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Posso raccontare ancora un’ultima storia.
Qualche anno fa, durante le settimane delle piogge che inondano le città e ingrossano i corsi dei fiumi, lessi un articolo che annunciava l’apertura del Museo dell’Umanità.
L’articolo parlava di una struttura dedicata alla collezione più estesa di oggetti appartenuti a esseri umani mai esposta prima: l’edificio sarebbe stato progettato da dieci architetti selezionati attraverso una lotteria; l’edificio sarebbe stato costruito da un migliaio di operai selezionati e scelti attraverso una lotteria; la mostra sarebbe stata allestita da venticinque curatori selezionati e scelti attraverso una lotteria; l’esposizione sarebbe durata settantasei ore, durante le quali nessuno dei visitatori (scelti attraverso una lotteria) sarebbe potuto uscire dall’edificio; al termine delle settantasei ore l’edificio sarebbe stato smantellato per non riapparire mai più.
I termini dell’esposizione e il regolamento sarebbero comparsi su un sito costruito nelle ventiquattro ore precedenti all’apertura. Nell’articolo si citavano dubbi sulla qualità dell’allestimento (basato sul caso della selezione e non sulla professionalità degli addetti ai lavori); dubbi sulla qualità del criterio di selezione (la lotteria); dubbi sulla scelta di imporre una permanenza coatta ai visitatori; dubbi sul divieto (annunciato mesi prima da un portavoce della fondazione che aveva lanciato il progetto) di fotografare gli oggetti esposti; dubbi, infine, sulla natura del Museo che avrebbe avuto una data di scadenza improrogabile.
Il giornalista si chiedeva inoltre a chi sarebbe stato concesso l’ingresso, e perché. Se nessuno degli oggetti esposti sarebbe stato fotografato, allora che senso aveva parlarne.

Non comparvero altri articoli e nessuno ne fece più parola. Per anni le attività quotidiane proseguirono come sempre. Andavamo a lavoro o lo cercavamo. Morire continuava ad essere una faccenda complessa. I nostri corpi marcivano e frequentavamo molte malattie. Bere, alla fine di una giornata, era l’unico rituale pieno di senso. Dibattevamo dei grandi temi con la stessa superficialità che ci aveva contraddistinto nell’ultimo secolo. Ci dividevamo in tifoserie che si piegavano a un dio implacabile o misericordioso, non importa. Giustificavamo le guerre giuste e condannavamo le guerre ingiuste. Gli altri, loro, erano i nemici da cui difenderci: costruire muri, sezionare terre, guardare filmati che riprendevano esseri umani in cammino attraverso un deserto di macerie. Nessuno di noi credeva di dover affrontare il destino toccato ad altri. Questo pensiero bastava ad arrivare alla fine e ci permetteva di ricominciare.

Non so spiegare perché mi aspettavo che accadesse: un involto di carta pregiata, scritto a mano, con il nome di un luogo in cui presentarsi il giorno dopo, a mezzanotte. Quella sera pensai a molte cose, anche se non credo che questa sia la sede adatta per citarle. Ho poco tempo e questa è la mia ultima storia.
Attenersi alle istruzioni di un invito è semplice, quando sai che cosa fare. A mezzanotte ero fermo di fronte all’ingresso di una fermata della metropolitana. Soffiava un vento caldo che attraversava le strade e si infrangeva sugli alberi. Le luci dei lampioni penetravano appena il buio della notte. Non c’erano passanti, ma soltanto automobili e taxi. Riconobbi il furgone dal colore e confermai a me stesso le mie paure. L’autista mi fece cenno di salire senza guardarmi. L’abitacolo odorava di arbre magique e di colonia. Fu un viaggio breve e silenzioso. L’autista sembrava concentrato e decisi di non dare sfogo alle mie domande. In base alle istruzioni dell’invito sapevo che cosa sarebbe accaduto e quando.
Il piazzale del conservificio era abbandonato, deserto, la pavimentazione perforata e le crepe nel cemento si erano uniformate alla vegetazione, alle piante selvatiche che si rivelavano più resistenti del lavoro umano. Scesi dal furgone e aspettai il segnale.
Attraversammo magazzini e aree dedicate allo stoccaggio, lotti di cui non riuscivo a definire le dimensioni: calpestavo residui di lavorazione e sentivo il suono dei passi che mi precedevano e che mi seguivano. Eravamo in pochi e nessuno di noi parlava. Il fascio di luce di una torcia indicava la direzione da seguire, mentre ci avvicinavamo alla destinazione stabilita. Sentivo il torpore che annuncia il formicolio, e speravo di non cadere in uno stato di trance o in una di quelle paresi muscolari che ogni tanto mi impediscono di camminare.
Uno alla volta, in silenzio, ci fecero entrare.

Nel museo degli oggetti che raccontano la storia dell’umanità due amanuensi siedono in fondo alla sala principale. Scrivono e disegnano piegati sui tavoli. Avvicinandomi alle spalle curve dei due lavoratori ho notato le giunture delle macchine e il sibilo dei loro respiri meccanici. Sembrano esseri umani, ma si tratta di androidi scolpiti a nostra immagine e somiglianza. Riproducono fedelmente l’evoluzione tecnologica della specie umana; lo fanno ripetendo i gesti che abbiamo affinato da un millennio all’altro, ricostruendo le tecniche sviluppate per creare gli oggetti di cui non conosciamo la genesi. Lavorano con una scaletta cronologica e tutto quello che viene prodotto dai loro arti artificiali è etichettato e sistemato con cura in una delle teche sopraelevate. Corridoi con scaffali alti come colline si diramano dal punto in cui siedono gli amanuensi e percorrono l’area immensurabile del padiglione. Dall’ingresso si sviluppano dieci padiglioni in superficie, e altri venti nei sotterranei, per almeno cinquecento metri sotto il livello della pavimentazione. Un binario collega il labirinto del Museo dell’Umanità, ma nessuno pensa possa essere seguito da piedi umani.
Mi accorgo appena della presenza degli altri visitatori, donne e uomini che come me si muovono con passi impercettibili e che ruotano il collo in posizioni pericolose. Sento anche l’afrore dei nostri corpi surriscaldati, la tosse che scoppia improvvisa, le lingue che si arenano nel palato e le labbra asciutte che, se riaperte, fremono con rumori distinti.
Non abbiamo orologi, né apparecchi tecnologici, e non conosciamo la profondità del tempo. Ognuno di noi si prefigura in una dimensione temporale. Probabilmente stiamo respirando in porzioni di tempo alterate. Subiamo una dilatazione dell’orizzonte, che inizialmente ci sembrava ristretto. Non ci stiamo più muovendo nei magazzini di una fabbrica abbandonata, ma stiamo sfiorando il perimetro di una città che cresce ora dopo ora, scaffale dopo scaffale, reperto dopo reperto.
Sappiamo che al termine delle settantasei ore previste il museo verrà smantellato, ma nessuno riesce ad immaginare come. Siamo al corrente della liberatoria e abbiamo sottoscritto un contratto che non ci permetterà di uscire prima della data concordata. Inoltre nessuno di noi potrà fotografare, filmare, disegnare o raccontare.
A dodici ore, presumo, dal nostro ingresso, non abbiamo neanche una vaga idea della natura di questo organismo che riproduce ogni nostro passo. Siamo ancora nel primo padiglione e iniziamo a perdere contatto con i nostri simili. Finora in due sono riusciti ad evadere dal cerchio che avevamo creato. Abbiamo difficoltà a contarci, a ricordare i nomi degli altri visitatori, a definire i volti delle persone a cui pensiamo più frequentemente. Non abbiamo fame e sete, non siamo stanchi. Sono scomparsi i tremiti, le paure, gli acufeni, le sensazioni di stanchezza, affaticamento, dolore. Non c’è desiderio. Non vedo coppie eccitate tenersi per mano, guardarsi negli occhi. I nostri sguardi si sono isolati in campi visivi specifici, in cui non c’è spazio per gli occhi. Reagiamo ancora agli impulsi uditivi. Percepiamo le presenze, ma abbiamo quasi perso il controllo dei nostri sensi.
Una volta esaurita la metà del tempo a disposizione, ci accorgiamo della fuga di altre tre persone. Parlavano di una grata. Iniziamo a temere per il futuro, per le ore che ci separano dalla fine di questa lunga notte. Siamo al limite del secondo padiglione, lo abbiamo appena superato. Ci troviamo di fronte alla riproduzione del ciclo omerico. Quattro minuti sono sufficienti per creare l’enciclopedia del mondo greco. Riaffiora la paura, il terrore di essere caduti in un abisso di cui non sapevamo nulla. Tastiamo i nostri indumenti, cerchiamo qualcosa, qualsiasi cosa. Proseguiamo a piccoli passi, attraversiamo corridoi su cui sono impilate migliaia di teche contenenti i reperti delle civilità esistite, impariamo a riconoscere i millenni.
Mentre scrivo, nascosto tra i corpi che mi proteggono, cerco di ricordare perché sto raccontando questa storia. Ricordo una votazione, le voci dei miei compagni. Ricordo di essere stato incaricato, per motivi che non comprendo. Ricordo la decisione: mentre gli androidi riscrivono la storia dell’Umanità, qualcuno deve fermare il tempo, e l’unica arma che abbiamo, in questo spazio allucinante, è la scrittura.
Se qualcuno dovesse leggere queste parole vorrà dire che ci siamo salvati, o che siamo terminati. Sono infatti due le possibilità. La prima indica una via, la luce che ci sveglia dagli incubi. La seconda ci ricorda l’ineluttabile: siamo i primi esploratori di una dimensione in cui ogni frammento della cultura umana viene congelato nella sua riproduzione e conservato; se tutto questo è vero, forse leggere le parole che ho appena formulato varrà da monito. Altrimenti non saranno che frasi conservate in una teca, etichettate con cura da amanuensi androidi.

 

Marco Lupo{fcomment}

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