"Il libro azzurro" o sull'arte dello sbaglio - Pier Paolo Di Mino

Il libro azzurro è scritto da Pier Paolo Di Mino. È pieno di immagini. Le immagini sono di Veronica Leffe. Fin qui tutto bene. Ma adesso cambiamo registro e tono. Devo confessare una cosa.

È meglio ammettere fin dall’inizio e in tutta franchezza che Il libro azzurro nasce e poi ruota ripetutamente attorno a una concatenazione, non so dire se di ferro o aurea, di sbagli. Procedo, dunque, nel loro elenco ragionato.

Primo sbaglio

Il primo di questi sbagli lo potremmo forse dire di natura ontologica. Cos’è Il libro azzurro? È un libro inesistente, uno pseudobiblion, che, in qualche modo, regge la trama di un romanzo, Lo splendore, ancora non pubblicato e ancora non interamente scritto. In effetti, messa così, Il libro azzurro è il libro inesistente di un libro inesistente. È anche vero però che ora, cominciando la sua pubblicazione, o, meglio, la pubblicazione del suo primo capitolo, Il libro azzurro gode di una maggiore esistenza rispetto al libro di cui è un libro inesistente. Non esplorerei oltre la natura, che abbiamo definito ontologica, di questo sbaglio, fedeli alla fantasia greca che è meglio tacere quando si è davanti a fenomeni capaci di rivoltare, anche solo retoricamente, la ragione contro se stessa. Tagliamola corta, dunque, e limitiamoci a osservare che pubblicare il primo capitolo di un libro che non esiste contenuto in un libro ancora non pubblicato è fare le cose esattamente al contrario. E questo è il primo sbaglio.

Secondo sbaglio

C’è, poi, un secondo sbaglio che, però, forse, è più una difficoltà che uno sbaglio. Una difficoltà dell’immaginazione odierna: non riusciamo a pensare nulla che non sia stato già immaginato da altri in modo perfettamente preconfezionato. Facciamo l’esempio del libro, preso, in un modo preconfezionato, come mezzo unico di diffusione del sapere, e davanti al quale, in modo preconfezionato, pare possibile porsi, come fossero interessanti o perfino assolute, due sole domande: di che parla questo libro e a che genere appartiene? La prima di queste domande mi ha sempre fatto venire voglia di entrare in una libreria e ripetere quella scena di “Aguirre furore di Dio”, quella in cui l’indigeno prende la Bibbia, se la porta all’orecchio e, malgrado sappia perfettamente di essere davanti a dei pazzi, non si trattiene dal gridare la placida verità che un libro non parla proprio di niente. Non ha nemmeno la bocca per farlo. (In realtà, comunque, non ho mai fatto una scena come questa in una libreria. Non sono come quell’indigeno. Io sono prudente). Quanto al genere del libro, in italiano è maschile, e non vedo cosa ci sia da aggiungere al riguardo. Ma, insomma, senza girarci ancora intorno, la difficoltà, se non proprio lo sbaglio, cui mi riferisco è questa, che nessuno, a partire da chi lo ha scritto, già solo limitandosi al testo del primo capitolo del libro azzurro, potrebbe con facilità rispondere alla domanda circa cosa parli questo libro e, peggio che mai, a che genere appartenga. Voglio dire, Ma l’amor mio non muore, il primo capitolo de Il libro azzurro appunto, è più o meno la trascrizione di una lezione in sinagoga, mai avvenuta, tenuta dal più importante maestro ebraico di tutti i tempi, esistito solo nella fantasia degli intellettuali della diaspora, qui nel nostro libro altamente rimaneggiato, lezione composta da una serie di ritratti di donne, mitologiche, realmente vissute, inventate di sana pianta, tutte comunque raccontate in un modo tanto credibile quanto improbabile, ritratti che, nel loro insieme, compongono una narrazione coerente che coincide con quella, poi non così tanto coerente, del mondo. Comunque, anche se questo primo capitolo ha diversi livelli o toni o non so cosa di narratività, non è certamente un libro di narrativa. Forse, più di filosofia. O di filosofia popolare. Ma non lo so. Dunque, ecco, forse è uno sbaglio, ma non è facile dire di cosa parli questo libro e secondo quale genere.

Terzo sbaglio

Vado con il terzo sbaglio. Il libro azzurro viene descritto ne Lo splendore come un libro fatto soprattutto di immagini e, soprattutto, e, in realtà, come un libro le cui immagini hanno la tendenza a soperchiare le parole e uscire fuori dal loro contesto cambiando di volta in volta a dipesa di chi le guardi. In effetti, quelle immagini possono essere intese davvero molto poco come illustrazioni o ornamento di un racconto stampato, e somigliano piuttosto, nei loro effetti morali e spirituali, al godimento di un affresco notturno e delfico, magari in condizioni catacombali, o, comunque, a un’esperienza, fra il mediamente e l’altamente, visionaria (con uso o meno di corroboranti).

Quarto sbaglio

Questo terzo sbaglio, a volere ragionare in termini positivi, non sarebbe però un grande sbaglio se, trascinandosi appresso i due precedenti, non precipitasse nel quarto. Il più grave. Quello di cui siamo più orgogliosi. Lo sbaglio circa la modalità di pubblicazione di questo libro. Ragionando con rigore su questo ultimo e fondamentale sbaglio, possiamo dire che le modalità attraverso le quali il libro diviene pubblico sono tre. La prima di queste modalità pare non avere altro scopo che salvare il testo del libro dalla sua dimensione scritta, riproducendo, in diverse sedi, non troppo dissimili dalla sinagoga nella quale è ambientato il racconto del libro, una sorta di lezione in cui si dà viva voce a quelle storie e, soprattutto, vi si ragiona sopra. Per certi versi, è vero, stiamo parlando di serate dal sapore un po’ teatrale o anche di qualcosa che, tutto sommato, può anche essere definita come la semplice presentazione di un libro: questa presentazione, però, coincide con la sua pubblicazione o, ancora meglio, con la pubblicazione di quello che non è stato possibile stampare di questo libro. La seconda modalità prevede che sia possibile fruire delle immagini del libro, completamente svincolate dal testo, riprodotte in stampe separate o tavole dipinte, o in altri modi che si vedranno man mano che il tempo ci sfugge cambiando vanamente le cose. La terza modalità è la stampa del libro, cosa di suo sicuramente non sbagliata, non fosse per queste due piccole regole annesse, regole che dal punto di vista della morale commerciale hanno di certo il loro sbaglio, che lo hanno dal punto di vista dell’etica del consuma in piedi e pentiti solo dopo ma fa anche questo in fretta: ossia che il libro non è distribuito da nessuna parte, e va cercato e richiesto (regola prima), coscienti che i tempi in cui è possibile possedere il libro dopo averlo trovato e richiesto variano imprevedibilmente causa il fatto che le sue copertine sono dipinte a mano in maniera tale che ogni copia sia sbagliata rispetto alle altre (regola seconda). Vabbè. Ho detto tutto. Per il resto, posso solo aggiungere che Il libro azzurro è scritto da Pier Paolo Di Mino. È pieno di immagini. Le immagini sono opera di Veronica Leffe. E fin qui direi che tutto va bene. 

Ah, da oggi, venerdì 5 ottobre del 2018, potete seguire le diverse attività, ovvero forme di pubblicazione de Il libro azzurro su: https://www.libroazzurro.it/

 

Pier Paolo Di Mino

 

Il libro azzurro capitolo primo Ma l’amor mio non muore