Bob Chorba - Orso Tosco

Di ritorno dal palazzo della cultura, in cui non era entrato per ovvie ragioni, Joseph Piranesi domanda di potersi fermare davanti al monumento che celebra i 1300 anni di storia bulgara. Gli viene fatto notare che l’ora è tarda, e l’illuminazione, come del resto in tutta Sofia, risulta troppo debole per vedere nient'altro che un confuso grumo di linee. 

Ma Joseph Piranesi insiste, fa segno con le mani, le unisce in posizione di preghiera.
I suoi accompagnatori acconsentono sbuffando. A cosa serve? Domandano in una lingua che Piranesi non capisce, sputando fumo dalle tozze narici. Già: a cosa serve, cosa riesce a vedere Joseph Piranesi? 

Due acuminate forme geometriche in cemento, due blocchi taglienti e tozzi che si fanno forza a vicenda per sorreggere uno slancio di ferro e acciaio teso verso il cielo, simile a una gru senza scopo. E poi figure umane stilizzate, ritratte in pose eroiche ma al tempo stesso come ridicole, identiche a obsoleti androidi intorpiditi dal freddo. Il monumento sorge all’interno di una buca ed è recintato da tutti i lati, è imponente, brutale, sembra raffigurare un'esplosione. Un’esplosione controllata. Ma perché controllare un’esplosione? Perché darsi la pena di controllare qualcosa che non desidera altro che il proprio compimento? Domanda non a caso Joseph Piranesi, in una lingua che i suoi accompagnatori non capiscono.
La marcia riprende. Con Joseph Piranesi come sempre al centro, sdraiato, coperto da piumoni e tovaglie, maglioni di lana, lenzuola da campeggio, tovaglioli, copriletto in pile, giacconi, collant, bandiere scolorite. E i suoi accompagnatori ai lati. Tre per lato, sotto sforzo e nervosi, intenti a trascinare il letto su cui Joseph riposa da ormai molto tempo. Da quanto? Difficile stabilire se si tratti di settimane o mesi (forse sono anni) ma in ogni modo deve trattarsi di moltissimo tempo, altrimenti non si spiegherebbe la poca attenzione che la gente a passeggio nel viale centrale della città dedica a questo bizzarro corteo. Tutti sembrano abituati al passaggio del letto trascinato da una dozzina di uomini. Soltanto i turisti lo indicano, soltanto loro scattano foto e ridono, pensando si tratti di una trovata, di un'attrattiva dedicata allo svago. Ma sbagliano, sbagliano i turisti. Non c'è nessuna attrattiva, nessuna concessione all'intrattenimento. Soltanto una condizione. Anomala, indubbiamente bizzarra e difficile da giustificare – visto che Joseph Piranesi potrebbe tranquillamente camminare – ma pur sempre una condizione. E cos'è una condizione? Si è più volte domandato Joseph Piranesi allungato sotto le coperte, nei giorni trascorsi sdraiato. Una condizione è la somma della totalità dei dati di fatto. La si può accettare oppure criticare, ci si può adeguare o la si può combattere.
Ma, questa è la conclusione del ragionamento sviluppato da Joseph Piranesi, non prima di averla analizzata a fondo.
Ed è proprio ciò che Joseph Piranesi sta tentando di fare, analizzando con tutti i mezzi di cui è a disposizione la situazione in cui si trova, Joseph valuta gli elementi, che al pari dell'alfabeto di una lingua sono sempre gli stessi, e che esattamente allo stesso modo si prestano a pressoché infinite combinazioni.
Il primo elemento su cui bisogna far luce è l'inizio.
Joseph Piranesi giunse a Sofia in un piovoso pomeriggio d'inizio novembre. Prima che l'aereo atterrasse osservò una lunga catena montuosa circondare gran parte della città, e trovò una certa somiglianza tra l'operato delle montagne e il rastrello dei croupier del casinò. Entrambi incaricati di raccogliere elementi altrimenti sparpagliati, di far ordine. Ma, a causa della velocità e della foschia, Joseph Piranesi non riuscì a capire se le montagne si occupassero di raggruppare tra loro le case e le costruzioni al fine di creare un insieme, un agglomerato, o se oppure le volessero invece tirar via. Se cercassero, ostinatamente, di allontanarle da ciò che si estende oltre le vette, dall'altro lato della valle. Lo scoprirò andando a controllare cosa c'è oltre il monte Vitosha, si disse Joseph Piranesi, farò chiarezza.
Questa era l'unica aspettativa nutrita al suo arrivo in Bulgaria. E una sola aspettativa, all'arrivo in una nuova città, in un paese mai visitato prima, è poca cosa. Eppure Joseph Piranesi riuscirà comunque a non soddisfarla. Ma lui, questo, all'inizio, non poteva saperlo.
Cambiò un po' di soldi e s'infilò nel bus 84, diretto verso il centro città. Dopo aver comprato il biglietto dall'autista, un vecchio spelacchiato che lo insultò senza motivo, si mise a sedere in un posto vicino al finestrino e osservò gli imponenti caseggiati della periferia, con le finestre illuminate e le linee irregolari del cemento lungo i bordi, l'acciaio degli infissi arrugginito. Vide gruppi di cani restare immobili al centro di strade mai terminate, e scorse i volti dei passanti coperti di pioggia, la loro pelle bianca, arrossata attorno agli occhi e sugli zigomi. Il bus si fermò davanti a un palazzo progettato e iniziato con grandi obbiettivi racchiusi nel cuore, ma poi abbandonato a metà, dimenticato o maledetto: un gigantesco scheletro di cemento e cavi d'acciaio tagliato in due: esattamente come sono tagliati a metà alcuni degli anemici pomodori in vendita sulle cassette di legno vicino alle fermate del bus, sventrati affinché i compratori possano farsi un'idea delle interiora della mercanzia.
Joseph Piranesi notò le case farsi più graziose e ricercate con l'avvicinarsi del centro. Gli ricordarono certi palazzi popolari visti a Stoccolma, sobri e sbiaditi come cappotti di buona fattura passati di generazione in generazione. Soltanto, qui a Sofia, rispetto a Stoccolma tutto appariva più screpolato e ammaccato, l'intonaco dei balconi aveva in parte ceduto, le tinte dei muri erano avevano assunto gradazioni aspre, gli angoli delle case risultavano crepati, mostravano intelaiature arrugginite pronte a penzolare nel vuoto.
Questo è un buon posto per una persona che ha appena ucciso un uomo, pensò Joseph Piranesi scendendo alla fermata del bus dinnanzi al Centro della Gioventù e dello Sport.
Aveva ragione. Eppure i motivi per cui Sofia è effettivamente il posto giusto per lui, nulla hanno a che fare con l'aspetto del centro città o con l'omicidio da poco commesso. Ma questo lui non poteva saperlo. Era solo l'inizio. E l'inizio, per compiersi, ha bisogno di altre azioni.
Queste.
L’acquisto di un bottiglione di birra locale da due litri e di un pacchetto di sigarette, la decisione d’ignorare la pioggia e di tenersi occupato con una passeggiata senza meta, simile al distendersi di un rigagnolo d’acqua, quasi identica alla traiettoria di un medusa. A cui far seguire l’incontro con un trio di musicisti di strada composto da un suonatore di banjo elettrico dalla voce monotona, da un pianista giovane e alticcio con in testa un cappello da cowboy bianco e avvolto dentro una giacca di pelle sintetica dello stesso colore. E infine una vecchia signora con una spessa sciarpa di lana che le fascia il viso ossuto e le magre mani attorcigliate attorno a un bicchiere di plastica pieno sino all’orlo di vodka e succo d’arancia. La vecchia, ogniqualvolta la vodka le dà un brivido o quando vede passare un bambino, cambia improvvisamente suono alla pianola del cowboy, optando per tonalità acide, aspre come il beverone che il tastierista subito prova a contenderle.
Le altre azioni da compiere all’inizio consistono in una lunga e disordinata serie di annotazioni. Il genere di annotazioni tipiche di un uomo senza storia e senza memoria, le solite annotazioni a cui tutti gli assassini casuali prima o dopo si abbandonano: note riguardo alla qualità del buio delle strade laterali, ad esempio, che è soffice come un tessuto, e malinconico, un buio appena appena rischiarato dalla luce stanca e riservata dei lampioni, adatto a far immaginare le case e le persone di passaggio più belle di quanto in realtà siano. E poi altre annotazioni sulle meravigliose pavimentazioni, composte di piastrelle e cementi irregolari, danneggiati, che invece di far pensare alle ristrettezze dei fondi comunali emanano generosità, imponendo un passo dubbioso e incerto: il passo adatto a chi, come Joseph Piranesi, dovrebbe cercarsi un posto per trascorrere la notte ma non ne ha voglia, un ritmo di marcia ideale per chi avverta il bisogno, un bisogno che è forte come la fame, di rimandi e posticipazioni.
E poi le piazze, le statue dei leoni con i colli torti, come in attesa di un nemico per sempre in ritardo o per sempre impaurito. E le cupole, dorate e tonde, e i venditori d'icone sacre, con i volti scavati da anni di freddo e intemperie, da una moltitudine di mesi di gelo patiti e racchiusi nelle ossa e negli occhi acquosi, venati di rosso.
E ancora le foglie, raccolte lungo i bordi come trecce infinite e sbadate, le foglie su cui Joseph Piranesi cammina facendole scricchiolare e che potrebbero, perché no, spingerlo a pensieri quieti, quieti come le strade silenziose che percorre, a pensieri riguardanti il calore di una zuppa, a pensieri come la pace, la tranquillità, e perché no, un incontro inaspettato, una bella conversazione, persino un bacio, persino l’amore.
E invece no. Joseph Piranesi, al contempo docile schiavo e implacabile dittatore di se stesso, pensa al bottiglione di birra da due litri oramai vuoto. Ci pensa con quella sete buffa e tragica che arriva soltanto quando, finito di bere qualcosa, si comprende quanto la fine della bevanda altro non sia se non un patto sancito con la bevanda stessa, un patto d’amore e fratellanza che Joseph Piranesi pronuncia con voce insolitamente ferma: ti troverò, nonostante la vastità del mondo, i pericoli e le malattie, nonostante le delusioni e i drammatici eventi che disegnano le esistenze di tutte le creature, io ti ritroverò.
Ed infatti eccolo lì, Joseph Piranesi, assassino e uomo di parola, eccolo lì due ore dopo, seduto al bancone di un brutto bar in cui si trasmettono incessantemente partite di calcio, ubriaco e felice, a proprio agio nella miseria, eccolo lì pronto a ordinare ancora, deciso a sigillare una volta di più il patto che lo lega alla bevanda.
Sente ancora il gusto, Joseph Piranesi? Avverte l’amaro del luppolo, la freschezza del malto, le spiritose moine delle bollicine? No, certo che no. Ha la bocca che sa di cesso pubblico. Ha un cesso di bocca che sa di posacenere innaffiato di coca cola sgasata, altro che luppoli e malti, ha la bocca cotta dal fumo: è il commento ideale per le sue labbra che paiono bollite, per le sue labbra carnose, troppo carnose per quel nasino che si ritrova, talmente piccolo che verrebbe voglia di spaccarlo. Non a caso, l’unico altro bevitore solitario del locale, lo nota. Nota lui e il suo nasino, e lo avvicina. Gli siede accanto e, senza guardarlo, gli domanda «Sei americano?».
Joseph Piranesi si sente niente. Dunque non dice una bugia scuotendo la testa. Ma l’uomo solitario ha il volto segnato da una durezza penitenziaria, poco spettacolare e molto profonda, profonda e invincibile, pericolosa. Quel genere di durezza che, inevitabilmente, lo costringe a dubitare della risposta di Joseph Piranesi. A cui, sempre non a caso, domanda «Sei sicuro?».
Joseph Piranesi, rannicchiato come un osso di pollo dentro il proprio cappotto troppo largo, non è sicuro di nulla. Getta un’occhiata alla mani del suo interlocutore e nota le nocche tese dell’uomo, osserva, provando a deglutire il fumo, le dita tozze stringersi e aprirsi con grande potenza, come chele di granchio, come se l’aria al loro interno fosse una crema, una polpa da strizzare crudelmente, per gioco. Joseph Piranesi non ha voglia di giocare. E ha ancora meno voglia di diventare il gioco di qualcuno che, molto probabilmente, è stato torturato. Per questo risponde «Non sono americano, davvero».
Il suo compagno di bevute ha lo sguardo fisso davanti a sé, verso gli scaffali su cui gli alcolici aspettano la loro chiamata. I suoi occhi somigliano a una sonda costretta a misurare lo spazio infinito con calma e ferocia. Soltanto dopo un lungo silenzio l’uomo informa Joseph Piranesi che è meglio così, perché lui odia gli americani. Lui, aggiunge subito dopo, odia molte altre cose. Odia i froci. Odia gli ebrei. E odia gli arabi che, a suo dire, vanno presi uno a uno e tritati come carne da salsicce. Mentre elenca i molti luoghi in cui giornalmente è costretto a riversare le proprie immani disponibilità d’odio, l’uomo si volta improvvisamente verso Joseph Piranesi. Vuole sorprenderlo. Studia il suo volto. Vuole scoprire se Joseph Piranesi è un amico dei negri, dei froci, un amico degli ebrei e dei cinesi. Vuole sapere se Joseph Piranesi è un americano che dice le bugie.
Joseph Piranesi cerca di rassicurarlo, prova a salvarsi dalla punizione imminente assumendo l’espressione di un uomo che è d’accordo, di un uomo che è intimamente d’accordo, sin nel profondo della propria anima: d’accordo al risveglio, d’accordo nelle ore del lavoro e persino in quelle dello svago. Joseph Piranesi indossa il viso di un uomo che questa infinita lista di figli di puttana non vede l’ora di andarli a prendere uno a uno, due a due, tre a tre, quattro a quattro se necessario. Ma Joseph Piranesi è, tra le altre cose, un uomo stanco, un uomo ubriaco, e commette l’errore peggiore: sorride.
Il colpo parte improvviso. La traiettoria non molto precisa del pugno è nobilitata da una potenza impressionante. Il corpo di Joseph Piranesi viene scaraventato lontano. In questi momenti, quando tutto è perduto, tanto vale perdere anche i sensi. E infatti, il saggio Joseph Piranesi, li perde.

Il tempo che si trascorre svenuti è il più generoso e fiducioso tra tutti i tempi di cui ci è data la facoltà di disporre, ma anche il più confuso. Difficile dire quanti minuti, ore o giorni Joseph Piranesi abbia trascorso sdraiato dentro la pozza di sangue in cui si risveglia. Basti sapere che è notte, e che una luna affilata s'intravede oltre le grondaie e i rami scheletrici degli alberi che delimitano il marciapiede. Joseph Piranesi fa per risollevarsi. È un'operazione eseguita con estrema naturalezza da un'infinità di milioni di altri uomini e donne sparsi nel mondo, ma che lui fallisce, cadendo. Non per questo Joseph Piranesi demorde, no, Joseph Piranesi nel fallimento è a suo agio; e per questo riprova. Riprova e vince. Esulta sputando in terra grumi di sangue e pezzetti di lingua che sembrano marmellata di more in attesa del burro. Ma qui non è l'ora del burro e della colazione, oh no, lontane sono le fresche tovaglie, lontani i docili gesti del primo mangiare. Qui, nel freddo della notte di Sofia c'è un uomo che soffre e barcolla, un uomo di nome Joseph Piranesi che prima aveva una borsa, trascurabile forse, riempita di poche mutande e qualche maglietta, due tre paia di calzini e carta da sfogliare, ma che era comunque sua, e che invece adesso è innegabilmente andata, scomparsa. Qui c'è Joseph Piranesi che si aggrappa al muro e si allontana, che pronuncia parole come “cuore mio, cuore di fogna”, e soffre, soffre sputando e palpandosi le ossa.
Questo è il momento in cui Joseph Piranesi capisce di essersi pisciato addosso e crede di riconoscere ciò che è giusto per lui, il momento in cui le linee convergono in un unico punto ricolmo di pace e luce, e la natura e la geopolitica finalmente si sforzano e trovano un accordo: questo è il momento in cui Joseph Piranesi decide che è necessario riprendere a bere. Per rispondere alla nobiltà della sua epifania, il mondo non può che concedergli, tra i tanti miraggi imposti dal trauma cranico, un'allucinazione più solida e rassicurante. E Joseph Piranesi non può che seguirla, docile e risoluto, fino a raggiungerla.
Si trova dinnanzi al chiarore stentato di una lampadina appesa al muro, nella parte finale di un trascurabile cortiletto interno.
È questo il luogo in cui io e le divinità del bere stipuleremo l’accordo segreto? Domanda ad alta voce Joseph Piranesi subito dopo aver brevemente vomitato dell’altro sangue.
Joseph Piranesi preme sulla porta di legno, socchiusa, oltre cui intravede provenire un bagliore altrettanto tenue ma più diffuso. Questo è il momento in cui Joseph Piranesi è certo di aver trovato il luogo adatto per riprendere a bere, il momento in cui spalanca la porta ed entra; è il momento in cui sbaglia. Oppure questo è il momento in cui ha ragione, definitivamente ragione, ma in modo molto, molto particolare.
La stanza in cui Joseph Piranesi entra chiudendosi la porta alle spalle è una cava, o meglio, una grotta. Una grotta delimitata dalla morfologia della roccia. Si tratta di una roccia particolare, in parte annerita dal fumo delle molte candele, unica fonte d’illuminazione, e in parte ingentilita dalla misericordia del buio. Una pietra modellata dalle infiltrazioni e dalle infinite sollecitazioni che rendono il sottosuolo meno noioso di quanto si è soliti immaginare. La parte sinistra della grotta è occupata da un lungo bancone. Il legno del bancone è scuro e rovinato, possente, fa pensare alle navi dei pirati con le assi rosicchiate dai sorci. Lo stesso tipo di legno occupa la parte opposta della grotta, assumendo la forma di una rampa di scale che conduce al piano superiore, non illuminato, e a giudicare da quel poco che s'intuisce, basso, angusto.
Il pavimento del piano superiore funge da tettoia sotto la quale sono stati posizionati quattro tavoli. Sono tavoli da ubriaconi e anche le sedie, anche le sedie sono sedie da ubriaconi. Si tratta di mobili creati per crollare ripetutamente, per cozzare ripetutamente tra loro, per far cadere oggetti e persone senza arrecare gravi danni. Non a caso, seduti sopra quelle sedie, con i gomiti appoggiati sopra quei tavoli da ubriaconi, ci sono degli ubriaconi.
La signora in piedi dietro il bancone sormontato da file e file di bottiglie, una donna bionda con più carisma che ciglia, lancia una bottiglia vuota contro il gruppetto di ubriachi, urlando un verso breve e aguzzo. La bottiglia va a fracassarsi contro la parete della grotta, dopo essere sfrecciata tra le teste ciondolanti e le bocche ghignanti dei bevitori. Gli ubriachi si voltano immediatamente verso la donna con sguardi da cani ingiustamente puniti: lo spavento ha infatti vanificato l'ultimo sorso, il più dolce.
Il vecchio del gruppo, grasso e peloso, allarga le braccia verso la donna e poi verso il soffitto, come per sollevare una bestemmia voluminosa.
La donna bionda prima rivolge a lui e ai suoi amici uno sguardo talmente duro che potrebbe fungere da mensola, quindi si limita a indicare Joseph Piranesi, quasi si trattasse di un regalo a lungo atteso, e loro dei mocciosi viziati che dopo essersi lagnati a lungo, nemmeno si accorgono di avere davanti agli occhi il dono tanto agognato.
Gli ubriachi si alzano in piedi all’unisono, sorretti da gambe forti, gambe abituate all’ubriachezza, stabili.
Joseph Piranesi resta immobile, racchiuso all’interno dello sguardo senza ciglia della donna dietro al bancone. Gli ubriachi camminano verso di lui. Le loro scarpe pesanti battono ritmicamente contro il legno del pavimento facendo tremolare la fiammella delle candele. Joseph Piranesi non sente il fragore dei passi, l’unico rumore che avverte è quello prodotto da una mosca cicciona che sbatte furiosamente contro un vetro. Nella grotta, naturalmente, non ci sono vetri, non ci sono finestre; nella grotta, naturalmente, non c’è nessuna mosca.
Le mani degli ubriachi raggiungono Joseph Piranesi da tutte le parti, come uno schizzo d’acqua emerso da una fontana dopo il tuffo di una tartaruga; con grazia, con disordine.
E lui, Joseph Piranesi, se volesse, potrebbe facilmente divincolarsi, potrebbe liberarsi, ma non lo fa. Perché? Perché Joseph Piranesi è sì un uomo da niente, uno che vorrebbe soltanto bere e bere, uno che ha da poco ucciso una persona, certo, un assassino, ma è anche un democratico. E non può ignorare la coesione sociale racchiusa in quelle mani che gli stringono le braccia e che gli cingono le spalle e persino un’anca. Joseph Piranesi da buon democratico deve accettare il volere del popolo: e il volere del popolo, adesso, è rappresentato dalle mani di questi ubriachi che lo trasportano al piano di sopra, quasi sollevandolo di peso, e dal sorriso soddisfatto della donna bionda dietro il bancone, che pare annuire, o che forse mastica qualcosa di saporito.
Il peso dei corpi fa scricchiolare le scale, crea una sorta di miagolio. Se le noci decidessero di dedicarsi alla musica classica, questa prodotta da Joseph Piranesi e dagli altri uomini sarebbe la loro sinfonia: una progressione di fratture e dislocamenti, un vociare di schegge, ingigantito, irrobustito dal procedere sbilenco degli uomini.
Joseph Piranesi sbatte la testa contro il soffitto, aggiunge ferite alle ferite, fresco sul fresco, urla una maledizione sull’amore degna di un mediocre boxeur di periferia, e soprattutto perde l’occasione di ammirare il letto su cui andrà stabilmente a vivere per il resto della sua vita. Perde questa occasione perché gli uomini, i suoi accompagnatori, ce lo gettano sopra con forza, interrompendo la vita verticale di Joseph Piranesi e inaugurando quella orizzontale.
Proprio per celebrare il varo di questa nuova vita, uno degli uomini gli allunga una bottiglia di acquavite aromatizzata alle prugne. Bottiglia che Joseph Piranesi beve sorridendo con gli occhi.
La qualità infima della sua gioia spezza il cuore. Ma gli ubriachi che l’hanno lanciato sul letto non hanno cuore, e difatti ritornano al primo piano della grotta senza perdere tempo, come per un turno, come per presenziare a una votazione.
Nel mentre Joseph Piranesi pensa: volevo bere e bevo, avevo bisogno di trovare un posto per passare la notte e sono sdraiato sopra un letto, al caldo. Vaghi, continua a pensare sdraiato su un fianco per bere più comodamente, vaghi e confusi sono i principi che regolano la vita, e io, io arrivo persino a ignorare gran parte delle scoperte che altri, più risoluti di me, hanno ottenuto grazie a lodevoli sforzi. Così esigua è la mia conoscenza dello spazio astrale e della chimica, così poco ho indagato la metrica classica e la formula uno. «E come posso non vergognarmi dei rimandi che m'impediscono la stesura di un adeguato piano finanziario e il sacrosanto studio dell’anatomia e della botanica? Come raggruppare sotto un unico nome la mole gigantesca e informe di obbiettivi falliti e di conoscenze ignorate, se non chiamando il mio stesso nome più e più volte». Questo domanda Joseph Piranesi a se stesso, sorridendo verso il soffitto con la bocca ricoperta di bava e prugna e sangue.
«Ma niente drammi», conclude. «Niente drammi, non c’è ragione di piangere più di quanto già non pianga. Mi basterà riposare un poco, ecco, chiudere gli occhi qualche ora, e poi, come un germogliare di piante aromatiche, mi leverò in piedi. Folto e bisognoso di luce camminerò per il mondo e migliorerò, migliorerò a vista d’occhio. Lo sento. Lo sento nello stomaco e nel collo, già miglioro. Anche soltanto ruttando, anche soltanto a restare immobile, miglioro, colmo lacune, progredisco. Già licenzio la parte peggiore di me!» urla Joseph Piranesi in una lingua che nessuno degli altri presenti nella grotta è in grado di comprendere, e poi continua «Con quanta forza la nobiltà s’impadronisce di me! Con quanta foga avverto il bisogno di rendervi fieri di me! Amici e amiche, vi sarò figlio e padre, testamento lieto e ruscello sotto l’ombra di una palma, vedrete, vedrete con che elegante discrezione celebrerò il vostro alto insegnamento!». A questo punto della sua omelia, Joseph Piranesi vede infrangersi a pochi centimetri da lui la prima bottiglia. Il lancio dell’oggetto lo commuove e gli dà forza. «Naturalmente!» urla ancora più forte indicando la macchia di vino impressa sul soffitto dalla bottiglia appena scagliata. «Naturalmente ogni vostro incitamento sarà accolto all’interno delle mie immani riserve di gratitudine! Io ho spazio, fratelli, sorelle, spazio e bisogno della vostra guida e della vostra saggezza! Parcheggiatele comodamente dentro di me. Così!» urla Joseph Piranesi dopo essere stato colpito sul labbro dall’ennesimo oggetto scagliato contro di lui. «Sono qui per imparare. Troverete il modo, ne sono certo, per bonificare questo mio cuore di fogna. Già le sento all’opera, la vostra superiorità morale e la vostra attitudine al comando, già le avverto occupate ad impagliare le mie disdicevoli mancanze, affinché si trasformino in sedie da cui ammirare il meraviglioso orizzonte che mi attende e mi reclama. Il vostro orizzonte! Il progresso! Il luminoso lago ricolmo di rettitudine morale dentro il quale voi già nuotate e da cui mi indicate la via!». Questo dichiara Joseph Piranesi l’attimo prima di perdere nuovamente i sensi, centrato in pieno volto da una plafoniera verde.

Le quattro e un quarto del mattino somigliano a un’imboscata. Un’imboscata tanto più odiosa perché così ovvia, così prevedibile. Le quattro e un quarto del mattino arrivano quando il sonno non ha finito, e la veglia non è ancora stabile, e per questo litigano: entrambi sfatti, inconcludenti e incapaci di formulare il benché minimo piano, si limitano a ostacolarsi a vicenda. Quest’ora difficile e complessa può essere risolta e superata soltanto grazie a un’azione, una soltanto: rotolarsi avvinghiati a un altro corpo – per qualche strano motivo consenziente – offrendo baci e spazio, subendo e infliggendo spinte, ripetizioni e variazioni sul tema, mettendo a disposizioni labbra e odori e affettuosi fallimenti.
Ma chi è questa donna, così generosa da provare a salvare l’insalvabile Joseph Piranesi? Ha forse un nome, possiede una storia e un'infanzia questa donna entrata sotto le coperte avvinghiando Joseph Piranesi e costringendolo alla vita, alla vita appassionata? Oppure è un miraggio? L’ennesimo sberleffo del fegato, che cedendo dilapida immagini una dopo l’altra come fosse un'oliera bucata? Sono domande sacrosante e doverose, ci si costruiscono imperi e teologie su domande del genere, ma Joseph Piranesi, adesso, ha la bocca tutta impastata e gli occhi coperti da un paio di mutande, e subito dopo è troppo impegnato a grugnire e a soffocare per porsele. Joseph Piranesi è troppo felice di sentirsi strangolare e tagliare, troppo felice di rispondere dilatando e spalancando per esigere spiegazioni: preferisce mettersi a disposizione di questo amore lercio e contrario all'igiene, sceglie di farsi cavaliere di questo amore contrario a qualsiasi prevenzione delle malattie veneree. Sono un assassino, pensa mentre ingoia, ho un cuore di fogna, pensa mentre si fa strada più a fondo, non ricordo nulla e non ho mai saputo nulla che non fosse la sete, pensa quando è il momento di colpire con le nocche, e se questa è la liturgia, pensa soffermandosi sul culo, io la seguirò fino in fondo, pensa lasciandosi sporcare, come la lepre termina il proprio suicidio, pensa nascondendosi dentro qualcosa di salato che subito spurga, fingendosi preda. E quindi conclude, Joseph Piranesi, lo sbrigativo, insalvabile Joseph Piranesi conclude le proprie peripezie restando con la bocca aperta come una borsa rubata e poi gettata in strada, conclude con il polso piegato e il collo graffiato, e con il cazzo che pare un grumo di qualcosa: come un piccolo nulla, ecco come conclude Joseph Piranesi. La donna è talmente veloce ad abbandonarlo che lui ha modo di coltivare la breve e bella illusione di essersi appena fatto chiavare da un fantasma. Quando, implacabile, una voce giunge a spazzare via qualsiasi illusione. (Come bucce di cipolla risucchiate dal vuoto d'aria provocato da un treno in corsa, così scompaiono le illusioni).

«Quella è Irina» dice la voce, in una lingua che purtroppo Joseph Piranesi può comprendere. «E quello che ti ha appena fatto è il suo minimo sindacale. Di solito l'insieme di gesti e suoni che Irina è in grado di produrre ricorda un musical. Questa volta, e temo sia colpa tua, è stato invece più modesto, più simile allo spettacolino di un mimo di strada senza pubblico disposto a pagare».
Joseph Piranesi si guarda attorno ma non riesce a scorgere il proprio interlocutore. Un buio grigiastro, vagamente lattiginoso, occupa la grotta. L'unica forma visibile è quella di una pagnotta di segale, tozza e rotonda. Ed è vero che Joseph Piranesi non ha mai tentato di scalare le vette del pensiero filosofico occidentale, e tanto meno ha provato a offrire soluzioni per i gravi problemi che affliggono l'epoca in cui gli è toccato di vivere, ma non per questo ignora che le pagnotte, non importa di quale aspetto o colore, siano incapaci di parlare. Eppure, dopo aver compreso che, innegabilmente, è proprio la pagnotta di grano scuro poggiata sul tavolo a parlare, Joseph Piranesi si sente a proprio agio, incredibilmente a proprio agio. Si può ben dire che mai prima gli fosse capitato di sentirsi così calmo, protetto, incurante del mondo e al tempo stesso pronto a farne parte, ma non a farne parte in quanto persona, non come essere umano dotato di abilità e limiti, bensì sotto forma di ammanco: Joseph Piranesi già dopo i primi convenevoli scambiati con la pagnotta di segale, si sente pronto a farsi rappresentante delle mancanze più svariate, di quelle mancanze minori, talmente piccole, che per la maggior parte delle persone risultano invisibili ma che, se venissero meno, infliggerebbero orribili mutilazioni allo scorrere delle colossali e pompose presenze che affollano la così detta realtà: «Provate a eliminare tutte le fratture e tutti i fori di cui è costellata la Muraglia cinese», inizia a sibilare un Joseph Piranesi febbricitante. «Se provaste a correggere le sue parti scheggiate e a depurarla di tutti i crolli, subito dopo non vedreste più nulla, la distruggereste. Perché gli organismi – tutto è un organismo persino gli oggetti – per sopravvivere hanno bisogno di ospitare un numero enorme di fallimenti. E io, adesso, li sento tutti dentro di me, li avverto, tutti questi cedimenti, tutte queste defezioni, come fossero mentine, come fossero ostie, come vitamine. Io adesso so molte cose che prima ignoravo. Ad esempio so che l'uomo lasciato solo, a macerare, col passare del tempo odora di sigaro e culo sporco, odora di quotidiano abbandonato in cantina, di gatto malato, odora di rosolio venuto male, di campeggio».

La pagnotta di segale dice di chiamarsi Bob Chorba, e aggiunge che quello è lo stesso nome di una famosa zuppa di fagioli bulgara, ma afferma anche che non importa, perché chi non è in grado di distinguere la differenza tra una pagnotta di segale e una zuppa di fagioli merita qualsiasi fraintendimento, e anche di peggio. Bob Chorba informa Joseph Piranesi che lui e gli altri della grotta l'hanno aspettato a lungo, molto a lungo, e che non sono mancati i momenti difficili e le crisi provocate dall'atroce dubbio che lui non esistesse e che la loro attesa fosse vana. Ma adesso che lui è qui, adesso che lui è arrivato, i dolori del passato hanno lo stesso valore dei brutti tatuaggi fatti durante l'adolescenza, sono rimpianti dolci, imbarazzi per cui è bello provare imbarazzo, perché offrono la possibilità di essere pensati sentendosi migliori, sentendosi salvi.
Bob Chorba non ha alcuna intenzione di spiegare il motivo per cui, con tutta l'umanità a disposizione, aspettassero proprio lui, proprio uno come lui. Una spiegazione di questo tipo, sostiene Bob Chorba, vanificherebbe la loro attesa e la sua stessa presenza.
E Joseph Piranesi dal canto suo non ha nessun bisogno di saperlo, anzi, preferisce restare all'oscuro di tutto. Le rare volte in cui gli è stato fornito un piano dettagliato, un fine da raggiungere o uno scopo, lui ha immancabilmente tradito, fallito, ha persino ucciso senza motivo. Meglio, molto meglio consegnarsi all'ignoto, lasciandosi trasportare sulle strade dell'idiozia che conducono all'inconsapevolezza assoluta. E poi Joseph Piranesi, questo gli è sembrato doveroso sin dal primo istante, deve impegnarsi a indagare la condizione in cui si trova. È questo il suo vero impegno. E se per riuscirci è costretto – costretto da nessuno e quindi da tutti - a restare a letto, beh, ci sono posti peggiori in cui essere confinati. Specialmente con Irina che di tanto in tanto lo salva, incurante della sua pessima igiene intima, e con gli altri ubriaconi che gli portano buone, alle volte buonissime ragioni per zittire la sete. E poi ci sono le gite settimanali, i cortei in giro per la città e la campagna, grazie ai quali Joseph Piranesi ha modo di sfruttare l'aria aperta per riflettere sulle molte parole pronunciate dal loquace Bob Chorba, sulle sue parole buie e vere, le sue parole sagge e maleodoranti. L'architettura e la natura, gli odori dei gas e del fango lo aiutano a riflettere sulle frasi pronunciate da Bob Chorba: frasi che inizialmente suonavano come domande impossibili da soddisfare, ma che in realtà sono sempre e soltanto condanne e maledizioni: e non c'è nulla, nulla di più rassicurante di una maledizione. Per questo può capitare che Joseph Piranesi si lasci andare a confessioni e bassezze, e che, trovandosi davanti a una stazione dei vigili del fuoco oppure sotto un tiglio, inizi a gridare: «Cosa vorrei? Vorrei che questo mio lento e faticoso sproloquio si aprisse come una fetta di torta, come una risata. Vorrei essere lo spasmo che precede il salto, lo sbuffo, e vorrei che le mie parole si attorcigliassero tra loro senza ferirsi, rubando senso a ciò che le circonda. E che fossero sincere pur nell'assenza di grazia, e aggraziate nella sciagura. Le vorrei simili a un singhiozzo volgare, che fa sorridere e che fa stancare, involontarie come un peto, ma allo stesso modo inevitabili».
Normalmente gli uomini e le donne che lo trascinano in giro per la città, arrivati a quel punto dello sproloquio lo colpiscono alla testa con degli oggetti. Senza rabbia, naturalmente, senza astio, soltanto con molta precisione, con grande efficacia. Altre volte, quando si festeggia una santa amata o la fine di una guerra, gli ficcano un imbuto in bocca e gli riempiono la gola di acquavite, che calma i nervi, dona spensieratezza agli occhi e fa crescere le unghie lucenti e robuste. E Joseph Piranesi allora si sente come Dante, come uno che passa il tempo a perdere i sensi e a indagare. A indagare la sua condizione e persino le condizioni altrui. Passo dopo passo, indizio dopo indizio, Joseph Piranesi indaga.

Indagare e svenire, essere insalvabili e lasciarsi salvare, un due tre un due tre inchino, e poi la gioia di sapersi tanto attesi e di non conoscerne il motivo, e la grande compagnia offerta da Bob Chorba, i suoi alti insegnamenti, la roccia, la luce delle candele, il sapore della prugna e la temperatura dello sporco, e Sofia tutt'attorno, città soffusa, opaca, pronunciata da uomini e donne invisibili, a mezza voce, come se venisse continuamente pronunciata e descritta sotto il pelo ghiacciato di un'oca selvatica.

Joseph Piranesi, a letto, al buio, nella sua grotta, mentre conversa con una pagnotta di segale e ascolta la propria sete inestinguibile, sa che attorno a lui non ci sono oche ghiacciate e non ci sono uomini invisibili, e che non c'è nessuna città opaca.
Eppure non c'è che quello. Sempre e comunque, sempre e ovunque.
La vita pronunciata e poi mangiata da labbra in fuga, l'ossessione della ricerca di un senso, tra le ciglia degli spettri, lungo la pelle dei fiumi, al fondo del ventre del mare, nella gastrite del mondo.

 

Orso Tosco