come l’impressione che all’interno si fosse mosso qualcosa, forse una vecchia tenda. Mi sedetti per terra e da quel punto osservai la casa. Un sottile bagliore di luna scendeva sulla pietra liscia dove un tempo sedeva Alene. Ora la tenda non si vedeva più, ma dalle finestre semiaperte arrivava un’aria malsana, dal sentore di morte antica. «Dove sei, Zusepe Crobe?» Presi una pietra e la lanciai. Il sasso centrò in pieno i resti di un vetro e si perse da qualche parte nell’oscurità della stanza.

Zusepe Crobe riemerse dal buio, si scosse dal torpore con un grugnito e subito le afferrò una spalla. Negli occhi di lei batteva una luce flebile.
«Scaldami la colazione» disse lui.
Lei era già sveglia. Si tolse di dosso la coperta e si alzò a fatica. «Solo un minuto» disse. «È da più di un’ora che gridi e mi tiri calci».
«Ho sognato», fece lui.
Ora lei camminava goffa nel mezzo della stanza fredda e polverosa, sorreggendosi il ventre e il peso che portava da mesi. Prima di dirigersi verso la cucina lanciò uno sguardo a Cosma, che giaceva sul pagliericcio e dormiva beato. Un’oscura cantilena fatta di sommesse imprecazioni proveniva dal letto dove Zusepe si era messo a sedere e con i piedi luridi calpestava le vecchie lenzuola che sfregavano a terra. Il suo sguardo assonnato si posò sul pavimento.
«Cos’è quella roba?»
Alene si avvicinò alla finestra. «È solo un sasso» disse, «l’avrà lanciato qualche bambino».
«Ha rotto il vetro, fece Zusepe».
Il poco che ne restava.
Mentre lei accendeva un piccolo fuoco per scaldare gli avanzi, lui si infilava le scarpe e la guardava di sottecchi nelle prime operazioni del mattino. Zusepe Crobe puzzava di sudore, aveva la fronte lucida e la barba umida come il pelo di un cane bagnato. Il sogno che aveva fatto quella notte era una litania che arrivava da lontano e, salvo omissioni, era più o meno questo.
C’era una chiesa che dava sul mare, e il mare stesso sprizzava scintille di acqua blu e sale sul dorso dell’edificio sacro. Un uomo avanzava piano tra la massa che stava china sulle ginocchia, vestita di soli stracci che a tutti coprivano le parti basse del corpo. Il sacerdote aveva il capo di piume rosse e bianche, e il petto colorato di un nero dolente. Quando passava, i fedeli alzavano i visi cotti dal sole, ed egli osservava quelle facce perdersi nel divino. Ma non c’era nessuna espressione sul suo volto. Né grazia né astio, nulla di nulla lo segnava. Poi dalla folla iniziò a levarsi un mormorio sommesso, e l’uomo che sognava iniziò a essere spinto da dietro e a provare paura. In un istante il mare si fece grosso, le nubi ammantarono tutto e il cielo si spense divenendo nero come il petto del profeta. Nitriti e fendenti nella calca. Ora il terreno sotto i piedi di Zusepe sapeva di ferro e dondolava come il ponte di una nave cigolante. Tutti fecero silenzio, e nessuno guardò più il sacerdote per molto tempo, fino a quando essi iniziarono a sentire freddo. Fedeli riuniti nella notte e fiaccole accese che spandevano nell’aria bagliori di luce rovente, le grida facevano il nome dell’uomo che sognava, e lui le sentiva ostili. Cercò di nascondersi rannicchiandosi in mezzo a tutto quell’ammasso di carni e puzza di umano, ma presto la folla lo trovò, e una moltitudine di uomini e donne senza volto lo spinse fuori dalla mischia, in avanti, sempre più avanti sull’orlo del baratro che vociava sotto di lui con un lamento di terrore e di onde sanguinanti.

«Vieni dentro o ti bagnerai» disse lei che stava nel buio.
Mi voltai verso la strada, poi guardai il cielo violaceo. «Non sta piovendo», dissi. «Dov’è Zusepe Crobe?»
«Pioverà tra poco», rispose la donna.
Spinsi quella che doveva essere la porta e mi ritrovai dentro la stamberga. Alene era a letto e si tirò sui gomiti. Era scarmigliata e indossava una vestaglia che mi parve di un colore vagamente rosa.
«Zusepe non c’è», disse lei. «E non vuole che io apra a nessuno».
«Era già aperto», risposi.
«Hai visto nostro fratello?»
«No».
«Dovrebbe essere in giro da queste parti. Cosma», gridò la donna.
Cercai di mostrare interesse alla faccenda e mi addentrai nella casa. C’erano un vecchio mobile e una stufa con i tubi storti.
«Ah, quella», fece lei. «Zusepe non l’accende mai. Non abbiamo i soldi per la legna. Sarà uscito a prenderne un po’. Ma siediti, non stare lì in piedi».
«Allora lo aspetterò qui», le dissi.
Ora il fascio di luce della luna batteva su un tavolo e due sedie che prima non avevo visto. Mi sedetti, e incrociando le braccia sopra vi appoggiai la testa. Chiusi gli occhi, poi li riaprii. Dal letto polveroso mi parve di distinguere una figura che si rivolgeva verso di me.
«Zusepe non mi dice mai dove va» disse «neanche quando esce per giocare a carte. Prima abitavamo altrove, ora siamo qui da un po’. Io mi chiamo Alene».

A Galana non c’era nessuno. Andai verso la casa di Proto Melis e Tettedda, ma con stupore la trovai senza porta e in stato di abbandono. Non c’era più vita là dentro. Dove avevo giaciuto fino ad allora? Credetti di essermi sbagliato, oppure di sognare, così tornai in strada alla ricerca di qualcuno e mi sedetti dove la via faceva una svolta. Due donne vennero fuori dal nulla, e tra i miasmi del primo mattino l’odore di sapone animale si confondeva all’umido della lana scaldata dal sole. Le vecchie passarono avvolte da uno scialle nero, in uno sfumare talmente rapido che mi sembrò davvero di vivere dentro un sogno. Le guardai, e non so come ma sapevo che entrambe erano di rientro dal cimitero. Tentai di avvicinarmi ma per un istante che mi parve eterno non riuscii a raggiungerle. Sparirono leste dietro un vicolo e io le seguii ancora. Soltanto quando i loro bisbigli si fecero più forti mi resi conto che le avevo raggiunte.
«L’ha ammazzato l’altra notte».
«Trovato nel bosco».
«Giagu Barca l’ha trovato».
«Pòbera criadura».
«Figlio del diavolo che lo ha fatto».
«Eccolo che arriva, non parlargli».
«Buongiorno» dissi. «Cerco un uomo di nome Zusepe Crobe».
Ma nessuna di loro mi rispose, ed entrambe sparirono dietro un vecchio portone graffiato dalle intemperie.

Arrivai fino all’ultima casa, sotto le rocce rosse alla luce del tramonto. Si vedeva una chiesa, e poi il mare, e sulla porta della casa c’era una donna che sembrava aspettarmi.
«Entra. Io sono Mimia Fiore, la levatrice di Galana».
Tutta la casa era fatta di roccia, come se le janas abitassero ancora da quelle parti.
«Cerco un uomo», dissi.
«Lo so. Ma non lo troverai. Non troverai nessuno qui, se non amore».
«Dov’è Zusepe Crobe?»
«Questo paese era bello un tempo», disse lei. «Galana, la bellezza. Pascoli rigogliosi, animali grassi, bambini che correvano per le strade e vecchi che non erano vecchi. Poi l’incendio e la devastazione. E l’abbandono. Come se la mano di Dio avesse prestato un favore a qualcuno, come se Egli si fosse fatto agente di vendetta. La gelosia dell’uomo è giunta a Galana».

«Tzia Mimia, ditemi, perché Zusepe Crobe è scomparso e ha lasciato Alene ancora qui?»
«Hai visto Alene?»
«Sì, abbiamo parlato».
«Quando?»
«Questa notte. O forse era l’altra, o l’altra ancora».
«Zusepe Crobe giocava a carte», disse lei. «Era in fuga dalla montagna. In molti lo cercavano. Non sei venuto qui per questo?»
«Forse. Ha giocato anche qui?»
«Sì, una partita a carte l’ha combinata, con la Morte. Ma ora ti conviene riposare, Matteu Decortes, cacciatore di uomini. Riposa, se riesci, perché questi sono ricordi che non spariscono, ma continuano a girare per le vie del paese, e mai si acquietano».

Un rumore metallico, qualcosa che batte e batte ancora, mi assopisco tra i suoi seni mentre fuori dalla finestra le stelle sembrano brillare e confondersi nella volta celeste. Il respiro di lei. Ma quel battere, quel battere continuo disturba il mio sonno.
«Tzia Mimia».
«Cosa c’è?»
«Non riesco a dormire, qualcuno mi infastidisce. Devi dire a Proto Melis di andare a letto, ché non mi sembra questa l’ora di lavorare».
«Non posso farlo».
«Perché no? Ho bisogno di dormire».
«Non è Proto Melis quello che batte».
«Chi allora?»
«È Zusepe Crobe».

Aveva smontato la grondaia verdastra che penzolava incerta dal tetto. La ripulì per bene dalle erbacce strappandole con i suoi grossi guanti gialli, poi ci passò sopra una scopa dalle setole consunte. Per un attimo la studiò in tutto il corridoio di ferro, e già batteva con un grosso martello nei punti che gli erano parsi più storti. Da dietro la finestrella, semiaperta e piena di muffa sui lati, arrivò la voce di lei.
«Ho la nausea», disse.
«Prenditi un biscotto».
«Non ho voglia di mangiare. Ho l’impressione che ci siamo quasi, me lo sento».
Lui fermò il braccio, e il martello restò sospeso a mezz’aria, come messo in pausa. «Sicura?» chiese.
«Non so».
«Non lo sai?»
«Bisogna che la chiami».
«No, c’è tempo ancora».
«Avevi detto che l’avresti chiamata».
«Non mi pare».
«A me sì, l’avevi detto. Mica posso stare così ancora per molto. Ci siamo quasi, te l’ho detto. Vai, vai e chiamala. E portati Cosma».
«Adesso non è ora, lei sarà occupata».
«Sì invece, lei verrà».
«Non conosciamo nessuno qui», disse lui mentre riprendeva a battere sulla grondaia sconnessa.
Nella baracca lei si fece sfuggire un singhiozzo, poi iniziò a piangere sommessamente. «Adesso ho sentito un colpo», disse asciugandosi le lacrime che le erano scese sul volto.
Ma Zusepe Crobe non la ascoltava più, aveva gettato il martello ed era corso dall’altra parte della strada, dove i campi incolti si stendevano fino ad altri appezzamenti dalle zolle arate, e la brezza che proveniva dal mare portava con sé l’odore acido dei pomodori marciti. L’uomo sospirò in mezzo al vento e il suo gemito venne trasportato via insieme alle pazzie che gli animali della campagna gridavano senza sosta fin dalle prime luci dell’alba.

Quando Zusepe Crobe rientrò aveva in mano un pacco, e ne tirò fuori una coperta raccattata chissà dove. Alene stava sdraiata e si tirò sui gomiti senza dire niente, mentre lui si avvicinava al letto che da tempo condivideva con lei. Prese la coperta per due lembi, allargò le braccia e dopo averla fatta schioccare la adagiò sopra il talamo. Cosma già dormiva, e il suo respiro sottile si sentiva appena nell’umidità della stanza, e non era dissimile da quello di un cucciolo abbandonato alla disgrazia del mondo.
Fuori la sera era scesa da un pezzo, ed entrambi gli adulti restarono a pancia in su, in silenzio a osservare la volta della stamberga, annerita da strisce verticali che correvano nella distanza da un muro all’altro.
«Non hai trovato nessuno?» chiese lei.
«Quando?»
«Oggi».
«No, nessuno».
«Dovresti lasciare i guanti da lavoro vicino all’entrata, non qui. Sono sporchi».
«Va bene».
«Non è che hai giocato, vero?»
«Lo sai che non gioco più».
«Devi dirmi la verità», disse lei.
«Ti ho detto che non ho giocato».
«Ah».
«E con quali soldi poi?»
«Non so, magari hai qualcosa da parte e non mi hai detto niente».
«Non ho niente da parte», disse lui.
«E la coperta allora?»
«Per quella ce li avevo, ma li abbiamo quasi finiti».
«Quanto?»
«Abbastanza, l’ultimo gruzzolo».
«Va bene», disse lei «non voglio che ti arrabbi».
Lui la guardò. Era rannicchiata sotto la coperta come un cane ammalato, e l’uomo ne vedeva soltanto i capelli e la forma della testa che poggiava sul cuscino. Una spalla della sua camicia da notte spuntava dalla coperta. A volte tossiva e si rigirava nel letto, aggrappandosi alle lenzuola e gemendo dentro l’oscurità, che negli ultimi giorni pareva essersi fatta più fitta e malvagia.
Quella notte piovve. L’acqua venne preannunciata dal suono di una tempesta lontana, poi iniziò a battere sui muri e su tutta la ferraglia che fungeva da tetto. Le assi cigolavano al vento e stridevano, un concerto di diavoli che fischiavano proprio sopra le loro teste infreddolite. A letto, Zusepe Crobe era nudo e raggomitolato. Si stringeva le ginocchia, in silenzio ad ascoltare quel che stava accadendo fuori. La pioggia copiosa riempiva la grondaia appena sistemata e si avviava verso il tubo bucherellato, attraversava il basamento davanti al magazzino e andava a perdersi nella strada che passava davanti alla baracca.
Qualche ora dopo si era già fatto giorno, la luce filtrava dalla finestra, ed entrambi erano svegli. Lui tirò via la coperta, si alzò e andò alla finestra. Nudo e in piedi, rischiarato da sottili bagliori di luce, Zusepe Crobe si mise a studiare con preoccupazione il nuovo giorno.
«Oggi mi cercheranno» disse, «non posso andare da nessuna parte».
«A me fa male qui», disse Alene. «E mi sento umida».
Lui si avvicinò e la tastò. «Si sono rotte le acque», fece con un cenno.
«Bisogna cercare nostro padre».
«No, poi lo sapranno tutti».
«Non lo vediamo da mesi», disse lei.
«Non esagerare adesso».
«Sì, è così. Da quando siamo scappati».
«Non abbiamo bisogno di nessuno», disse lui.

Molte ore dopo Zusepe Crobe uscì con i guanti da lavoro, attraversò la strada e si diresse sotto gli olmi che sgocciolavano dalla corteccia zuppa d’acqua, screpolata come la pelle di un vecchio. Una famiglia di cornacchie dondolava sui rami nell’ultima luce del tramonto, e l’unica cosa che esse attendevano era soltanto il calare del buio, così da sparire nel mistero della notte che da sempre le avvolgeva. L’uomo maneggiò per diversi minuti la corteccia degli alberi, ne strappava i pezzi e la accatastava in mucchietti. Poi unì i piccoli cumuli e si mise il legname sottobraccio. Rifece la strada verso la topaia e lasciò i pezzi sopra un mucchio di paglia asciutta, poi tornò al boschetto e prese a cercare legni più robusti.
Quando rientrò a quell’ammasso di muri ammuffiti che chiamava casa era già passata un’ora. Gettò tutto da una parte e si mise sull’uscio ad ascoltare il vento. La pioggia della notte aveva riempito le bacinelle che da giorni lui aveva disposto all’esterno del tugurio, proprio sotto i tubi rotti. Si lavò le mani e la faccia con quell’acqua fredda, poi abbracciò la legna e la portò dentro. Lei era a letto come sempre, in uno stato di dormiveglia. I rumori la scossero, voltò la testa e si tirò sui gomiti senza dire niente.
«Accendo il fuoco», disse lui cacciando i pezzi dentro la stufa storta e ammaccata, l’unica che aveva preso spazio dentro la bicocca.
«Manca poco ormai», fece lei, «stanotte non ho chiuso occhio».
Cosma le si avvicinò al capezzale, e lei gli sfiorò i capelli. Zusepe Crobe guardò il bambino, e quello ricambiò, sempre senza aprire bocca. Quando lui finì di armeggiare con la stufa uscì ancora nella ridicola veranda, attraversò la strada e cercò di avvistare il mare nel mezzo del silenzio. Dopo una mezz’ora lei lo chiamò, e l’uomo rientrò con un paio di bacinelle piene d’acqua.
«Mi fa male adesso».
Aveva la faccia arrossata, continuava a stringere le lenzuola e ansimava. «Chiamala, gridò. Chiama Mimia Fiore».
«Poi andiamo, adesso stai zitta».
La situazione cambiò dopo un paio d’ore, e lei lo chiamò ancora, mentre lui stava ancora fuori a osservare le stelle. La trovò che si agitava sul letto e gridava, sbuffava come in una lotta impari che non aveva visto mai. L’essere che aveva in corpo e che non portava nessun nome aveva tirato fuori la testa insanguinata, e colava di una sostanza viscida. Allora lui si mise al capezzale di lei, sfilò piano quella cosa insieme al cordone ombelicale che si tirava dietro. Poi agguantò uno straccio e pulì il viso alla creatura.
«È finita?» chiese lei, esausta.
«Sì».
Cosma stava vicino alla stufa, in piedi dentro i calzoni luridi monocolore, e osservava entrambi gli adulti. La donna girò il capo e gli fece un sorriso denso di una stanchezza eterna e grondante di sudore. Poi si voltò ancora e osservò lui. Zusepe Crobe era in piedi con il neonato tra le braccia, lo poggiò sul letto, mise una mano in tasca e ne tirò fuori il coltello, poi recise il cordone e lo annodò alle due estremità. Infine si avvicinò alla bacinella, lavò il piccolo e lo mise su un telo asciutto. Poi si lavò anche le braccia e le mani, aprì la finestra e gettò l’acqua sporca all’esterno.
«Che cos’è?» chiese Alene, stremata dall’affanno.
«Cosa?»
«Il bambino».
«Un maschio».
«Non dovrebbe piangere?»
«Credo di sì».
«E perché non lo fa?»
«Non so, sembra debole».
«Dobbiamo portarlo da Mimia Fiore».
«Domani», disse lui. «Ora dormi».

«Resta con me, non mi sento al sicuro».
«Non posso, devo cercarlo».
«Te l’ho detto, lui non è qui».
«Tzia Mimia, perché non sei andata ad aiutare Alene?»
«Zusepe Crobe. Lui mi disse di non farlo».
Passai una mano sulle sue gambe, la sentii singhiozzare. Dalla finestra aperta entrava l’aria calda della notte. Si udiva un fischio lontano.
«Eri la sua amante ...»
«Resta con me, Matteu Decortes. Perché loro arriveranno presto».

Uscì all’alba mentre gli altri dormivano. Attraversò la strada e si diresse in paese uggiolando per il freddo come un bastardo abbandonato. Nessuno trovò sulla sua strada, né a piedi né a cavallo. Si addentrò per il boschetto di olmi e pini, incespicando nei cumuli di aghi e nelle radici che venivano fuori dal terreno acido. Quando ritornò sulla strada si trovò in paese, a pochi passi dalla casa del medico. Batté il pugno sulla porta, ma nessuno venne ad aprire, così restò in piedi in mezzo al nulla, con il fagotto che teneva al caldo sotto il braccio e che pareva non respirare già da un pezzo. L’aveva trovato così, quella mattina. Bussò ancora. Una donna spettinata aprì una persiana e guardando giù disse «Non c’è».
Zusepe Crobe tornò sui suoi passi e si addentrò ancora nel bosco. Per un po’ girò a vuoto, orientandosi qua e là tra gli alberi storti e neri. A un certo punto si fermò, senza aver scelto un punto in particolare, e adagiò il corpo del neonato a terra, ai piedi di un albero. Raspò con le mani nel mezzo dello schifo, poi si rese conto che in quel modo non ce l’avrebbe fatta.
Tornò a passo spedito alla baracca, e mentre camminava alzò lo sguardo al cielo, come alla ricerca di una compassione che in vita sua non aveva ricevuto nemmeno una volta e che non sarebbe mai arrivata a illuminare il suo cammino. Neri uccelli si fiondavano dentro il grigiore, uniche creature della terra capaci di orientarsi nella bruttura. Il vento si era affievolito, ma il sole pareva incerto sul da farsi. Una sagoma a passo spedito vagava impazzita nelle prime luci, in compagnia delle strisce di colori che segnavano il cielo. Zusepe Crobe entrò nel magazzino buio, fece lo scalino e si mosse a tentoni, saggiando i muri bagnati con il palmo delle mani.
All’interno della catapecchia Cosma aveva poggiato la fronte sul vetro e guardava la porticina aperta del magazzino. Poi sparì dalla vista, e in un attimo aveva già aperto e richiuso la porta della grotta. Zusepe se lo ritrovò davanti quando uscì dal magazzino con gli occhi rossi e il fiato caldo e puzzolente come quello di un orco. Stringeva la zappa, e vide che lo sguardo del bambino si era posato sui suoi pantaloni sporchi di fango e poltiglia.
«Torna dentro, ‘ché prendi freddo», gli disse.
Lo lasciò sulla porta, e subito riprese la strada verso il bosco. Si orientava guardingo nella luce fredda del nuovo giorno. Cosma lo seguiva a distanza, con passetti leggeri e impercettibili, simile a un cucciolo di cane che di tanto in tanto si ferma sul cammino per ammirare nuove scoperte, ma subito deve riprendere il passo per non restare indietro. Lui continuava ad avanzare sicuro, con la zappa che dapprima strisciava sull’erba, poi prese a intaccare la rena inzuppata della strada bianca. Aveva la sensazione che qualcuno lo seguisse, e non sbagliava. Quando si voltò, vide Cosma arrancare dietro di lui. Non disse niente e lo attese in un punto. Ai bordi della strada l’acqua sciabordava e aveva ingrossato un canale che costeggiava il cammino. Il bambino si fermò incerto, in attesa di una sberla o qualcosa di simile, e lui gli fece cenno di avvicinarsi.
«Cosa ci fai qui?» chiese.
Il bambino lo guardò e non rispose. Lui gli prese la mano e lo scortò, ed entrambi si avviarono, una figura lunga, con la zappa in mano, e una minuta, dal passo forzatamente spedito. Rientrarono nel boschetto e camminarono per diversi minuti sotto gli alberi di pino. Ora Cosma seguiva l’uomo a distanza. Quando lui arrivò nello stesso punto di prima vide il corpicino del neonato e stette a fissarlo per un minuto buono, fino a quando una cornacchia gracchiò qualcosa. Zusepe Crobe alzò lo sguardo al cielo e si avvide che l’oscurità lottava con i primi fasci di luce che ormai trapelavano dall’intrico dei rami nella boscaglia.
Come a chiedere approvazione, l’uomo si voltò ancora verso Cosma, rimasto a una decina di metri ad assistere alla scena. Ma il piccolo non si mosse e restava a guardarlo. Lui si tirò su le maniche della maglia e fece una buca nel terreno, insozzandosi le scarpe e i calzoni ancora più di prima, poi si chinò, prese il fagotto con dentro la breve vita del nuovo venuto e lo adagiò nel buco con tutta la sua storia. Infine richiuse con la terra e formò un cumulo impercettibile. Prese dei rami di un cespuglio e li mise sopra il mucchietto di terra.
Zusepe Crobe non si voltò neanche per un istante e riprese a camminare con la mano callosa che stringeva quella del bambino, che non aveva proferito verbo per tutta la durata della macabra operazione. Nell’altra teneva la zappa. Sopra di essi il vento aveva ripreso il suo ululare e turbinava sempre più, facendo correre le nubi cariche di pioggia. A terra gli aghi di pino si ammassavano l’uno sull’altro accumulandosi sul ciglio della strada dove non passava mai nessuno, ed entrambe le ombre continuavano a percorrere la via lordandosi. Poi Cosma gemette, ed era lo stesso suono di un albero che si piegava, scosso dalla tempesta che stava per arrivare da quelle parti. Quando salì il gradino che dava sulla porta di casa, Zusepe Crobe era solo.

«Tzia Mimia, sento un gran tumulto, come un rumore di cavalli. Sembrano dirigersi verso di noi. Queste rocce portano voci, voci e rumori che provengono da chissà dove».
«È l’inizio di una bardana. Zusepe Crobe li ha chiamati. Lui soltanto, lui che non voleva essere trovato. Ma il male sa sempre dove trovarti. Cancelleranno tutto il buono che c’era a Galana, sparirà tutto. Zusepe, Zusepe Crobe ha iniziato. Ora loro concluderanno l’opera, poi cercheranno anche me».
«Tzia Mimia, se vengono dalla montagna io li fermerò».
«Tu sei già stato qui, Matteu Decortes. Tanto tempo fa».

«Non ci credi, Zusepe. Il tuo sogno di quella massa di fedeli stipati e stretti uno sull’altro. Non ci credi finché non li vedi. E non c’è profeta stavolta, nessuno che passi tra loro adorato come un dio in terra. C’è soltanto il terrore negli occhi. Restiamo qui ad attendere novità malvagie dal mondo esterno, da quelle mura grigie che sanno di sale. Fuori da quel luogo essi sono anime disperse, vagano per ore tra le vie della montagna. Spesso non ricordano il cammino, ma non hanno il timore di perdersi come bambini smarriti nella calca, quelli che io, Mimia Fiore, ho contribuito a creare. Non parlano più la tua lingua e non la comprendono, Zusepe Crobe. Essi sono qui per te. Sono qui per saccheggiare».

Fece scivolare una mano sulle lenzuola fredde, ma accanto a lei non dormiva più nessuno. Per giorni restò ad attenderlo invano, seduta a guardare la strada dietro alla finestra, con la coperta sulle spalle. Oppure fuori, sulla porta dell’antro sempre più puzzolente di umidità. Ogni tanto si alzava e faceva le prove di deambulazione. Camminava per tutta la stanza e ne contava i mattoni, poi andava all’esterno, dove percorreva lo stretto passaggio che portava dalla porta di casa fino al magazzino. Un giorno che si sentì più forte attraversò anche la strada e arrivò all’inizio dei campi. I seni le facevano male, e a volte li sorreggeva e se li strofinava con le mani, nel tentativo di scaldarli. Chi l’avesse vista, intabarrata dentro la vestaglia, con le gambe scoperte, i capelli luridi e l’aria cianotica, l’avrebbe scambiata per una strega di montagna impazzita.
Recuperava le forze di giorno in giorno, e una mattina decise di portare dentro l’acqua che stagnava nelle bacinelle all’esterno. Ci si chinò sopra, la sfiorò con due dita e rabbrividì. Con uno sforzo tirò su la prima bacinella, e ora avanzava a fatica, con l’acqua che le schizzava i polsi e i bottoni della vestaglia sbattevano sui catini producendo un rumore sordo.
Si diresse barcollante verso la stufa, si chinò ancora e adagiò la bacinella sul pavimento, poi aprì lo sportello e ci buttò dentro foglie secche e alcuni pezzi di legna che erano rimasti ai piedi della ferraglia ammaccata. Per diverso tempo restò in silenzio ad ammirare il fuoco, e quando la stufa divenne più calda ci mise sopra una delle bacinelle ricolme. Dopo alcuni minuti un fumo sottile iniziò a salire e a spandersi per la stanza, e lei saggiò la temperatura infilando un dito nella bacinella. Abbozzò un sorriso e la tirò giù, poi si spogliò della vestaglia e ci mise i piedi dentro. Dopo essersi lavata e asciugata zoppicò sui mattoni freddi, saltellando come una folle fino al povero armadio dove stavano le sue cose. Scelse l’unico vestito caldo che aveva. Mise le scarpe e si guardò nel riflesso della finestra. Sembrava uno di quegli artisti che vagabondavano per i paesi, con gli abiti larghi e le scarpe grosse, se le avevano. Rovistò nei cassetti, poi nella roba del bambino. Quando trovò ciò che cercava si sedette al tavolo. Ogni tanto si fermava a pensare, e le sudavano la fronte e le mani.
«Dove sei Zusepe? Ite as fatu… ite as fatu. Verranno a prenderti. Verranno a prenderti per i tuoi peccati. Matteu Decortes, svegliati. Diglielo che i tuoi amici stanno venendo a prenderlo. Li sento già i loro cavalli che arrivano. È un’orda di barbe nere come il carbone, tagliagole degli anfratti più reconditi dell’isola. Ora arrivano a Galana, galoppano e gridano il nome di Zusepe».
Mi tirai su dal vecchio tavolo. «È vero» dissi, «li sento anche io. Loro lo troveranno».
Alene diede un ultimo sguardo alla casa e si buttò in strada. L’aria era stranamente desertica e una grande nube di polvere rossa ammantava il circondario. Qualcosa arrivava dalla montagna. La luce filtrava attraverso la nube stessa dentro l’insolita calura di quel finire d’autunno, mentre lei già avanzava verso il centro del paese.
«Alene», dissi io. «Alene, non andare. Loro sono qui».

Non si rese conto della strada fatta su quel carro a buoi, e quando tornò per l’ennesima volta a Galana, ancora una volta alla ricerca di redenzione, Zusepe Crobe si fece lasciare fuori dall’abitato. Si coprì con il cappuccio del gabbanu liso e si incamminò. Tenne la testa china, e quasi contò i passi fino alla topaia, lanciando occhiate di qua e di là per tutta la durata della camminata. Superò la pineta e rivide la campagna estesa fino al mare, poi la casa che aveva lasciato. Il vento portava clamori sempre più vicini, e un accenno di fumo saliva da nord. Lui sedette sul gradino sporco di muschio e umidità che dava sulla stradina, e già sapeva che la porta di casa era chiusa e che Alene non c’era. Si rannicchiò tenendo la testa tra le ginocchia.
La sera era arrivata trasportata dal vento. Sapeva di salsedine e mirto. Gli ultimi uccelli gracchiavano sui fili del telegrafo, una miriade fracassona che ora dondolava anche sui rami delle acacie, ora si rimetteva in volo per compiere evoluzioni incomprensibili. Lui alzò la testa, e aveva il volto arrossato e gli occhi lucidi. Alene stava dall’altra parte della via, le lacrime che le segnavano il viso tumefatto. Ma se Zusepe Crobe avesse prestato attenzione a ciò che stava accadendo alle spalle della donna, avrebbe visto che dai cespugli più scarni e dall’erba che ondeggiava al vento veniva fuori una moltitudine di esseri neri come la notte. Avvolti dalla malvagità sul finire del giorno, essi avanzavano silenti in direzione del tugurio, e non si intravedeva pietà nei loro occhi.

«Zusepe Crobe, io sono Matteu Decortes. Io ti ho visto morire insieme a tutti gli altri».

 

Vanni Lai {fcomment}