La tristezza degli uomini elefante - Alessio Mosca

Ad Andrea “Arde” Sorteni, l’ultimo artista maledetto.
«Il mondo esiste ma ha bisogno di essere sognato per trovare un senso».


Come nel sogno le fronde del durian erano gremite di bozzoli pelosi che lo facevano apparire completamente nero.
L’umidità ci oliava la pelle e zuppava i vestiti e il traffico della giungla era tale che per parlare dovevamo urlare, lo squittio dei totek dilatava il tempo e il canto degli uccelli del paradiso si confondeva con i guaiti dei babbuini.


Quelle voci incessanti erano una psicosi tropicale e ci si doveva appellare ai timpani infiammati dai frinii degli insetti per fuggire l’alienazione.
Tutt’intorno le rovine del tempio erano trangugiate dai muschi e dalle radici delle mangrovie, era una discarica vegetale popolata da scimmie di pietra e uomini con la testa d’elefante.
Kdek si fermò davanti ai loro occhi di drago e rinfoderò il parang col quale ci aveva aperto la strada.
«Siamo arrivati» tradusse Miriam.
Ansimava per la fatica e il sudore le appesantiva i capelli che cadevano da sotto la bandana ma nonostante quell’inferno di clorofilla sorrideva di ciò che a me era sempre mancato, la gratitudine del sentire.
Marciavamo da giorni con i crampi agli intestini e i piedi lessati dall’acqua, l’umidità era come una febbre che sussurrava di lasciar perdere ed era solo quel sorriso a spingermi ad andare avanti e a non maledire l’esistenza.
«L’hai già sognato?» mi chiese nonostante conoscesse già la risposta.
«Sì».
«Allora l’hai creato tu il mondo».
Da quando eravamo arrivati i due uomini non ci avevano degnati di uno sguardo. Le maschere antigas nascondevano i loro volti e l’italiano era talmente abbronzato che solo l’assenza dei tatuaggi permetteva di riconoscerlo. L’altro era a petto nudo e la lingua di Barong gli scendeva lungo tutta la schiena seguendo le nodosità delle vertebre.
Non capivo perché fissassero in continuazione quei datteri giganti, poi uno di quei bozzoli si schiuse e spiccò il volo e le fronde nere mi si rivelarono nel pieno della loro ripugnanza e le schiere di pipistrelli volpi respirarono tutte assieme facendo fremere quel pezzo di cielo.
A terra la decomposizione, minuscole vite brulicavano in un humus di bucce giallognole e fango e l’odore di frutta guasta rendeva l’aria zuccherina.
Kdek ci porse due vecchie maschere che ci fece indossare alla svelta. Nel frattempo il tatuato aveva piazzato ai piedi dell’albero dei barattoli di latta, li bucò con un cacciavite e da questi si sprigionarono dei getti di vapore che avvolsero il durian in una nuvola fumosa.
Un bozzolo si staccò da un ramo e cadde a terra, poi, in un attimo, una lugubre pioggia nera si riversò nel fango.
Il respiro di Miriam si fece pesante, credo urlasse attraverso la maschera, l’abbracciai e la sentii tremare, le avrei voluto dire di stare tranquilla, che avevo già sognato tutto. Quando rialzammo la testa il durian era tornato ad essere un albero qualsiasi e anche gli squittii d’agonia si confusero presto con i fischi degli storni.
Kdek si tolse la maschera e noi facemmo altrettanto. L’aria sapeva di solfato di ammonio e legno, come in una fabbrica di fiammiferi.
«Ci fanno la carne» disse a stento Miriam traducendo Kdek. Quello era il chicken da rifilare agli occidentali che infestavano l’isola, la paprika mascherava il colore e il curry faceva il resto.
Vedendo la sua espressione stravolta Kdek rise.
«Che ha detto?»
«Dice che è solo carne» rispose Miriam.
Faceva strano detto da lui che aveva quella faccia deforme, con il cranio gonfio e quell’occhio liquido da cui si abbeveravano le mosche, lui che proprio dalla carne era stato tradito.
E in quel momento mi sentii per la prima volta lontano da casa e insignificante, di essere arrivato fin là per uno sconosciuto della cui morte non fregava più niente a nessuno e sentii tutta la mia biologia, gli scricchiolii dei legamenti e il respiro dei mitocondri.
Era vero, eravamo solo carne.
Intanto l’italiano aveva preso un enorme fusto di bambù e come un giocatore di pignatta barcollava prima di prendere la mira e staccare a bastonate i bozzoli rimasti appesi. Sotto, l’indonesiano trascinava tra le rovine un grosso sacco di plastica raccattando i cadaveri, le statue lo osservavano in silenzio attraverso le liane, oltre il delirio del verde c’era solo la pena negli occhi a palla degli dei che nessuno pregava più.
Quando ebbero finito attaccarono a bere arak fino a sbronzarsi, l’indonesiano ci guardava da lontano, divertito, con gli occhi brilli metteva in mostra i pochi denti rimasti. Poi, finalmente, l’italiano si avvicinò con la maschera antigas ancora tirata su sulla fronte, ci guardò con due occhi aggrinziti come molluschi e ci fece:
«Che volete?»
«Siamo qui per chiederti di Arde».
«Arde era pazzo» disse sprezzante.
Sembrava che la foschia, scemando, facesse appassire le felci e lasciasse il posto alle zanzare mentre il canto della giungla virava impercettibilmente verso il brusio del crepuscolo.
«Hai mai visto questo?» chiesi tirando fuori dalla tasca una stropicciatissima cartolina di un suo dipinto – «Qualcosa vorrà pur dire».
Su un fondale rosso scendeva un pugnale tenuto da una figura umana, aveva una corona di rami in testa mentre il corpo si dinoccolava in forme indefinite come un rito di schizzi e fasci d’energia.
L’italiano buttò una rapida occhiata alla cartolina e poi distolse lo sguardo.
«Te l’ho detto, Arde era pazzo».


Alessio Mosca