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mexicoC’è una strada, da qualche parte a Parigi, di cui non ricordo il nome. Una strada senza porte, coperta da un’ombra che cresce nelle notti di nebbia, che non accoglie nessuno da anni.

Sui muri e sulle pietre che delimitano questa strada ci sono disegni di porti scomparsi nella tempesta e foche monache che cantano come sirene e marinai dal collo tatuato che cullano croci e stanze minuscole affrescate a memoria, stanze in cui i mobili non lasciano spazio al pavimento e stanze in cui il tempo ha disintegrato gli oggetti. C’è una marea di figure che implodono, sui muri della strada parigina, e in pochi hanno avuto la fortuna di toccarle con mano.  

L’ultima volta che sono stato a Parigi era inverno, parlavo una lingua che ho avuto il tempo di dimenticare; indossavo un cappello di feltro e un cappotto di lana. Sono passate lastre di marmo e cieli migratori da quando tutto è accaduto, e da allora ogni cosa è vera in un altro modo. Lei era entrata nella strada, all’ombra della luna che non vedevamo, coperta dai tetti che crescevano nella muraglia di case che chiamavamo Parigi. Lei era scivolata sul pavimento bagnato, una mano sul muro intagliato per non lasciarsi cadere. Nati in terre lontane, ci eravamo incontrati su Rue du Pélican, davanti a un rigattiere che vendeva tronchi di bambole e stock di tessuti che avevano viaggiato per mesi sulla via delle spezie.

Un vento nato nella steppa e cresciuto sulle guglie di Cracovia soffiava nel vicolo e sui nostri cappelli colorati.
Sento che qualcosa si è rotto, mi disse. La portai in braccio oltre l’acciottolato di Rue du Pélican, fino alla piazza dove i mercanti di spezie e i venditori di aglio incrociavano le loro voci tutte le mattine. Di notte c’erano lampioni che riscaldavano l’aria con una luce fucsia e piccole case pieghevoli in cui dormivano vagabondi, senzatetto e ubriachi. Ricordo che la panchina profumava di mela e che le tolsi le scarpe per capire. Parlammo a lungo, seduti sulla panchina, con le mie mani sui suoi piedi e con le sue scarpe vuote che sfioravano le mie. 
Venne una luce che prometteva qualcosa e si fece largo tra i tetti e i timer dei lampioni. La aiutai a calzare la scarpe e le dissi di fare una prova, di tentare di mettere un piede accanto all’altro, di ritrovare l’equilibrio perduto che si era spezzato cadendo. Sorrise, credo.
Dall’altra parte della piazza, sul fogliame di un tiglio, c’era un viso di ragazza: un viso proiettato su un albero che si muoveva, sotto le foglie che frusciavano per apparire come punti o come minuscole gondole. Guardammo il viso di ragazza e le luci colorate e l’effetto del fogliame illuminato.

C’è una strada, mi disse, nel pueblo in cui sono nata, una strada ridicola fatta di polvere e di case che dovevano essere bianche e invece non lo sono. Mi viene in mente ogni volta che accade qualcosa di strano. La strada era a qualche isolato da casa nostra, ed era una strada che avevo sempre visto ma che non avevo mai percorso. I pomeriggi erano lunghissimi e correvamo ovunque fino a tagliarci il respiro. Nessuno dei miei amici viveva in quella strada. Nessuno dei miei parenti aveva mai dato un pranzo in quella strada. La strada esisteva e aveva una forma definita, ma io non potevo saperlo. Venne un inverno senza pioggia, ricordo, e i contadini sradicavano le insalate e i tuberi e li lanciavano nei buchi aperti della terra. Una sera mio padre mi disse che la nonna stava male e che dovevamo andarla a trovare. Per strada, all’improvviso, in un punto preciso, tra l’inizio e la fine di quella strada ridicola, si mise a piovere. Tutto intorno la polvere era asciutta. La pioggia cadeva sulla strada e bagnava i balconi e i panni stesi e le piante morte di sete. Mi spaventai e strinsi la mano di mio padre: mi disse che non dovevo avere paura, che quello era un fenomeno comune, disse, un fenomeno che non significava nulla. Semplice come l’acqua, aggiunse.

Da allora sono passati molti anni, e nel presente siamo una coppia che ha mangiato insieme e fatto l’amore e inaffiato le piante e litigato lanciando oggetti contundenti e pianto come nella prima ora di vita e riso fino a lacerarci le corde vocali e cantato senza badare alla musica e dormito toccandoci e urtandoci e sudando e rabbrividendo, migliaia di volte, sì.

Qualche settimana dopo il nostro incontro prendemmo un bilocale in affitto in Rue du Pélican. L’appartamento emanava l’odore dei posti chiusi e sembrava disabitato da decenni. Dovevamo togliere la carta da parati stile impero, scartavetrare, dipingere le pareti, decorarle. Dovevamo ricoprire i pavimenti con un rivestimento e cambiare le stufe elettriche che ronzavano e tremavano quando le accendevamo. Dovevamo portare delle sedie, un tavolo, un divano, tre librerie, scatole e scatole e scatole. Non avevamo un ascensore. Il bilocale era al sesto piano e la vista era magnifica: vedevamo le antenne dei nostri vicini e cornacchie, corvi, passerotti e tortore.

Il tempo si fermava a ore prestabilite e scorreva come una sorgente quando lo lasciavamo libero, stesi sul divano con gli occhi rivolti verso le pareti bianche e le lampadine che fuoriuscivano dai soffitti provocando riflessi e ombre dove non ce le aspettavamo.

Nel pomeriggio, quando pioveva e a Parigi si indossavano impermeabili e scarpe alte, andavamo in Rue Jean-Jacques Rousseau, in una vecchia libreria dagli scaffali pieni di opere dimenticate, di libri usciti decenni prima, di copertine che rivelavano macchie di cibi e bevande e aloni difficili da riconoscere. Uscivamo con in testa titoli di libri mai letti e titoli di libri che iniziavamo a ricordare, e attraversando il largo viale incrociavamo i funamboli e i maratoneti. Davamo un’occhiata ai banchi del mercato sul ponte, ai volti incorniciati dai passamontagna e dalle sciarpe, alla pelle infiammata dal vento e dal freddo di quelli che vivevano sul ponte, ai movimenti dei pescatori di plastiche sulla banchina, sotto il ponte, ai ragazzini che facevano il tiro al bersaglio sulle macchine abbondonate sull’altra riva, con le molotov che ruotavano nell’aria prima di colpire la lamiera arrugginita, prima di esplodere con tonfi sordi e fiamme improvvise.

Al ritorno verso casa, tra la folla che si incontrava davanti ai cinema abbandonati, c’era sempre qualche venditore di lavanda fritta. Mangiavamo i fiori cotti nella pastella con le dita bruciate e davamo ascolto alle preghiere della sera che uscivano dagli altoparlanti, ai canti gregoriani registrati e riprodotti, ai versetti recitati con le ginocchia da uomini di cui non riuscivamo a vedere i visi. Nel ghetto dei punk, tra i seminterrati e le vecchie scale mobili della metropolitana, andavamo soltanto la domenica. C’erano sempre gruppi di solisti che suonavano una musica da ghetto, una musica per strumenti rotti. Ci stendevamo nei giardini di canapa, tra gli essiccatori e le lampade a incandescenza, con i suoni che urlavano e piangevano canzoni senza inizio e senza fine.

C’è una storia, da qualche parte in questa storia, di cui non ricordo il senso. Forse perché non sempre riusciamo a parlare di ciò che siamo. Al sesto piano del nostro bilocale, si riunivano ogni mattino, poco dopo l’alba e fino a un tempo espanso che non riuscivamo a cronometrare, volatili mai visti così vicini alle nostre mani. C’erano tortore dal petto rosato e corvi dal piumaggio lucente e passeri nocciola e taccole dall’iride argentea e colombacci dai colli a pois, bianchi come la neve.

Li guardavamo dalla finestra aperta mentre si lanciavano a strapiombo nel vuoto per un pezzo di pane. Un uomo, dall’altra parte del caseggiato, lanciava briciole che venivano raccolte in volo da una flotta di mendicanti affamati. Potevamo rimanere immobili di fronte alla finestra, e potevamo farlo per ore. A volte, separati dal vetro e dal cemento della nostra abitazione, pensavamo di essere in gabbia: uscivamo di casa soltanto per ricordarci che in fondo non lo eravamo.

Presi l’abitudine di svegliarmi molto presto al mattino, e mentre lei sognava nel letto caldo, andavo in cucina e tagliavo minuscole fette di formaggio. Poi aprivo la finestra e mostravo una fetta di formaggio, tenendola tra il pollice e l’indice. Fu così che conobbi un rapace di cui non conosco il nome comune ma a cui abbiamo dato un nome di persona, Jean.

Dopo i nostri primi incontri, basati tutti sul baratto tra il formaggio e la presenza di Jean sul cornicione della nostra finestra, iniziammo a studiare i libri che parlano dei rapaci. Ne avevamo visti moltissimi in fotografia, e anche se in molti casi c’erano somiglianze, non siamo mai riusciti a scoprire il nome della famiglia di Jean. 
Tutte le mattine, per mesi, ci siamo incontrati sul nostro cornicione, a dispetto del vento e della pioggia e del sole che ci impediva di guardarci. Siamo stati sempre più vicini, e abbiamo imparato dai nostri movimenti. Jean ha capito in che verso si apre la finestra, e io ho imparato il disegno del vento e le strade da lui contenute.

La presenza di un rapace sul cornicione non era piaciuta molto ad alcuni dei nostri vicini. Ci furono assemblee straordinarie, lasciarono messaggi infuocati nella cassetta delle lettere, scrissero cose spiacevoli sulla nostra porta di ingresso. Gli sguardi cambiarono, passando velocemente da una gentilezza generica a una ferocia personale. Ne parlammo seduti a cena, e concludemmo con molte domande e nessuna decisione. Per mesi, forse un anno, continuarono gli appuntamenti all’alba con Jean. Mia moglie smise di dormire fino a tardi e iniziò a svegliarsi con me, per godere delle gioie del rapace e per condividere questo incontro strano o bizzarro, di cui non volevamo privarci.

Jean riconobbe subito la mano di mia moglie come una mano di famiglia, e prese il suo pezzo di formaggio senza tentennamenti. Decidemmo di stabilire dei turni per dargli da mangiare, non potendo usare entrambi la finestra: nei giorni dispari lei, nei giorni pari io.

Così accadde come sempre accade, che vennero a dirci che la storia doveva finire, che quel rapace spaventava le anziane e i bambini, che non era possibile e che non doveva accadere, mai più.

Ci minacciarono e ci denunciarono. 
Per cosa?, chiedemmo. 
Per disturbo della quiete privata, e pubblica, e perché siete pazzi, dissero. 
Io piansi, mentre lei urlò, e urlò, e disse cose che ora non ricordo.

L’indomani Jean non si fece vivo. Ci chiedemmo perché, e come fosse possibile che Jean avesse capito qualcosa. Era possibile? 
Passarono settimane e mesi, e di Jean neanche l’ombra, neanche una piuma solitaria portata dal vento della notte, niente di niente. 
Smisi di pagare le bollette e le tasse condominiali, e in poco tempo ci raggiunsero lettere in cui ci consigliavano di andarcene. Preparammo un trasloco in tempi record, e uscendo per l’ultima volta dall’appartamento guardammo a lungo la finestra sperando di incrociare quel riflesso scomparso dal vetro, ma niente. 
Partimmo verso la città polverosa di mia moglie, la città in cui era nata e da cui era fuggita. Attraversammo l’oceano e salutammo il nostro primo tramonto messicano.

Chihuahua è la città da cui scrivo e in cui viviamo oggi, dopo tanti anni insieme, ed è il luogo che adesso chiamo casa. Non so se sia per l’influsso del deserto o per il modo in cui la città è cresciuta, simile ad un’Atene di strade anarchiche che salgono verso le colline e che ascoltano il vento messicano nelle ore in cui il sole è un macigno terribile, ma so che questo posto è un amuleto di terra impastata agli uomini, e che gli eventi che accadono qui non sempre hanno una spiegazione.

Trovammo casa in una frazione a pochi chilometri dalla città, in un posto che sembrava pulito, davanti a un parco che aveva l’aria di essere vivo. 
Avevamo scelto la casa anche per il piccolo giardino, un triangolo infestato da anni di incuria e indifferenza. Ridipingemmo di bianco la facciata e piantammo fiori e alberi che sarebbero cresciuti forti e verdeggianti durante le stagioni, fino a darci l’ombra di cui godiamo in questi ultimi anni.

Era passato quasi un anno, dal trasloco e dagli ultimi ritocchi alla casa. Non eravamo riusciti a toglierci l’abitudine di svegliarci molto presto, e quel mattino eravamo in piedi in cucina, intorpiditi dal risveglio e dalla sensazione del tepore del sole che riscaldava la casa. Seduti in giardino, con la colazione pronta e non ancora iniziata, sentimmo qualcosa nell’aria, un suono che sembrava uscire da un vecchio registratore, come un’interferenza lieve nei rumori a cui ci eravamo abituati.

Mia moglie mi strinse il polso, come faceva quasi sempre quando voleva segnalarmi un avvenimento importante. Il suono crebbe e inspiegabilmente smise di essere un suono, ma una voce, una voce che parlava per la prima volta e che affettava le parole con un accento ignoto.

Sul tavolino imbandito, nel giardino che avevamo curato e salvato dalla siccità e dal sole, rapido come una nuvola isolata che all’improvviso decide di bagnare una strada, un rapace che assomigliava a Jean stava cercando di prendere una fetta di formaggio dal piatto che avevo davanti a me. 
Da allora, non ci ha mai lasciati.

 

Marco Lupo{fcomment}