L'uomo cavalca nel buio e sorride alla notte - Racconto collettivo

Il 25 settembre siamo saliti su un tetto, a Roma est. Eravamo una trentina di persone e con noi un lunghissimo rotolo di carta sul quale avremmo voluto scrivere, al modo dei surrealisti e degli ubriachi, al modo degli enigmisti e dei giocolieri, un cadavere eccellente (o squisito, che sia). Vale a dire: un’opera collettiva nella quale si scrive una riga ciascuno, potendo vedere solo l’ultima parola della frase precedente. Questo è, se così si può dire, il risultato dopo diverse, necessarie e illuminanti, damigiane di vino bianco.

 

 

L'uomo cavalca nel buio e sorride alla notte. Gli piace muoversi in silenzio.

E poi Adam si avvicina, tra la polvere del pomeriggio, la luce che attraversa il pavimento, un pavimento così lucido da riflettere le stelle, mai affidarsi alla notte e alle stelle che non sono lì per proteggerti, lui lo sa bene, sono lì, fisse in cielo solo a controllarti. Nonostante questo, nonostante tutto, queste albe schifose sono bambini che ridono, e non c'è niente di più tetro, cassonetti pieni di risate.
«Risate? Risate? Non ero io a chiederlo, ad ogni modo. Per il resto: luci rotte lungo le strade, insegne fulminate di cinema, bar, lupanari cinesi. O sbaglio», dice Sam Fueller.
«Non sbagli» gli risponde una voce nel buio.
La prima stella del mattino, dopo il suo lungo oscillante insensato fulminante esaltante viaggio esplode.
Questi tristi eventi portano a introdurre una giornata arida e oscena, dove le risultanze dell'essere, dell'inconsapevolezza della propria anima, e dell'inutilità stessa del vivere come puro atto fisico, montano nel profondo fino a farsi energia totalizzante, al contempo emblema di disperazione secolare e stimolo inesausto alla violenza. L'abisso è illuminato dalla luna, piccola, parziale. Qualcuno la definirebbe discreta. Un abisso poco profondo, mediocre. Ma è nella mediocrità che si ci nasconde meglio.

Noi.
Vede nient'altro se non sequenze di monosillabi. Infinite e infinitesimali frasi?

No, per Adam non sono le frasi giuste, quelle che Miriam aveva appuntato sull'orlo della loro disperazione. No. Non è la fatica ad annientarlo ma il desiderio, a ogni istinto primordiale la cerca affamato, azzanna gli avambracci, i polpastrelli: il crepuscolo è una serranda sugli occhi e gli amici boia, di una fantasia spudorata, gli ricordano che se arriva, la morte, è soltanto un ennesimo stato d'animo. Nobile e raffinato respira la notte e il giorno, la notte e il giorno, le tenebre e la luce. Li respira con fame, con necessità. Legge nelle pietre e tra le righe di una poesia, che la maggior parte delle volte trova nei libri, nel giorno, e, appunto, nella notte. Si aggira con i suoi occhi affamati, tra le fontane, i ciottoli, i fari, il suono dei passi degli altri. Altri sogni da rubare, vuole altri sogni, di altre persone, perché ora le sue notti sono buie e nere, sono vuote. Sogni. Momenti di stasi, distacchi. Confonde le strade. Cammina senza sapere dove è diretto, in lontananza il fischio di un treno lo risveglia dai suoi pensieri – assomiglia alle sirene che avvisavano dei bombardamenti – ancora ha nelle orecchie il fragore delle bombe, ancora ha negli occhi gli sguardi spaventati dei suoi fratelli della terra di nessuno. Sa che l'uomo blu è solo, vecchio e bambino dentro una stanza. Nessuno sa che per mettere in moto il suo cuore bisogna afferrargli le tonsille e tirare, tirare giù, in fondo, mentre sente raschiare le voci dietro il muro.
Smette in quel momento di respirare, e cade a terra. Con il palmo della mano a cucchiaio raccoglie una manciata umida. La porta al viso, ne annusa il tepore. Poi con impulso improvviso se la schiaccia sulla fronte, sul naso, sulla bocca. Come quando era all'asilo, mentre tutti i suoi compagni giocavano nel cortile ed era così bello tenersi in disparte, osservare gli insetti, sdraiarsi al suolo.
Anche adesso lo stesso impulso: sdraiarsi sulla terra con il volto rivolto in su, a scrutare le nuvole, accorgersi che si muovono, creano forme: un orso, o una tartaruga con le ali che spicca il volo.
«Volo?», dice Sam Fueller, «Non dovete essere ridicoli, non dobbiamo essere imprecisi, non dobbiamo assolutamente essere sciatti!»
Squagliati, ognuno se ne va per la sua strada, e succede che uno di questi vagabondi incontri Orson Welles, grasso, felice, che ripete senza sosta la parola SHANGAI.

Surprise.

Il volto dell'uomo si segna di un colorito purpureo nel momento in cui la macilenta spogliarellista esce dalla gigantesca torta a più piani – economico monumento di plastica e panna da pasticceria di quart'ordine – pronta a fare il suo nonostante il poco denaro ricevuto per la serata, perché questo è il suo lavoro e tutto quello quello che ha saputo fare, nella vita. Tra il muro smerigliato e una caraffa, intravede non la porta, ma un buco. Si sporge e chiede: «Dove? Slovenia?».
«No, non in Slovenia. È in Molise».
«Hai barato». Il vero gioco d'azzardo è tra le cose non dette e il pensiero che anticipa l'azione; due assi di cuori stanno per tagliare il cordone che tiene legata la sua mano al futuro, finché il revolver non sale sulla tempia e conta, conta, poi spara.
Ed è l'inizio, pensa Adam, l'inizio di qualcosa di oscuro. Adam e Miriam attraversano il marciapiede del mattino, su strade ormai dissolte. E dissolte le ultime scie chimiche tornano all'aperto tutti i più grandi pescatori per fare a gara di bugie. Le candele non si spengono neanche con un soffio di vento, eppure tutto sembra fin troppo facile per desistere a fare il primo passo, a muoversi nel buio sicuri senza preoccuparsi di nulla. Del nulla: il nulla nella bocca che non sa più urlare.
Urlare è il suo modo di trovare le cose nell'aria. Sugli occhi, tra i capelli e la sua girandola attaccata all'angolo più lontano, l'aria continua a soffiare e a portare il profumo del mare. Se si mettesse a camminare veloce, arriverebbe alla spiaggia in meno di venti minuti. Ma sa che la barca è staccata dal piccolo molo da un pezzo. Inutile affannarsi. Rimane l'immagine del sole che mangia il profilo del promontorio riducendone il corpo a un ritaglio piatto ed evanescente. Dopo l'ultima notte ha chiaro che la sua ultima possibilità è svanita con quel sogno che aveva smesso ormai di visitarlo. È impossibile, il castello è inaccessibile, le strade che conducono a esso, secondo le mappe attuali, impercorribili.
Se ne va per delle strade, bavero tratto, perduto come se milioni di demoni avessero stuprato la sua mente, sigaretta all'osso, piedi dolenti, ricordi di brace, mira l'ultimo baluardo di luce, luce incastonata in un palazzo di puttane, puttane come primi amori, e continua, lui o chi per lui, vuole sangue, vuole pulsioni, vuole una lunga elencazione di desideri e di piaceri sognati, il pensiero lontano di certi sommovimenti del cuore, il segno prepuberale di una giovinezza in divenire poi naufragata in ore che si fecero pomeriggi, e pomeriggi che divennero settimane, le settimane mesi, i mesi anni, e tutto quello che oggi ricorda di quel tempo consiste nelle droghe, nella vaselina, negli atti vandalici al tramonto, nelle infinite bottiglie di vino e liquori.
Dice che il tempo è poco, poi si accende una sigaretta e si avvicina alla finestra. Fuori è buio. Poco prima aveva visto la luna spaccarsi in due, e dall'incavo erano usciti quattro cavalieri, armati di spade infuocate e bardati di un'armatura di stelle; avrebbero riportato tutto in quel luogo che non avevano conosciuto, ma soltanto immaginato. Un luogo dove il peso sparisce e diventa respiro.

È vivo. Gli si avvicina un uomo canuto. «Sei di qui?», chiede.
«Le chiese», dice Sam Fueller, «Le chiese. Le chiese. Mi mettono pace? Le domanda è: mi mettono pace? Oggettivamente sì. È un bene. No. Non è un bene».
«Mi-mica male, mica male. Viene quasi voglia di pisciare-sciare...»
«Ed è quel che credi?» dice Adam. Oppure è Miriam che guardando oltre le nuvole, oltre il tramonto, vede quel che era e che ora non è più, e non è mai stata. Soltanto un gioco delle parti, soltanto un gioco. Le ore straripanti dell'Alba, l'unione. Finalmente, un respiro. Contare, contare.
Contare.

 

rotolone exquis