Ovunque sarà Roma - Massimiliano Di Mino

Le poche luci che accompagnavano la strada si spengevano una dopo l’altra lasciando il passo ad altre che si accendevano giusto il tempo di lanciare flebili riflessi lungo il fiume e  arrampicarsi lungo le facciate dei  grandi palazzi. Roma era enorme e a guidarlo verso il suo centro, erano queste voci che si trascinavano ora come un lamento e che si innalzavano di tanto in tanto come una richiesta d’aiuto. Nessuno a seguirlo e nessuno che lo precedeva, eppure Dante aveva netta la sensazione d’esser osservato, e la certezza di apparire a chicchessia piccolo, piccolissimo. Un ragazzo e nulla più.

- Scusami ragazzo non ti avevo visto- gli urlò dietro un cocchiere che gli aveva tagliato pericolosamente la strada con il suo carretto gremito di donne e bambini, costringendolo a gettarsi a terra per non essere travolto. - Viva la repubblica! Viva la repubblica!- gridò allontanandosi l’uomo e gli fecero eco i bambini.

Mentre cercava di rimettersi in piedi Dante vide il barroccio farsi strada e scomparire dietro un muro di persone che festanti alzavano braccia verso l’alto; era giunto in una piazza. Una folla enorme si stagliava contro un palazzo giallo, Dante si avvicinò, le urla erano le stesse: viva la Repubblica Romana, viva Garibaldi!

Disordinatamente uomini e donne, vecchi e giovani, e anche i bambini issati a cavalcioni sulle spalle dei genitori avanzavano verso il palazzo che doveva essere un convento. Da un lato, alcune anziane trascinavano delle sedie e si univano a un gruppetto che a mani conserte stava salmodiando una preghiera, o altro, che al ragazzo non riuscì di capire. Un uomo che teneva a tracolla una fascia tricolore urlava un qualche discorso issato sopra un armadio rovesciato che gli faceva da palco, e su questo camminava avanti e indietro ora con il busto ridicolamente piegato e le mani giunte, ora brandendo con fare fiero una spada immaginaria; ai suoi piedi c’era un grosso canestro destinato alle offerte, i bambini timidi si facevano avanti gettando nel grosso cesto quello che gli avevano dato in mano i genitori. Sulla destra, una fila più lunga di altre, era composta da soli uomini, tutti armati, chi di solo un coltello o da un bastone uncinato, chi tutto orgoglioso mostrava e passava di mano in mano la sua carabina, o delle lance a lunghe punte

Tutti sembravano impazienti di notizie. Di tanto in tanto, Dante che si avvicinò confondendosi nella folla, poteva vedere un qualche scintillio di lance e baionette, sempre annunciato da qualche grido festante, e se da un lato arrivavano le voci delle beghine intente a pregare, erano in molti a ridere sulle braghe sbracate del prete peggior nemico della repubblica. Davanti a un cancello del convento stazionavano due carrozze piene di campanelli che venivano fatti suonare da due ragazzi che distribuivano vino alle file degli uomini che accendevano le grida con qualche benedizione lanciata alle finestre superiori del convento. Quando si aprirono i portelloni del convento, fu tutto un applauso, anche Dante imitò. Una truppa in casacche blu scure, uscì dal palazzo e fece segno alle persone di smetter pure di applaudire. In testa indossavano cappelli di feltro nero a larghe tese spioventi, alcuni con delle piume nere, che si sfilavano con un inchino per ringraziare delle ovazioni. Ma i romani non si accontentavano e urlavano rivolti verso delle persiane chiuse il nome di Garibaldi!

- Non si affaccerà- sentì dire da una voce dietro di se Dante che si voltò e vide un ragazzo moro dal naso adunco, di circa la sua età. Dante non sicuro che questo si rivolgesse a lui, non rispose e si rigirò. Ma il ragazzo era proprio con Dante che ce l’aveva - Vuoi scommettere che non si affaccerà?- Ma Dante ancora non gli prestò attenzione.

-Non sei uno di molte parole tu eh?

- E perché non si dovrebbe affacciare Garibaldi? - chiese Dante con tono iroso ma senza volgere lo sguardo al ragazzo.

- Ancora non conosci il generale? Dovresti farlo, dovresti conoscerlo. Anzi, ti basterà guardarlo. A me è bastato …l’ho guardato e lui mi ha cambiato.

- Perché prima com’eri?- si rivolse incuriosito Dante al giovane, ora girandosi per guardarlo meglio.

 

- Prima di tutto ero più alto

Dante lo guardò spalancando gli occhi come fosse un bue.

- Si chiama ironia…- si mise a ridere quello - ma lascia stare… Ora il generale dorme, gli rimarranno sì e no, un paio di ore di sonno. -

- E come fa a dormire con tutto questo baccano, perché non ordina ai suoi uomini di sgombrare la piazza ?-

- Già, perché non ci caccia tutti? Me e anche te! Dimmi sei venuto qua a pregare o ad arruolarti?-

- …Sono appena arrivato a Roma-

- Come sei entrato?- fece stupito il ragazzo - Lascia stare, non dirmelo. Il generale non fa sgombrare la piazza perché conosce il popolo, sa che per questa gente è importante stare qui. È importante sentirlo vicino, festeggiarlo, anche pregarlo…

- Ma i preti sono stati cacciati- disse con un tono di sfida.

- Sei un tipo curioso tu! Questa gente è nata e cresciuta tra penitenze, dazi e padri nostri, non puoi dirgli di abbandonare Dio e di seguirti. Loro hanno bisogno di credere

- Non capisco

- Non è detto sia necessario, allora, pensi di arruolarti?

- Cosa sei tu? Una sorta di precettore ?

Il ragazzo sorrise, senza rispondere gli porse la destra, - Piacere Nino, Nino Costa, se ti vuoi arruolare non c’è bisogno che fai la fila, vieni con me, ti presento io...

- Conosci veramente Garibaldi?

- Già, dovrò dirgli qualcosa… Generale le presento… le presento… mi servirà un nome-

- Dante Rossetti.

-Dante! mi piace. Generale le presento Dante che è arrivato a Roma da…-

- Da Nizza!

- Nizza? Mio Dio Dante, questo piacerà di sicuro al Generale. Ora andiamo, ho voglia di bere ed è inutile restare tutta la notte qui, tanto non si affaccia. Vorrai poi mangiare qualcosa e bisognerà trovarti un posto dove stare e darti un’arma. Ce l’hai un’arma?-. Dante lasciava parlare Nino, ma non si muoveva di un passo.

- Andiamo Dante Rossetti, ti porto a bere! Se vogliamo combattere insieme, dovrai cominciare a fidarti. Sei nella repubblica Romana, qui non ci sono spie o traditori di sorta.-.

Dante, suo malgrado, si trovò a camminare di fianco al ragazzo, stordito da quel fiume di parole e arrancando per strade, piazze, vie, viuzze, giù per tutto il corso e sorpassare la maestosa porta del Popolo.

 

-Felice faustoque ingressui!- disse Nino.

-Come?

-Che l’ingresso a Roma ti sia felice e Fausto, Dante. Così è scritto sulla porta-. Nino provava a spiegargli tutto, di chi era quel palazzo e poi a indicargli ogni locale che incontravano, e i nomi e le storie di chi appartenevano e a dire di quel sentore comune che nato da Roma avrebbe di certo pervaso l’intera Italia. - L’ora della resurrezione romana è tuonata!- ripeteva di tanto come per istruire Dante su quella certezza.

- Dovevi vederli Dante quando sono entrati. Eravamo a bocca aperta. La terra era tutto un crepitio e poi eccoli sfilare questi guerrieri a cavallo,uno dopo l’altro, belli, e le loro facce, come statue, i volti bruciati dal sole con i capelli lunghi e arruffati che uscivano disordinatamente da questi copricapi con tutte le piume nere ondeggianti, erano pieni di polvere e le loro barbe lunghe e lo sguardo di chi non conosce un letto da tanto tempo, si schierano e lasciano il passo al loro capo che si fa avanti sul suo cavallo bianco. Garibaldi si guarda attorno, ci guarda tutti, e con voce melodiosa e penetrante saluta il popolo romano.-.

Lo sguardo di Nino quando parlava, e lo faceva di continuo, si assentava e non guardava mai un punto fisso eppure ogni sua parola sembrava dettata da un’immagine che solo lui poteva vedere. Dante, invece, soprafatto dalla stanchezza e dalla bellezza della città, parlava poco, in compenso osservava avidamente ogni cosa. Erano arrivati al Gianicolo

Dalla terrazza, il panorama abbracciava tutta Roma. Era impossibile non sentirsi piccoli. Doveva essere questo il pensiero di Dante che voltava la testa a destra e sinistra, muovendo le labbra come a voler enumerare o dare un nome a ogni palazzo, abitazione o luce che nel buio salutava. Non diversi erano i sentimenti di Nino, che Dante noto, aveva gli occhi lucidi.

- Il Generale ha detto che sarà difficile, che proveranno a riprendersi tutto. Ma non pensi che valga la pena?

- Sì!-.

 

Ripresero a camminare e Dante esausto chiese al compagno di fermarsi, ma Nino gli assicurò che erano oramai arrivati. L’osteria si chiamava da Filomarino, nonostante il tardo orario, il locale era pieno e i due faticarono un po’ prima di trovare un tavolo. L’osteria era piena di fumo e le voci e urla si accavallano di continuo; c’era chi giocava a morra, chi ad altri giochi con la conta e il bicchiere di vino, che veniva tracannato con confidenza e senza alcun complimento. Un altro uomo chiese a Nino di unirsi al loro tavolo a fare questo gioco della passatella ma Nino declinò l’offerta.

Trovato un posto da due, si accomodarono, - Ti avrebbero fatto Olmo!- disse Nino a Dante che chiese cosa volesse dire.

- Che cosa significa?

- Che ti avrebbero lasciato a ugola secca?

- E perché?

- E’ un gioco Dante, al romano piace giocare e gli piace ancora più di ridere, anche quando non ci sarebbe motivo per farlo. Ma questo non è un problema, perché vedi, dopo due giorni che stai qui tutti diventano romani.-

L’oste arrivò con un litro di rosso che non era mai stato ordinato e rivolto al giovane ufficiale chiese cosa volessero mangiare.

- Portaci due maccheroni- e rivolto solo al nizzardo aggiunse, -… è il piatto preferito di Garibaldi-.

Alla seconda foglietta, complice la stanchezza, Dante era oramai quasi ubriaco e l’oste aveva avvisato che da lì a breve avrebbe chiuso, il locale cominciava a svuotarsi e tutti si accomiatavano inneggiando alla repubblica romana o al generale, da un tavolo in fondo alla sala si alzò un uomo che rivolto all’oste cantilenando disse - Infine un rosso, o forse due, io vorrei. Non paternostri e giubilei-.

- E’Angelo Brunetti, detto Ciceruacchio-, spiegò Nino, - Dobbiamo molto a lui se oggi siamo qui, se oggi è qui Garibaldi e domani saremo in battaglia-.

Ciceruacchio con passo malfermo si avvicinò al tavolo di Nino e Dante . - Ehi Nino, tu non vieni via? eh importante anche dormire, anzi aggiungerei che è un nostro dovere. Er sonno è compagno della morte, e quella, è mejo fassela amica-.

- Il nostro Ciceruacchio è un grande filosofo!-, disse Nino.

- A tempo perso-, specificò l’uomo accarezzandosi i baffi - che se poi lo perdi non lo ritrovi più-.

-Stavamo giusto andando via anche noi Ciceuruacchio, ti presento Dante Rossetti è arrivato oggi per dare una mano alla repubblica -.

- E’ un piacere-, disse l’uomo, - E fatti ringraziare di cuore …-.

- Il piacere è mio-, rispose biascicante Dante.

- Dante ha bisogno di un letto dove stendersi qualche ora, puoi aiutarmi-, chiese Nino.

- Detto e fatto amici miei-. Ciceruacchio fischiò e urlò, - Andreas, Andreas-.

 

Dante vide avanzare a passo lento un gigante, nero, nerissimo, più scuro del cuoio. Vestiva con una specie di tunica blu e aveva le braccia e le cosce muscolose coperte da strani, stranissimi disegni, gli decoravano il corpo. Dante lo guardò, anzi lo fisso, in maniera stralunata dal capo ai piedi come per assicurarsi della sua altezza e che non lievitasse come gli angeli.

- Tenente!- Si alzò in piedi Nino - …C’è anche lei! Tenente Andreas Aguyar le presento Dante Rossetti, è venuto ad aiutarci-. I due si strinsero energicamente la mano.

- Non le starà piacendo forse troppo questo vino dei castelli Tenente?-, chiese scherzoso Nino

- C’è da giurarci-. Precedette ogni risposta Ciceruacchio - ... di questo passo da nero il tenente ci diventa rosso! Ma è sempre mejo puzza de vino che d’acquasanta!-. Risero. Anche il moro rise. Uno squarcio in faccia, una fila di denti bianchissimi illuminò il suo viso. Dante non riusciva a distogliergli gli occhi di dosso.

- Tenente, il giovane Rossetti viene da un lungo viaggio e ha bisogno di dormire potrebbe stare nella sua stanza-, chiese Ciceruacchio ad Aguyar.

- Non esiste problema -, disse il gigante e ancora quello squarcio, quel sorriso. Un baluginio lontano nella notte che andava a finire.

 

Il tenente Andreas Aguyar, il moro, coraggioso combattente uruguaiano che seguì Giuseppe Garibaldi prima in America meridionale e poi in Italia trovò la morte a Trastevere colpito da una granata francese. Il capopopolo Angelo Brunetti, detto Ciceruacchio, dopo la caduta della Repubblica Romana cercò di raggiungere Venezia, ma arrestato dagli Austriaci fu fucilato insieme al figlio Lorenzo di soli tredici anni. Giovanni Costa, detto Nino, pittore esponente della scuola dei macchiaioli partecipò a tutte le campagne garibaldine del 1949, e nel 1969 era ancora pronto a credere, nonostante la disfatta avvenuta a Mentana, ad un’altra Italia. Di Dante Rossetti si sa che vinse e perse molte battaglie al fianco del generale, e fino all’ultimo dei suoi giorni seguì i suoi ideali vivendo nell’unica maniera gli sembrasse sopportabile vivere.

 

 

Massimiliano Di Mino