Ècfrasi - Mattia Leo

Il bagno è cieco. Perciò è necessario accendere la luce anche di giorno. Mentre la prima urina provoca uno scroscio nel piccolo pozzo e colora di un giallo scuro e fumante l’acqua stagnante della tazza, il led in alto minaccia di cedere all’oscurità da un momento all’altro. La sua luce si è fatta intermittente, lo sfarfallio si fa sempre più frequente, c’è un momento in cui sembra si sia definitivamente fulminata e invece rinviene e si assesta e nel frattempo lo scroscio del getto non cessa. 

Acceso, spento, acceso. L’intermittenza è spesso un chiasmo negato. La linearità del discorso, la specularità della parola, gli incastri della lingua non trovano riscontro nelle naturali sinuosità.
Si forma una candida schiuma che galleggia come cuora sulla superficie di uno stagno, il rumore invece è quello di un flusso regolare, deciso; la vescica si svuota degli incubi del giorno prima, provoca il rumore di un filo liquido che si getta e si mescola all’acqua di un minuscolo lago. C’è un tic tic di falena contro un vetro ogniqualvolta la luce passa da uno stato all’altro. L’interruttore è deciso, ha scelto di soffermarsi sull’on – che si sia illuso di poter domare l’ammanco? –, il led in alto arranca, prende fiato, si arrende, poi si pente, l’ultimo sforzo… 
Ancora luce. Liberare dal corpo i liquidi sembra qualcosa di più, qualcosa di simile a una catarsi, la purificazione attraverso l’uretra, una catabasi al contrario – dalle cavità segrete al mondo esteriore –, oppure è soltanto fisiologico, lo smaltimento di sostanze organiche e inorganiche, roba in eccesso del corpo sprecone, l’espulsione di ciò che è scomodo, ma anche di ciò che gonfia e strangola i reni.
Lo zampillo non si arresta, il suono che produce rimbalza da una parete all’altra e questo slancio conferisce un effetto di risonanza, un eco che contribuisce a renderlo volumetrico, un discreto tremolio che farebbe vibrare gli animi di certi attenti ascoltatori. La parete nord del bagno è ammuffita, le macchie di umidità l’appestano, larghe e unte chiazze scure nelle cui forme incontenibili si potrebbero scorgere i futuri, nella maniera in cui il fondo di una tazza di caffè rivela gli esoterici residui di un vaticinio. L’intonaco sul soffitto è in più punti esfoliato – la diagnosi dice leggera dermatite –, testimonianza del passaggio del vapore, ovvero quell’invidiabile nube gassosa in cui potersi riconoscere sempre perché essa sa disperdersi in tutto. Penetrare in quel circuito significherebbe entrare a far parte di una comunità più ampia, quella delle sostanze invisibili, in cui non c’è rischio di imbattersi in egocentrismi. L’invisibile è un tratto di appartenenza. Per questo si stima tanto il vapore. Per questo si stima il fuoco e non poco. 
D’un tratto il gorgogliare viene surclassato dall’intensa dinamica di un motore d’aereo, un aereo reboante lontano, lo sfogo dei razzi di un bruco volante che attraversa l’autostrada del cielo costruita su solide latitudini e longitudini e altitudini e abitudini, altro che il cemento. La bava come il gesso scaturisce dal grosso deretano, il verme aveva rifiutato la crisalide per sporcarsi la pancia e strisciare nell’aria. Non si può scorgere tale immagine da quel bagno ermetico, e tutto ciò lascia un senso di rammarico. Non resta allora che rincorrere la suggestione attraverso il terzo occhio, quello a cui i gradi non vengono meno e se indossa l’occhiale lo fa solo per peccare mortalmente contro se stesso. Questa suggestione sembra essere la condizione madre.
Il flusso si sta esaurendo, la dirompenza di prima è un ricordo, adesso gli ultimi spasmi scendono a ritmo sincopato, procedono a tempo sghembo, dispari, gocce come grappoli. 
Una ventolina a muro si reputa il palliativo di una finestra. Il piccolo polmone gira e rigira, la polvere si adagia adagio; ciò che si respira dentro è insalubre, allora la girandola inspira ossigeno – quello contraffatto fatto di tosse di marmitte, camini sbuffanti, fumi di fogna, sigarette fumanti – e poi, di contrabbando, esilia con un soffio il rarefatto mulinello. Insomma espelle e assume anidride carbonica e tuttavia si continua a respirare. È una falsa scappatoia, è una ferita nel muro, ma il muro è solido. Ci vorrebbe qualcosa di più. Qualcosa di rettangolare, di crucificato, ma al contempo vitreo, con una maniglia di ottone magari. Una finestra, una vera finestra da cui osservare il mondo o semplicemente il palazzo di fronte. Se si è fortunati uno stormo migratore potrebbe suggerire le proprie fantasie, quelle libere e proibite. Sono neri tratti di matita che insieme disegnano il firmamento più prossimo. I neri tratti conoscono lo sfumato e conoscono la prospettiva, ma anche le luci fiamminghe e ancora le impressioni, le espressioni, i futurismi, e non c’era bisogno di spendere tutte quelle energie per emulare questi che sono soltanto movimenti. Movimenti di una sinfonia. Tempi andati, andamenti.

Andante con stormo per piume e becchi;
Rivoltoso ma prudente per versi e sberleffi;
Andantino in un altro paesino perché qui fa freddino per uccelli migratori;
Tenuto o Trattenuto malgrado tutto per due rimpianti e quartetto di scelte sbagliate;
Scoppiettante con fuoco infernale;
Allargando, Rallentando, Dilatando...

Però un attimo. Il bagno è cieco. Non si dovrebbero vedere queste cose, eppure sono lì. Nelle palpebre serrate si scorgono i fuochi della vera fiamma, il vero guardare, l’unico che sembri giustificare l’operato degli occhi. Nelle instabili luci del bulbo c’è già l’intermittenza del led, è contemplato l’abile stormo e i suoi disegni, la gentile pisciata e la maestosa cascata sono lo stesso sfogo – due dirompenze allo specchio –, sono entrambe torrenti in uno spazio aperto.
Le goccioline sono ora una blanda pioggerella che non richiede neppure lo sforzo al passante di schiudere il suo ombrello. Le gocce scendono bisillabe.
Pi-pì: per questo la chiamano così.
Nel pozzo del gabinetto sta un brodo primordiale. Per un attimo tutte le verità sono laggiù. Verrebbe quasi voglia di esplorarle. Poi però si dimentica, si scorda tutto e si ricomincia daccapo. Lo sciacquone è un agente dell’oblio. Basta fare pressione su un grilletto ed è amnesia.

 

Mattia Leo